Renzo Paris: vi racconto il mio ’68 gioioso e visionario

18 Aprile 2018

Lo scrittore di Celano ricorda il suo anno fatale in un libro in uscita domani «Di quei giorni rimpiango la giovinezza ma detesto l’ideologizzazione forzata» 

«La cosa che rimpiango del Sessantotto è la giovinezza. Ciò che detesto invece è tutto quello che ne è seguito: l’ideologizzazione forzata, la proposta di una linea politica sbagliata e soprattutto il fatto che non siamo riusciti a fare fino in fondo quello che ci eravamo proposti nella vita».
A 50 anni di distanza e nonostante le celebrazioni retoriche del mezzo secolo, Renzo Paris ha una visione disincantata dell’anno che avrebbe voluto cambiare il mondo. Marsicano di Celano, 74 anni, poeta, romanziere e critico, Paris la racconta, questa sua idea dell’anno fatale della contestazione giovanile, in “Sessantotto visionario”, un libro di 98 pagine edito da Castelvecchi, in uscita domani. Aveva 24 anni, Paris nel 1968, ed era uno studente universitario a Roma. Il libro ripercorre passo dopo passo le occupazioni, le manifestazioni, le lotte del movimento studentesco, come sul palcoscenico di un teatro.
Paris, che ’68 racconta nel suo libro?
Ho scritto un memoir per differenziarmi dalla pletora di libri di tipo sociologico che immaginavo sarebbero usciti nel cinquantennale. Volevo raccontare quello che era capitato a me, dall’inizio alla fine di quell’anno. Quindi, un’esperienza privata e insieme pubblica.
Non crede che si sia fatta troppa retorica su quell’anno?
Sì, sopratutto si è dimenticato che fu un anno in cui i giovani erano contenti di incontrarsi all’università per parlare dei loro problemi e della loro vita. Fu un anno gioioso, insomma, che finì in maniera tragica quando i leaderini politici cominciarono a tirare fuori dall’armadio i marxismi-leninismi e il rapporto con la classe operaia. Più procedeva la ideologizzazione e più si perdeva l’anima pop del movimento, la sua natura creativa. L’anno dopo il 1968, tutto finì nella lotta tra fascisti e antifascisti che aprì al terrorismo. La gioia si tramutò nello slogan della gioia armata.
Perché accadde questo soprattutto in Italia?
Io dico che allora cominciò l’epoca post-moderna: furono riproposte tutte le linee rivoluzionarie che avevano perso nel c orso della Storia.
Perché Sessantotto “visionario”?
Visionario per diversi motivi, non ultimo la “papagna”, il decotto di oppio che molti degli studenti fuori sede avevano bevuto da neonati. Serviva a farli dormire per tutto il tempo in cui i genitori lavoravano in campagna. Quel papavero, fonte di visioni paradisiache, fu poi proibito nel 1957, anche se i contadini continuarono a coltivarlo. Altre visioni riguardarono le riproposte di proprio tutte le linee perdenti del comunismo mondiale e la voglia di una libertà nuova, legata a una timida rivoluzione sessuale, che vedeva impegnati entrambi i sessi.
Nel libro si parla delle ragazze del movimento del Sessantotto: come erano quelle ragazze?
Le ragazze del Sessantotto, più dei maschi, cercavano una vita più libera, a cominciare dal vestire che rivoluzionarono. Non copiarono più le madri e iniziarono a uscire da sole per lo shopping. La Chiesa non le frenò più e iniziarono le convivenze, le piccole comuni. Oggi può far sorridere le ragazze dell’epoca di Internet, ma allora la Chiesa contava molto, soprattutto per i matrimoni. L’università era diventata l’unico luogo di incontro in città, come una discoteca di oggi. La parola sesso era finalmente pronunciabile.
Che ricordo ha delle occupazioni notturne?
Avevamo paura che i fascisti della facoltà di Legge potessero entrare a Lettere attraverso il rettorato, e di notte alcuni di noi facevano la guardia. Avevamo ancora negli occhi l’assassinio di Paolo Rossi, nel 1966 proprio davanti a Lettere, in seguito a un attacco di fascisti armati di bastoni chiodati.
Come inquadra quell’anno, mezzo secolo dopo?
La televisione era in bianco e nero, con un solo canale. Poi ne venne un secondo, ma non si parlava mai della politica, della gente. Il conformismo dominava nella vita di tutti. Un esempio, dopo le nove Roma era deserta e le piazze rassomigliavano a quelle metafisiche di De Chirico.
Volevate uccidere simbolicamente il padre. Anche lei lo voleva?
Non ci siamo riusciti, siamo rimasti figli a vita. Io poi amavo mio padre, povero angelo. Quella mi sembrava una faccenda borghese.
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