Pellicani: «Il mio Craxi un autoritario intelligente»

26 Gennaio 2020

Il politologo racconta il segretario del Psi con cui collaborò negli anni Ottanta «Era un uomo austero: amava la politica e il potere non certo il lusso»

Nella splendida villa in viale Pola, dove ha sede la Luiss – e che negli anni Trenta fu residenza di Galeazzo Ciano ed Edda Mussolini – il nome di Luciano Pellicani è sempre stato tra i più rispettati. Professore emerito di Sociologia generale e già direttore della scuola di giornalismo, il nome di Pellicani è riemerso nelle ultime settimane, complice l’uscita nei cinema di “Hammamet”, il film sull’epilogo umano e politico di Bettino Craxi. Al di fuori degli ambienti universitari, infatti, Luciano Pellicani è legato all’esperienza politica di Craxi e al socialismo liberale e riformista. Ne parla in questa intervista al Centro.
Come ha conosciuto Craxi?
Nel 1976 Craxi ottenne la segreteria del Psi e in un’intervista a L’Europeo dichiarò di aver letto e apprezzato un mio saggio su Eduard Bernstein. Lo incontrai all’Hotel Raphael e scoprì che avevamo almeno un obiettivo comune: debolscevizzare la sinistra italiana.
E a partire da quel momento Pellicani diventa un intellettuale di riferimento del Psi?
Non subito. In un’intervista del 1978 a Repubblica, Berlinguer fece un sinistro elogio della «ricca lezione leninista», la definì veramente così. Il direttore dell’Espresso chiese un commento a Craxi, che rispolverò un mio articolo sulla critica socialista al leninismo scritto per l’Internazionale socialista. Lo ritoccò qua e là e lo spedì all’Espresso, a propria firma.
Cosa fece innamorare Craxi?
Il mio anticomunismo: una posizione minoritaria nella sinistra italiana ma che lui condivideva. Dopo il terrore rivoluzionario, il rapporto Kruscev sul totalitarismo di Stalin, le repressioni a Budapest e poi a Praga, mi fu chiaro che l’applicazione del comunismo conduceva a esiti antidemocratici, liberticidi e - non è da trascurare - antieconomici. I dati fattuali confermavano puntualmente i testi, che io avevo studiato davvero e che sono lapidari.
E così ottenne la direzione di Mondoperaio, la rivista ufficiale del partito.
Negli anni Ottanta ero già in pianta stabile a Roma, insegnavo alla Luiss e scrivevo su Mondoperaio. Un giorno del 1984 Luciano Cafagna mi telefona «Ci vuole un nuovo direttore. Ti devi candidare». Craxi spinse per me.
Com’era il Craxi privato?
Un uomo piuttosto autoritario e a tratti arrogante, allo stesso tempo una persona intelligente ed estremamente seria, capace di un’applicazione costante. Leggeva e studiava molto, anche per questo mi teneva in una certa considerazione. Con me parlava dei principi ideologici, non di politica. Vedeva in me un valido supporto per disintossicare il Psi e la sinistra italiana dal marxismo.
Dopo Mani Pulite il risentimento degli Italiani contro il Psi fu particolarmente feroce.
È vero e la ragione non fu esclusivamente Mani Pulite. Le bordate dall’establishment di sinistra erano scontate, mentre al risentimento delle masse contribuì un’immagine pubblica incompatibile con quella di un partito popolare nato per difendere gli ultimi. Gianni De Michelis, per esempio: era davvero edonista ed esibizionista come lo si racconta, se non peggio. Erano gli anni Ottanta, ma la politica era ancora abituata a un grande contegno.
Dica un errore di Craxi.
A un certo punto fu veramente potente, sia nel partito che nel Paese: aveva la forza per porre un freno alla corruzione, per limitarne le perversioni. Invece non lo fece e anzi la avallò. La sua responsabilità politica è piena.
Si arricchì con le tangenti? Usava il denaro per sé?
Non credo, lasciava poco per sé. Craxi era un uomo austero, amava la politica e il potere, non certo il lusso. Utilizzava il denaro delle tangenti perlopiù per scopi politici: aiutando i socialisti perseguitati da Pinochet o sovvenzionando Solidarnosc, per fare esempi meno noti.
Mani Pulite fu un colpo di stato?
Sì, un colpo di stato legale. Non c’è dubbio che fu un’operazione politica. Intendiamoci: la corruzione c’era e la magistratura fece il suo dovere, ma il malcostume era trasversale. Si scelse, invece, di seguire certe piste e accantonarne altre, colpendo obiettivi ben precisi.
Per lasciare campo aperto ai comunisti?
Mio padre, che è stato sottosegretario alla giustizia, mi disse negli anni di piombo: «Se in Italia ci sarà un golpe lo faranno i magistrati». Per il procuratore Gerardo D’Ambrosio era impossibile indagare il Pci, l’unico partito che difendeva pubblicamente la magistratura. Un giorno si presentò un giovane magistrato da Ugo Intini: voleva fare carriera nel Psi. Intini chiese a Riccardo Lombardi cosa fare e si sentì rispondere che era un fatto gravissimo: un magistrato non può avere tessere di partito. Anni dopo Intini incontrò questo magistrato a un convegno: parlava per conto del Pci. Le dico di più?
Prego.
Ruggero Guarini racconta che quando gli iscritti alle sezioni giovanili del Pci chiedevano consiglio ai capi sulla facoltà da scegliere, spesso si sentivano rispondere: «Giurisprudenza, per diventare magistrati».
Mani Pulite ha aiutato la sinistra italiana?
No. Oggi la sinistra italiana è sparita, tanto nella sua voce massimalista – come auspicavamo io e Craxi – quanto in quella riformista. Una catastrofe che ha due cause: la teologia politica del Pci e la corruzione politica del Psi.
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