Recchioni: «Rischioso e provocatorio, Dylan Dog non è solo horror»

Autore e curatore per 10 anni, il fumettista romano ha reinventato il personaggio: «Sclavi mi notò per “Mater Morbi”. Un film? Strippoli sarebbe il giusto regista»
PESCARA. Roberto Recchioni ha guidato il rilancio di Dylan Dog come curatore dal 2013 al 2023, traghettando l’indagatore dell’incubo in una nuova dimensione, tra saghe in continuity, l’anomalo e irresistibile Dylan 666 e albi di culto come “Mater Morbi”, prima del passaggio di testimone a Barbara Baraldi. Ora torna protagonista in tv, dove ha firmato il soggetto e la sceneggiatura de “L’Ombra”, la nuova serie Rai dei Manetti bros, e in libreria dal 27 ottobre con la rivisitazione «audace e attualissima» di Romeo e Giulietta, “Questi piaceri violenti”. Ma il suo nome è indissolubilmente legato a Dylan Dog, di cui ha segnato un quarto di vita. Nonostante lo snobismo iniziale.
Recchioni, il suo Dylan Dog in un aggettivo.
«Provocatorio. Rischioso».
Sono due.
«Imprevedibile».
Tre!
«E sono solo i primi che mi vengono in mente…».
Perché è imprevedibile?
«Perché porta il lettore in una condizione di disagio, non sai mai cosa sta per succedere né dove si andrà a parare. Dylan può morire, tornare. Perfino il suo intero universo può finire, a un certo punto. Insomma, imprevedibile».
È la sua eredità.
«In realtà, il Dylan Dog di oggi è in totale discontinuità rispetto al mio lavoro».
Ma anche il suo è stato un ciclo di rottura con il passato.
«Sclavi (Tiziano, ndr) voleva dare nuova linfa al personaggio, rinnovarlo. Mi notò con “Mater Morbi”, la mia storia più importante».
Riavvolgiamo il nastro fino all’inizio: come ha conosciuto il fumetto?
«Quasi per caso, avevo 12 anni».
Un “caso” che le ha cambiato la vita.
«Mi ci sono avvicinato solo perché non c’era di meglio da comprare, quel giorno».
Ma come… Dylan Dog, Sclavi, Bonelli…
«Ero un 12enne piuttosto snob (ride, ndr). Leggevo soprattutto fumetti d’autore».
Si è ricreduto subito?
«Più che altro, ho capito che era possibile unire vena autoriale e via popolare. Ne ho comprati a valanga, da lì».
A un certo punto, su quegli albi compare la sua firma.
«Sono arrivato come autore sotto la direzione di Mauro Marcheselli, poi Giovanni Gualdoni a cui sono subentrato anche come curatore».
L’esordio, però, con Massimo Carnevale.
«Sì. Ho lavorato da subito con storie che sentivo molto mie, vicine al mio gusto».
Quindi “Mater Morbi”, Sclavi. La svolta.
«Con Tiziano abbiamo iniziato a discutere della possibilità di dare un’evoluzione significativa a Dylan come personaggio, come universo. Nuove storie, nuovi personaggi, nuovi archi narrativi. Il contratto doveva durare quattro anni, poi sono diventati dieci».
Poi l’inversione di rotta.
«A un certo punto Tiziano ha sentito la necessità di riportare, come amo dire, il veliero su rotte conosciute. Io non sentivo quella necessità».
Ma l’esclusione dai festeggiamenti per i quarant’anni le ha dato fastidio. O no?
«Non penso ci sia stata una volontà malevola dietro, forse un’incomprensione interna. Certo, ho rappresentato un pezzo di storia di Dylan Dog, venire escluso mi sembra un fatto così strano da apparire bizzarramente accidentale».
Ambiguo.
«Voglio dire, non credo affatto che la Bonelli abbia pensato: “Lo escludiamo e non lo noterà nessuno”. Se fosse voluto, il messaggio sarebbe: “Per dieci anni vi abbiamo dato un prodotto sbagliato che ora vogliamo dimenticare”. Ecco, non penso che sia questo».
E il lavoro di Barbara Baraldi, oggi, le piace?
«Ha una visione e una missione affidatale da Tiziano molto precisa, molto diversa da quella che avevo io, e la sta portando avanti con coerenza».
Comunque, il suo sarà ricordato come il Dylan Dog del cambiamento.
«Oggi è ancora accolto molto bene dai lettori a cui piace il mio stile. Sicuramente, contiene alcune delle mie storie migliori di Dylan: “Anna per sempre” è nei miei top cinque».
Ma il barbuto Dylan 666 potrebbe tornare, magari in un Color Fest?
«Improbabile».
Categorico.
«Da autore, penso che quella narrazione si sia conclusa. Non so se mi piacerebbe tornare su quelle rotte, anche se sono numeri che ho amato».
Allora passiamo al cinema, altra sua grande passione: quale regista potrebbe portare Dylan Dog sul grande schermo, oggi?
«Non un americano, non ha quella sensibilità».
Un inglese?
«No, dietro Dylan Dog c’è il tocco di un italiano, riversato nel mondo inglese».
Non ci tenga sulle spine.
«Paolo Strippoli! Un suo Dylan Dog mi divertirebbe moltissimo».
La voce più fresca dell’horror italiano.
«Sì, ma c’è un errore di fondo, secondo me e anche secondo Tiziano».
Quale?
«Dylan Dog non è un horror. È un dramma del grottesco, una commedia del surreale, poi, sì, è anche un horror, nella stessa misura in cui è anche un fumetto d’azione, politico e molto altro. Il segreto del suo successo è appunto questo: è tantissime cose insieme».
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