Salvatores si confessa: l’Oscar, le paure e il Casanova con Servillo e Serraiocco

BARI. Un rilassato Gabriele Salvatores, dopo la proiezione al BiF&est del suo fanta-cyberpunk Nirvana (1997) si confessa, nel corso di una partecipata master class al Teatro Petruzzelli. Lasciandosi...
BARI. Un rilassato Gabriele Salvatores, dopo la proiezione al BiF&est del suo fanta-cyberpunk Nirvana (1997) si confessa, nel corso di una partecipata master class al Teatro Petruzzelli. Lasciandosi andare ai ricordi, racconta di quell’Oscar vinto nel 1991 con il film Mediterraneo, di una malattia superata e dell’attuale paura della creatività: la persona più citata dell’incontro è il suo personale analista. Al Bif&st, il regista presenta oggi Il ritorno di Casanova con Tony Servillo, Fabrizio Bentivoglio e la pescarese Sara Serraiocco, in sala dal 30 marzo con 01.
«Nel 1980», racconta il regista, «ho avuto una malattia e il medico, che mi aveva dato quattro o cinque anni di vita, mi disse telegrafico: “cerchi di mettere a posto le sue cose”. Per fortuna si era sbagliato, ma da allora decisi che dovevo fare tutto quello che volevo. Lì per me è scattato un altro modo di vivere e il cinema è diventato il sostitutivo della realtà». Passando a un altro soggetto, il regista parla dell’Oscar vinto per Mediterraneo: «Non so se lo meritavo davvero. È stata una botta di fortuna, mi è andata bene, un po’ come il morso del ragno che ti fa diventare da un momento all'altro Spiderman. Io ero esattamente uguale al giorno prima, ma la gente ormai da me si aspettava tutt'altro. Ho usato questo particolare superpotere per fare quei film che in Italia non ti lasciano mai fare. Una cosa che mi ha permesso di alzare sempre più l'asticella della creatività». «Questa statuetta», ha continuato Salvatores, «ha tante regole. Non la puoi cedere, né vendere perché l'Academy, in caso, potrebbe sempre chiederti di restituirla. Io per anni non l'ho neppure tenuta in casa, l'avevo messa in banca. Solo da poco l'ho collocata sulla mia libreria. È molto pesante, perfetta per fare da sostegno ai libri». Confessa di avere tanta paura, poi, quando gira i film. «Mi ricordo la prima scena di Educazione siberiana», racconta Salvatores, «dove si vedeva un fiume in cui tracimavano alberi, animali e detriti. Scappai nella mia roulotte. Era qualcosa di più grande di quanto potessi sopportare. I film non li puoi fare da solo», sottolinea, «per questo è qualcosa di vicino alla vita. Quello che ti fa paura è qualcosa che devi affrontare e guardare in faccia. È sempre cosi per me nei film. Ora ne sto già preparando un altro e anche questo mi fa paura, ma devi affrontare questa paura e lasciare il più possibile libera la tua testa».
Del suo analista, alla fine, cita una frase, che descrive bene il suo attuale rapporto con la realtà: «Persa l'illusione di cambiare il mondo, a volte galleggio, a volte affondo».