Premi Ubu, triplete abruzzese Guanciale, Di Tanno, Cosentino

L’attore avezzanese re delle fiction vince per “La classe operaia va in paradiso” e il performer teramano con il pirandelliano “Sei”. Coppa speciale al clown teatino
Un triplete così l’Abruzzo forse non l’ha mai fatto. Tre attori abruzzesi hanno trionfato al 41° Premio Ubu, il più autorevole e ambito riconoscimento italiano per chi fa teatro, curato da Associazione Ubu per Franco Quadri.
Andrea Cosentino, PierGiuseppe Di Tanno e Lino Guanciale hanno ricevuto l’Ubu lunedì sera sul palcoscenico del Piccolo di Milano, nel corso della premiazione trasmessa in diretta su Rai Radio3.
L’avezzanese Lino Guanciale è stato premiato nella categoria Miglior attore o performer, per l’interpretazione del protagonista di “La classe operaia va in paradiso”. Il teramano PierGiuseppe Di Tanno ha vinto nella categoria Nuovo attore o performer (under 35). Il chietino Andrea Cosentino ha ricevuto il Premio speciale Ubu. Felicità, stupore, soddisfazione, una girandola di sentimenti nelle parole dei tre premiati, intercettati ieri al telefono dal Centro in una giornata milanese ancora carica di festeggiamenti.
A pranzo coi genitori, fermato per strada dai cacciatori di selfie, rincorso dai messaggi di felicitazioni, Lino Guanciale trova il tempo per ammettere: «Non ci mettevo troppo il cuore su questo premio. Ero felice della candidatura, ma non speravo nella vittoria, un po’ per scaramanzia. Anche se sapevamo tutti di aver fatto un bel lavoro con La classe operaia va in paradiso». Con lo spettacolo diretto da Claudio Longhi, nel ruolo del protagonista Lulù Massa, che nel film del 1971 di Elio Petri fu di Gian Maria Volonté, il 39enne attore avezzanese ha conquistato il prestigioso Ubu: «L’Oscar del teatro italiano. “La classe operaia” è stato lo spettacolo rivelazione del 2018. C’era attesa, ma poche speranze che fossimo all’altezza de film e di attori come Volonté, Marangela Melato, Salvo Randone. Invece l’accoglienza è stata enormemente favorevole da parte della critica e i teatri sempre pieni».
Il confronto con Volonté non ha fatto tremare Guanciale, golden boy della fiction italiana dalla solidissima formazione teatrale (diploma all'Accademia D’Amico) e tanto palcoscenico alle spalle. «Il mio personaggio ha antecedenti teatrali forti, da Ruzante agli Arlecchino “sporchi” della commedia dell'Arte. Mi sono rifatto a questi precedenti, creando un personaggio con meno bonomia e ingenuità rispetto a quello di Volonté. Il mio Lulù Massa è più sporco, cattivo, razzista, in linea con questa epoca».
Tanti giovani si sono riconosciuti nella storia e hanno scritto messaggi a Guanciale, che sul palco del Piccolo ha preferito leggere uno di essi anziché proporre un brano dello spettacolo. Sull’affermazione di Cosentino e Di Tanno riflette: «Siamo una bella colonia abruzzese. Tre artisti di generazioni vicine che hanno vissuto in un Abruzzo che offriva qualche opportunità e fermenti importanti, anche se poi ci siamo formati fuori. I tagli di oggi penalizzano le compagnie teatrali e le nuove generazioni di attori rispetto al periodo, fine anni Ottanta e anni Novanta, in cui siamo cresciuti noi. Anni in cui è cresciuta una generazione interessante di artisti. Anche oggi c'è un patrimonio culturale nativo, frenato però da immense difficoltà materiali».
All’Accademia D'Amico si è diplomato anche Piergiuseppe Di Tanno, dopo aver studiato recitazione con Silvio Araclio nella scuola teramana Spazio Tre. Istrionico ed eclettico nel fondere i linguaggi di danza e recitazione, Di Tanno ha ricevuto la coppa Ubu come miglior nuovo attore/performer under 35 per l'exploit solistico in “Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?”, drammaturgia e regia di Roberto Latini dal pirandelliano “Sei personaggi in cerca d'autore”. «Sono felice. È stata una bellissima serata al Piccolo. Come ho festeggiato? Con gli amici di una vita, bevendo vino insieme dalla coppa», racconta Di Tanno. «Ho saputo il 1° dicembre di essere fra i tre finalisti al Premio Ubu. Già la nomination era una vittoria. L’Ubu è autorevole, è una consacrazione. Vincerlo scatena tante cose. Spero di riuscire a portare lo spettacolo in Abruzzo, perché se no alla fine lavori in tutto il mondo tranne che a casa tua. Il 2018 è stato un anno di grazia, che mi ha permesso di sperimentare in due assolo molto differenti. In “Lucifer”, una performance per il collettivo romano Industria Indipendente, portato a ottobre al Romaeuropa Festival. Invece “Sei” è un viaggio totalmente nuovo, una creazione concepita per me da Roberto Latini, grandissimo artista che mi ha lanciato. È una riflessione sul teatro, una decostruzione del testo, con uno sconfinamento di poetica da Pirandello a Shakespeare».
Lo spettacolo verrà ripreso a marzo con una tournée, intanto il performer teramano si gode i complimenti: «Mi commuove che tanti colleghi si sentano rappresentati dal mio premio. Tanti che come me sperimentano sulla scena la molteplicità di linguaggi».
Contento e stupito Andrea Cosentino, travolgente attore, regista, clown, nato a Chieti nel 1967 ma da tanto a Roma, con parentesi parigina per studiare mimo e clownerie alla scuola del grande Jacques Lecoq. «Sono stupito perché l’Ubu è un premio abbastanza istituzionale. Non era tra i miei obiettivi, frequento poco il teatro tradizionale. Per scelta. Però mi fa piacere, è un bel premio. Sono contento di essere stato apprezzato dai piani alti», commenta con ironia, mentre sotto le sue parole scorre il rumore della metro milanese.
Il Premio speciale Ubu gli è stato conferito, si legge nella motivazione, «per la sua lunga opera di decostruzione dei linguaggi televisivi attraverso la clownerie, e in particolare per “Telemomò”, che attraversa i suoi lavori da anni». Un teatro non categorizzabile, tiene a precisare lui stesso: «Il mio è un teatro alternativo, indipendente, marginale, controcorrente. Vivo questo riconoscimento come un premio alla carriera, postumo». Felice anche per l'affermazione degli altri due colleghi abruzzesi, precisa: «Ho lasciato l’Abruzzo a 18 anni. Regione strana dal punto di vista dei circuiti culturali. Non sempre attenta ai valori della cultura, e forse proprio questo ci fa essere ancora più testardi nel raggiungere i nostri obiettivi. Però ho felicemente lavorato col Teatro Lanciavicchio di Lanciano, e quando torno porto sempre con grande piacere i miei spettacoli al Florian».
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