«Quando il boss mafioso più temuto del mondo pranzava da mio padre»

“Ricordi di Pescara, Luky Luciano e altri ancora”, Biondo e gli incontri in città con Bartali, Totò, le gemelle Kesler....
Gli anni Cinquanta, la sua adolescenza a Pescara, l’opportunità di imbattersi in personaggi famosi perché il papà gestiva uno dei ristoranti più rinomati della riviera adriatica: il “Giardino da Umberto”, all’angolo fra via Regina Margherita e via Mazzini. Una sorta di cenacolo di artisti, personaggi dello spettacolo e dello sport: tra tutti Bartali, Totò, Fangio, Gorni Kramer, le gemelle Kesler e anche Luky Luciano, padre del moderno crimine organizzato, boss della famiglia Genovese, legato alla cosiddetta Cosa Nostra Americana. Su quegli incontri, Alessandro Biondo, 69 anni, di Pescara, ex funzionario di banca, pittore e poeta, ha scritto il libro “Ricordi di Pescara, Luky Luciano e altri ancora” (Litografia Eurografica, Guardiagrele) che venerdì 15 gennaio, alle 17,30, presenterà nella sala convegni della Fondazione Pescarabruzzo, in corso Umberto I, 83, a Pescara. Intervengono Nicoletta Di Gregorio, vicepresidente della Fondazione, Paola Marchegiani, assessore comunale e Pietro D’Amico, critico. Dei ricordi che ha Biondo di Luky Luciano pubblichiamo un estratto dal libro.
di ALESSANDRO BIONDO
. Era l'autunno inoltrato del 1957 e frequentavo il primo anno di scuola media a Pescara, nella zona di Porta Nuova, presso il Collegio Aterno dei Padri Resurrezionisti. (...) Io e mio fratello ci recammo a scuola prendendo il solito autobus delle 8 e, terminate le lezioni, riprendemmo quello che passava all’una e quaranta alla fermata dinanzi la farmacia Perbellini di viale Gabriele d'Annunzio per arrivare, verso le 2, a casa. Mentre m'incamminavo verso casa, vidi che all'angolo di via Mazzini, lato piazza della Rinascita (che noi pescaresi conosciamo come Piazza Salotto) sostava una camionetta della Celere con a bordo quattro celerini dall'inconfondibile divisa di colore verdastro. Mentre mi avvicinavo a casa, notai anche che dinanzi all'angolo c'era ferma un'auto “pantera” della polizia con altri poliziotti in borghese seduti all'interno.
Mi è d'obbligo sottolineare che a quel tempo al ristorante di mio padre venivano spesso il Prefetto, il Questore, il Vice questore, i colonnelli che rappresentavano le varie forze armate della città. Sopra la nostra abitazione avevamo affittato anche una camera al presidente del Tribunale di Pescara di quel tempo: il dottor Giuseppe De Baggis, un simpatico signore molisano di Campobasso che, tra l'altro, spesso mi faceva sedere al suo tavolo per pranzare con lui mentre mi dava lezioni di latino. Tutte queste combinazioni avevano determinato il fatto che il ristorante era stato da molti soprannominato “Il Ministero degli Interni di Pescara”.
Per cui, quel giorno, alla vista di quei mezzi, tra me e me, mentre continuavo a camminare, pensai che forse era arrivato a pranzo qualche Ministro o qualche altro personaggio illustre. Ma ecco che, a qualche metro più su, dietro la “pantera” della polizia, proprio dinanzi all'ingresso del ristorante, notai che sostava un macchinone americano, tipo Cadillac o Ford, con una persona seduta al posto di guida, che aveva in testa un cappello grigio a falde larghe; notai poi altri due tipi appoggiati rispettivamente alle due portiere dell'auto, anch'essi con questi cappelli a larghe tese che rivolgevano spesso lo sguardo verso l'ingresso del locale. Apparivano vestiti come le comparse cinematografiche che noi ragazzi eravamo abituati a vedere nei film dove questi personaggi erano sempre in compagnia di Al Capone o altri famosi gangster della malavita organizzata e che noi bambini ci divertivamo ad imitare quando giocavamo a “guardie e ladri”, rincorrendoci tra gl'isolati del nostro quartiere.
(...) Io e mio fratello entrammo come sempre dalla porta del salone principale; nello scendere il gradino dell'ingresso, io, con la coda dell'occhio, mi accorsi che al primo tavolo dietro la porta c'era seduto un cliente, ma non mi voltai perché vidi che alla cassa c'era mia madre e le andammo incontro. (...) Entrammo in cucina e mio padre stava preparando un piatto con lo chef Alfonso. «Ciao babbo!». Lo salutammo e ci apprestammo a baciarlo come avviene d'uso nelle famiglie siciliane, perché così da buon palermitano ci aveva insegnato. Ci porse la guancia e ci disse senza alcun tono minaccioso o di rimprovero: «Piccirilli, di là, seduto affianco alla porta dell'ingresso, c'è un signore chiamato Lucky Luciano che è uno dei capi della Mafia di tutto il mondo. Verrà qualche giorno a pranzo qui da noi. Voi non fate parola con nessuno. Né a scuola, né con gli amici vicini di casa. Se qualcuno vi chiede qualcosa, fate finta che non sapete niente. Non dovete suscitare curiosità nelle persone. Insomma, fatevi solo i fatti vostri. Quello che vi dico è importante. Avete capito?». «Si! Va bene», rispondemmo all'unisono. (...)
Avevo visto un signore seduto da solo con il tavolino leggermente girato di modo che lui teneva le spalle ben coperte da entrambi i lati dalle due pareti retrostanti. Aveva i capelli pettinati all'indietro: erano ondulati, molto brizzolati. Aveva un paio di occhiali con lenti dorate chiare e circolari e le stanghette erano anch'esse di metallo dorato; in quel momento il personaggio era assorto con lo sguardo rivolto verso la parete di fronte e credo che stesse arrotolando sul tavolo una mollica di pane che tratteneva tra le dita. Aveva un abito grigio chiaro con una camicia bianca e una cravatta scura. Sembrava una persona distinta, per bene. L'esame era stato veloce, ma mi ripromisi di dargli un'altra sbirciatina più tardi, oramai la mia curiosità era in fermento.