Quel ghiaccio di agosto che uccise quattro abruzzesi in Svizzera

12 Febbraio 2015

Cinquant’anni fa un blocco si staccò dal ghiacciaio dell’Allalin seppellendo anche 88 operai edili italiani. Il ricordo grazia a una mostra in Senato

Nel pomeriggio del 30 agosto 1965 un'enorme massa di ghiaccio si stacca in blocco dal corpo principale del ghiacciaio dell'Allalin, nei pressi di Saas-Fee, nel Vallese, in Svizzera, e - scivolando verso la diga in costruzione di Mattmark - travolge e seppellisce 88 lavoratori, di cui 56 operai stagionali italiani. E' la più grande tragedia della storia dell'edilizia in Svizzera. A morire sotto 50 metri di ghiaccio ci sono anche 4 abruzzesi: Camillo Nasutti di Lanciano, Giovanni Papa di Pagannoni di Campli in provincia di Teramo, Raffaele Innaurato e Ginetta Bozzi di Gessopalena in provincia di Chieti, quest'ultima addetta alle cucine delle baracche degli operai.

Nell'anno del 50° anniversario della sciagura, il Comitato Mattmark italo-svizzero, costituito da hoc, dà il via alle celebrazioni in Senato con l'inaugurazione della mostra fotografica “Mattmark tragedia nella Montagna”, che si terrà a Roma, nella biblioteca “Giovanni Spadolini”, in piazza della Minerva, oggi alle 14.30, e che rimarrà aperta al pubblico fino al 28 febbraio. L'iniziativa è promossa dal Comitato per le questioni degli italiani all'estero, presieduto dal senatore Claudio Micheloni, il quale parteciperà alla giornata inaugurale insieme a Sergio Zavoli (giornalista e senatore), Pier Ferdinando Casini (presidente della commissione Affari esteri ed emigrazione del Senato), Valentina Paris (componente della commissione Lavoro della Camera), lo studioso Sandro Cattacin dell'Università di Ginevra e gli organizzatori Domenico Mesiano e Stéphane Marti. Per l'occasione sarà proiettato anche un film documentario con immagini di repertorio e testimonianze dei sopravvissuti.

All'epoca, l'incidente di Mattmark suscitò scalpore in tutta Europa perché si presentava come una tragedia annunciata. Se, infatti, per la sicurezza della diga (ancora oggi una delle centrali idroelettriche più grandi d'Europa) furono effettuati innumerevoli sondaggi geologici, calcoli geofisici, trivellazioni e perizie glaciologiche, non fu adottata nessuna misura di prevenzione per i luoghi dove alloggiava la manodopera e non furono individuate vie di fuga in caso di slavine, nonostante il ghiacciaio Allalin avesse dato segno, negli ultimi anni, di pericolosi movimenti e frane. Questo probabilmente per ottimizzare i tempi e i costi. Ma la sfortuna volle che ad essere travolte furono proprio le baracche degli operai piazzate a occhio sotto la lingua del ghiacciaio, e con esse i poveri lavoratori che vi si rifugiarono pensando di evitare la slavina. Bisogna aggiungere che se l'incidente non fosse successo alle 16.30, ma a ora di pranzo, il ghiaccio avrebbe sommerso più di 600 operai.

In quegli anni, a indignare l'opinione pubblica fu anche l'esito del processo, che vedeva come imputati alcuni dirigenti dell'impresa addetta ai sondaggi e del consorzio incaricato della costruzione della diga. All'accusa di omicidio colposo il tribunale rispose con alcune multe e un'assoluzione completa degli imputati in quanto la catastrofe non era prevedibile, sebbene le perizie tecniche avessero riscontrato une serie di inadempienze nel sistema di sicurezza e di errori di calcoli progettuali.

Tutto ciò accadde nella civilissima Svizzera, diventata uno degli Stati con il maggior livello di sicurezza sul lavoro grazie anche all'intenso dibattito che suscitò la sciagura di Mattmark in quegli anni. Va ricordato che durante il boom economico degli anni Sessanta, la Confederazione aveva un grado di sicurezza sui cantieri e nelle industrie tra i più bassi dell'intera area Ocse. E a farne le spese fu la manodopera estera richiesta per attività a bassa qualifica, ossia gli italiani emigrati, che in massa oltrepassarono le frontiere elvetiche in cerca di un lavoro. In quel decennio persero la vita più di mille connazionali.

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