Saturnino, Barbella e gli altri all’Expo di Milano

Viaggio fra le meraviglie artistiche e storiche della regione: dalla Madonna del latte di Giacomino da Campli alla Bolla della Perdonanza celestiniana
MILANO. Se la biodiversità italiana è uno degli argomenti intavolati per la maggiore con l'Expo 2015, la biodiversità dell'arte italiana secondo Vittorio Sgarbi, raccontata fino al 31 ottobre all'interno del padiglione Eataly (ingresso gratuito, orario 10-23), è un compendio di bellezze che va letto e riletto. Una ricca selezione di opere d’arte dal Trecento al secolo scorso provenienti da chiese, musei, istituzioni e importanti collezioni private, capolavori scelti in giro per il Belpaese da Sgarbi che articolano un percorso diviso in sezioni regionali, componendo quello che il curatore ha definito “Il Tesoro d’Italia”.
C'è anche l'Abruzzo a dare il suo apporto di bellezza. E ce ne è tanta di bella arte abruzzese a testimonianza di come la nostra regione abbia contribuito con talenti artistici in tanti momenti della storia italiana. Da Giacomo da Campli a Nicola da Guardiagele a Saturnino Gatti, da Francesco Paolo Michetti a Costantino Barbella a Teofilo Patini. L’ambizione della mostra è quella di segmentare una materia complessa come la “geografia artistica italiana” in episodi coerenti tali da far emergere le peculiarità della produzione di ogni regione, spiegano le note di curatela dell'esposizione, concepita avendo come riferimento il metodo indicato nel Novecento dal grande Roberto Longhi, impegnato nello studio della storia dell’arte come geografia e storia dell’arte italiana, per riconoscere in ogni regione caratteristiche originali, un criterio che ispira, qui, la scelta di pitture, sculture e oggetti nelle diverse parti d’Italia.
«Si documenta così dalla Valle d’Aosta alla Sicilia la varietà genetica di alcuni grandi capolavori concepiti da intelligenze, stati d’animo, emozioni che indicano la natura dei luoghi che li hanno generati», fa notare Sgarbi, «un coro che restituisce l’immagine dell’Italia, un mosaico da cui esce un'unità costruita sulla varietà».
In mostra si contano più di 200 opere, un allestimento che se soffre un po' in respiro per via degli spazi, regala invece un bell'impatto del “genius loci” di ogni regione. A significative opere prestate da musei e istituzioni italiane, come gli Uffizi di Firenze, Capodimonte di Napoli, l’Accademia di San Luca di Roma, la Galleria Nazionale di Parma e quella di Urbino, si affiancano “tesori segreti” provenienti da luoghi meno accessibili - tra cui piccoli borghi con le loro raccolte civiche e le loro chiese - e soprattutto da importanti collezioni private, dalla Molinari Pradelli alla Koelliker, dalla Franco Maria Ricci alla Luzzetti, fino alla collezione pescarese di Venceslao e Rosanna Di Persio, che hanno prestato ben 10 opere per questa mostra, generate dal pennello di artisti come Guido Cagnacci, Antonio Mancini, Michele Cammarano, Anton Pitloo.
Tra queste c'è un notevole autoritratto giovanile di Francesco Paolo Michetti (1851-1929) che si aggiunge agli altri tesori abruzzesi selezionati da Sgarbi: una scultura lignea di inizio XIV secolo (Sant’Anna Metterza) proveniente dall'Arcivescovado di Chieti, la quattrocentesca “Madonna del Latte” di Giacomo da Campli (documentato dal 1461 al 1479) venuta dalla parrocchia camplese di Santa Maria in Platea, l'Ostensorio di Francavilla di Nicola da Guardiagrele (1388-1456/9), pezzo del Tesoro di San Franco, due sculture in legno del '400 raffiguranti San Sebastiano, quella strepitosa del Museo Nazionale dell'Aquila di Saturnino Gatti (1463-1518) e quella di Lucoli di attribuzione contesa con Giovanni di Biasuccio (ca.1435-?), la “Flagellazione” del Maestro del retablo di Bolea, attribuita a Pedro de Aponte, tela cinquecentesca del Museo capitolare di Atri, il piccolo busto “La Scannese” di Costantino Barbella (1852-1925) da una collezione privata di Pescocostanzo, la veduta di “Vico Paradiso a Castel di Sangro” firmata da Teofilo Patini (1840-1906) e conservata nella Pinacoteca Patiniana, “La Majella” dipinta da Michele Cascella (1892-1989) del Museo nazionale d'Abruzzo, e infine la Bolla della Perdonanza celestiniana del 1294, depositata, dopo il terremoto, in un forziere della caserma della guardia di finanza a Coppito, all’Aquila.
Bella e corposa, la presenza abruzzese è però solo un piccolo nucleo del concentrato di capolavori in mostra. Vengono dalle altre regioni grandiosità come “Davide con la testa di Golia” di Tanzio da Varallo, “Elemosina di San Lorenzo” di Bernardo Strozzi, “Cena in Emmaus” di Agostino da Lodi, le “Madonna con il Bambino” di Andrea Solario oppure Ludovico Carracci e quella “dei Denti” di Vitale da Bologna, il “San Luca” di Cosmè Tura, il “San Paolo” di Masaccio e il “San Girolamo” di Donatello, la “Vergine” di Guido Reni e la “Virgo advocata” di Antonello da Messina, un “Cristo in pietà” di Giovanni Bellini, il “Ritratto di domenicano” di Lorenzo Lotto, quello di Pietro Aretino di Tiziano e quello “di giovinetto” del Pontormo, la “Veduta ideale” di Canaletto e un Trittico di Andrea della Robbia, la “Santa Lucia” di Bernardo Cavallino o “Agar e Ismaele” di Mattia Preti. Ma anche le opere di Nicola Filotesio, in bandiera di Marche ma nato nel 1480 ad Amatrice, o di Mario de' Fiori, in seno al Lazio ma nato a Penne nel 1603. E poi ancora, dopo questi voli tra regioni e secoli, avvicinandoci alla storia più recente, scorrono in mostra Morbelli, Casorati, Induno, Carrà, Boldini, Morandi, Severini, Burri, Balla, Savinio, de Chirico, Gemito, de Nittis, Boccioni, Burri, Guttuso, Sironi.
E non manca l'arte di oggi, con le concomitanti mostre, curate da Sgarbi, sugli artisti contemporanei di ogni regione d'Italia - per l'Abruzzo “Sinapsi blu + Galassie” di Alberto Di Fabio - e sulla “Immagine dell’Italia attraverso la fotografia”, dove l'Abruzzo è rappresentato da Nicola Smerilli. Tutte opere, quelle della mostra "Il Tesoro d'Italia", anche poco frequentate dal grande pubblico o inedite (e qui disponibili una accanto all'altra), che documentano, in modo significativo, la densità della trama artistica italiana, in saecula saeculorum.
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