Scott Henderson «La mia vita? Una chitarra blues»

26 Ottobre 2016

Il musicista americano in concerto domani a Spoltore «Preferisco suonare in un club pieno di donne...»

di Giuliano Di Tanna

«L’Abruzzo? Credo di aver suonato a Pescara, ma non ci giurerei. Negli ultimi vent’anni, faccio due tour europei all’anno in Europa; le città e i nomi si confondono in una nebbia. A volte non so nemmeno dove mi trovo». La vita di un musicista sulla strada è faticosa e non fa sconti a nessuno. Ne sa qualcosa, Scott Henderson, che ha passato almeno 40 dei suoi 62 anni sulla strada, fra concerti e sale d’incisione (si legga il box a destra). Domani quella strada porterà il chitarrista americano a Spoltore dove, si esibirà al Loft 128 (il biglietto costa 16,50 euro e si può comprare su Ciaotickets; è previsto anche un ingresso con cena più concerto che costa 35 euro. Per informazioni e prenotazioni: 3939779688), in trio con Romain Labaye al basso e Archibald Ligonniére alla batteria. Alla vigilia del concerrto, che fa parte di un tour mondiale, Henderson ha raccontato al . Centro due o tre cose sul mondo musicale (quello del jazz, del blues e del rock) in cui ha deciso di vivere fin da quando, ragazzino a West Palm Beach in Florida, si innamorò di Jimi Hendrix e e Jimmy Page.

E’ diverso suonare davanti a un pubblico europeo rispetto a uno americano?

Non è tanto il continente o il Paese che fa la differenza, quanto il luogo in cui si suona. Se si suona in un club si ha un tipo di reazione diverso rispetto a quello di un teatro dove le persone sono sedute in comode poltroncine. In questo secondo caso c’è da aspettarsi meno entusiasmo. Poi dipende molto dal sesso.

Cioè?

Be’, se nel pubblico ci sono più donne che uomini stai sicuro che la risposta è meno ingessata, più scatenata.

Lei quale dei due tipi di pubblico preferisce?

C’è da chiederlo? Quello in cui le donne sono in maggioranza (ride ndr). Ma il pubblico che preferisco in assoluto è quello un po’ ubriaco. Ci piace divertirci quando suoniamo.

Lei ha suonato con l’Elektric Bandi di Chick Corea negli anni Ottanta: com’era?

Non mi è piaciuto. Non andavo d’accordo con Chick. Io non piacevo a lui e lui non piaceva a me.

Perché?

Per la questione di Scientology. Chick è influenzato fortemente da Scientololgy. Anche i tecnici di quella band erano quasi tutti membri di Scientology. Ci sono stato solo tre mesi, poi me ne sono andato.

Ha suonato anche con Jean-Luc Ponty e Joe Zawinul: brutte esprienze anche quelle?

No, affatto. Jean-Luc è una bella persona, con la quale è facile suonare. Joe è uno dei miei musicisti preferiti in assoluto. Nella sua band ci sono rimasto per quattro anni.

Quali sono i chitarristi che l’hanno influenzata di più?

Uhh, ce ne sono così tanti. Da Hendrix, a Jimmy Page, Ritchie Blackmore, Jeff Beck, Johnny Winter.

Per un chitarista c’è più libertà nel rock o nel jazz?

Non c’è grande differenza. La musica va suonata con intensità, quale che sia lo stile. L’importante è essere sempre creativi.

C’è più spazio in Europa o in America per il jazz e il rock blues?

Più qui e in Asia. In America i generi più seguiti sono il pop e il country. Questa è la ragione per cui tanti musicisti jazz e blues americani emigrano in Europa per gran parte dell’anno.

Qual è il disco che porterebbe con sé su un’isola deserta?

Anche qui ce ne sono tantissimi. Direi: Led Zeppelin II, The Band of Gypsys di Hendrix, alcuni dei Weather Report come Night Passage, Heavy Weather Tale Spinnin’, Black Market, e poi Nefertiti di Miles Davis e Giant Steps di John Coltrane.

Tanti chitarristi rock, a partire da Duane Allman, hanno detto di essere stati influenzati da un classico di Davis come Kind of Blue. E’ stato così anche per lei?

Sì. Anche se Davis l’ho scoperto attraverso i Weather Report. Ma, sì, quel disco è fondamentale.

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