Quel campionario di Eccentrici che fecero il Novecento

15 Novembre 2015

di Giuliano Di Tanna «Occhialuti alchimisti rovinati dall'assenzio, lottatori che combattono contro le tigri a pugni nudi e si convertono poi all'ascetismo per soggiogare ben altre belve, temerari...

di Giuliano Di Tanna

«Occhialuti alchimisti rovinati dall'assenzio, lottatori che combattono contro le tigri a pugni nudi e si convertono poi all'ascetismo per soggiogare ben altre belve, temerari aeronauti che atterrano sul tetto dei grandi magazzini di Parigi, generali cosacchi buddhisti, digiunatrici poliglotte, trasvolatori infelici, inventori di cannoni eterici, pittori monocromi devoti a Santa Rita. Da Cary Grant a Lovecraft, da Salgari a Pancho Villa e a Buster Keaton, i quarantadue personaggi raccontati da Alvi sono stravaganti e folli, certo, ma soprattutto sono uomini e donne che fremono per l'ansia di inseguire la vita e vi si perdono, mostrandone l'infinita varietà e potenza».

Citare le note di copertina di un libro è quasi un dovere se a scriverle, certo dell’anonimato come sempre, è uno scrittore ed editore come Roberto Calasso. Lo è tanto più se il libro in questione si chiama “Eccentrici”, essendo Calasso a capo di una delle più eccentriche case editrici italiane, Adelphi, un borgesiano catalogo di storie e repertorio di biografie reali o fantastiche. Ma non è lui, Calasso, l’autore del volume (184 pagine, 13 euro) chiosato, da poco sugli scaffali delle librerie. A scriverlo è stato Geminello Alvi, 60 anni, anconetano, economista cresciuto alla grande scuola di civil servant della Banca d’Italia di Paolo Baffi, ed eccentrico autore di saggi che abitano nella zona di confine fra l’inventario storico e la kulturkritik.

Ad Alvi piacciono le storie degli uomini che – seguendo un destino che si annuncia spesso come presagio nella prima infanzia – contravvengono alle regole della normalità. Ma non sono i “mostri”, gli scherzi di natura (fisici o spirituali) a interessare Alvi. Non sono gli inventori di congegni inutili o gli ossessi cultori di discipline oscure che popolano certi libri di Rodolfo Wilcock (un altro grande eccentrico della letteratura italiana del Novecento). Sono, invece, quasi tutti personaggi comuni, dalla cui parabola biografica Alvi estrae l’essenza di un destino inusuale. L’obiettivo non dichiarato è quello di completare il catalogo delle vite del secolo breve, iniziato, vent’anni fa, con un altro volumetto, “Uomini del Novecento”, edito sempre da Adelphi. Come un rabdomante di esistenze non banali, Alvi scova e traccia brevi ritratti, con la laconicità fattuale di un Plutarco moderno. Ne mette insieme 42.

Cary Grant, per esempio. Nato in Inghilterra con un nome impossibile per il mondo dello spettacolo, Archibald Alexander Leach, si fece le ossa come attore di vaudeville esperto in numeri da saltimbanco, prima di emigrare a Hollywood, dove – è un destino comune agli eccentrici di Alvi – rinacque dopo aver impresso una torsione al filo del destino. «Cary Grant», scrive Alvi, «era un gentleman tranquillizzante, democratico, familiare e al bisogno infantile, ma così virile da potersi svelare fragile: un involontario seduttore infallibile, d'eleganza ideale. Così ideale che persino Cary Grant, ragionevole, ammise: “Ognuno vuole essere Cary Grant, anch'io”».

«Evitò d'invecchiare, sugli schermi. Archie Leach morì a ottantadue anni tenendo per mano la quinta giovane moglie, cui lasciò una fortuna di sessanta milioni di dollari. “Egli era molto immaturo al mio confronto, " disse Cary Grant a proposito di Archie Leach, “ma mi era simpatico...”».

Il catalogo di Alvi è ampio ma serrato. C'è Amadeo Bordiga, fondatore e primo segretario del Partito comunista d'Italia, un marxista settario come lui stesso amava definirsi, che piaceva agli studenti settari del Sessantotto, «che però non piacevano a lui». C’è l’inventore del motore sonoro, John E. Worrell Keely, che «accordava la materia allo spirito». Dopo aver convinto a investire nella sua azienda fior di finanzieri, il motore cessò di funzionare alla morte del suo padre e inventore.

Dell'artista francese Yves Klein scrive: «Abbandonò, sanamente, la scuola, disgustato dai libri di testo». Del poeta austriaco Georg Trakl dice: «Nel 1905 fu bocciato; latino, greco, matematica. Si era accorto che la scuola era quello che è: nociva e pubblica noia».

E, poi, c’è Collodi: «S’intenerì dei ciuchini cavalcati da lui, figlioletto di un cuoco, e scrisse Pinocchio. Beveva nelle trattorie un decino e fumava sigarette antiasmatiche giocando a quadrigliati. Vide l’Italia confusa ancor prima di iniziare».

E Buster Keaton, il cui epilogo Alvi sintetizza così: «Recitò anche per la televisione e in una sceneggiatura di Beckett senza sapere, come si richiedeva, quanto faceva. Quindi recitò nel circo Medrano a Parigi, applaudito, come nel 1963 a Venezia. Neppure lì sorrise. Da subito, bambino in volo piroettato in aria, ben intese che non vi sarebbe stato molto di cui ridere». Di nuovo l’inizio che spiega la fine. Come la ghianda di James Hillman che ciascuno di noi custodisce come una premonizione di vocazione alla vita o all’autodistruzione.

E c’è Gene Tunney, il «pugile scientifico», ricco sfondato di suo che sposò un'ereditiera diventando «due volte milionario». E’ parlando di questo ormai dimenticato boxeur dell’inizio del Novecento che Alvi spiega, nella maniera implicita che gli è propria, il senso del suo bestiario di umanità: «Vivendo in epoca di confusissima cerebralità e d'anime sempre più uguali, gioverebbe l'esempio dei migliori, che invece si avversa. Insanamente perché gli uomini sono disuguali, e, se gli infimi si tolgono gli esempi dei migliori e il fantasticarvi, essi restano tali».

Gli uomini sono disuguali, dunque. Dirlo, scriverlo sembra solo un omaggio al senso comune. Ma è quella diseguaglianza a essere tanto cara all’autore di “Eccentrici” quanto più la pialla della modernità lavora sulle irregolarità fisiche e spirituali del campionario dei viventi. E’ l’irripetibilità del singolo destino umano il tesoro nascosto su cui Geminello Alvi ci invita a posare il nostro sguardo distratto, annoiato.

Lo spiega bene, questo tesoro, Vasilij Grossman, in “Vita e destino”, il fluviale romanzo sull’inferno del Novecento, scampato rocambolescamente alla distruzione per mano della burocrazia sovietica.

Parla delle izbe, le case di campagna russe, Grossman, in questo passo del suo libro: «Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene – e non ce ne sono – due perfettamente identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne».

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