Rifugio di tutti, la visione di Yona in Abruzzo

L’opera “profetica” di Friedman lasciata a No man’s land, il museo all’aperto nelle campagne di Rotacesta di Loreto
LORETO APRUTINO. No man’s land (Nml) Foundation e il “Rifugio di tutti”: moduli abitativi adattabili alle esigenze – temporanee – della collettività che si impongono alla riflessione con drammatica attualità in tempi di esodo di massa e di emergenza sanitaria come quella attuale che per la sua globalità non ha precedenti .
Quello che si va accumulando sotto il cielo di Rotacesta, il terreno nel cuore della campagna vestina sede del progetto Nml, va guardato con gli occhi della consapevolezza e con legittimo orgoglio (abruzzese) nel poter vantare sul territorio le proposte visionarie di Yona Friedman, l’architetto franco ungherese, scomparso di recente, teorico dell'architettura mobile modulare, trasformabile in base alle esigenze della collettività.
Proprio in Abruzzo negli ultimi anni Yona Friedman in collaborazione con Jean-Baptiste Decavèle aveva messo in atto operazioni che prepotentemente pongono l’Abruzzo all’avanguardia nel dibattito sul ruolo dell’arte nel mondo contemporaneo. Il Rifugio di tutti – un assemblaggio di moduli realizzati con cerchi di ferro ricoperti con materiale trasparente, struttura di base per chi ne ha bisogno, riparo provvisorio disponibile per chiunque – è un luogo per stare insieme in modo creativo perché vive dell’energia di chi vi trova riparo. «Un rifugio esportabile come idea in qualunque luogo del mondo, un po’ come il concetto alla base delle analoghe installazioni No man’s land, No man’s city, No man’s station, e prossimamente No man’s river” dice Dora Stiefelmeier, direttore artistico di Zerynthia associazione per l’arte contemporanea odv e membro del comitato scientifico della Fondazione No man’s land.
«Abbiamo creato una nuova tipologia di tenda, meraviglioso!» esclamava Friedman. Entusiamo e stupore hanno da sempre accompagnato la sua architettura rivoluzionaria, racconta Dora.
Il Rifugio di tutti a Rotacesta è una tenda che non chiude, non è buia né ancorata al terreno, ma partecipa alla vita intorno e la vita intorno entra in essa. «Nessuno pensa che sia possibile passare una vita intera in un rifugio di questo tipo», osserva Dora; «è però anche vero che quando non si ha più niente perché si fugge – che era la condizione di Friedman quando durante la guerra era fuggito dai nazisti – il prototipo del rifugio diventa un punto fermo seppure temporaneo, una sorta di pit-stop per recuperare la forza e l’energia per ripartire. Attualmente sono in movimento milioni di persone nel mondo, un processo enorme e inarrestabile. Bisogna inventare nuovi contesti abitativi che rispondano a questi movimenti». E il pensiero corre alle tende della Protezione civile montate in questi giorni fuori dagli ospedali per fronteggiare la diffusione del coronavirus in Italia.
Le installazioni di Rotacesta (Loreto Aprutino) si estendono su un’area di due ettari e sono «a misura d’uomo», pensate e realizzate per e con la gente: un grande arazzo naturale di pietre bianche; un dizionario immaginario inciso sui tronchi di 220 alberi di noce e il “Museo senza pareti”, una grande struttura composta di mille canne di bambù. Centinaia di scolaresche del territorio, studenti di varie accademie di Belle arti e di università italiane e straniere sono già familiari con questo luogo.
Un vero e proprio laboratorio di residenza a cielo aperto, modello di educazione alla cultura condivisa in uno scenario globale mutevole quanto imprevedibile.
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