«Senza Aroldo non volevo più recitare, sono tornata ma oggi il teatro mi delude»

La signora della scena italiana racconta le sue estati a Roseto degli Abruzzi «Andavo col mio primo marito Mario Chiocchio, Renato De Carmine, Buazzelli...»
di Anna Fusaro
TERAMO
Sessant’anni di matrimonio con il teatro. L’amore arde sempre, come il sacro fuoco dell’arte, anche se il mondo s'involgarisce e la crisi azzanna il palcoscenico. Fiera come una leonessa, Giuliana Lojodice va avanti. Indomita come la protagonista de “La professione della signora Warren”, il 13 novembre ha aperto con il dramma di George Bernard Shaw tra gli applausi del Comunale la 10ª stagione teramana di prosa della Società Riccitelli. Il giorno dopo, attesa dall’impegno della replica in doppia recita, ha rilasciato questa intervista al Centro.
Signora Lojodice, prima volta a Teramo. Impressioni?
«Non avevo mai portato uno spettacolo a Teramo. Mi son trovata bene, bel pubblico, bel teatro, purtroppo in palcoscenico abbiamo avuto freddo, i camerini erano molto caldi ma in scena si gelava. Ci siamo arrangiati, ci siamo fatti forza col temperamento. È stato un po’ un sacrificio, come del resto questo tour un po’ forzato. Tre recite in due giorni sono una fatica ma capisco che i teatri cerchino di risparmiare sulle date concentrando le recite. La famosa spending review, arrivata come una mannaia anche su noi che non c’entriamo niente».
Col regista Giancarlo Sepe rinnova una lunga collaborazione.
«Con Giancarlo ho fatto tanti spettacoli, otto testi, poi mi sono allontanata dal teatro quando se n’è andato Aroldo (Aroldo Tieri, Corigliano Calabro, 28 agosto 1917 – Roma, 28 dicembre 2006. attore di grande spessore, compagno sulla scena e nella vita di Giuliana Lojodice dai primi anni Sessanta ndr) nel 2006. Ho ripreso nel 2007 da sola, cosa che pensavo di non riuscire a fare. Però si va avanti, si supera. Oggi però mi è tornata la malinconia di chiudere».
Perché?
«Perché accadono cose che fanno male a me e ai miei compagni. Penso alla tragedia del teatro Eliseo. Si chiude, non si chiude, si vende, non si vende. Un'incertezza durata sette mesi che ha spaesato il pubblico e messo gli artisti a disagio. Sono stanca, delusa, una situazione indecorosa. Sono molto affezionata all’Eliseo, con cui lavoro da quarant’anni. E quest’anno festeggio sessant’anni di teatro. Sto pensando di fermarmi perché non intendo chiudere la carriera con un teatro che non mi piace. Esco molto provata dalle date fatte all’Eliseo (produttore dello spettacolo, ndr), abbiamo debuttato il 21 ottobre e chiuso l’11 novembre, con il tutto esaurito solo negli ultimi giorni perché prima il teatro non ha fatto comunicazione. Ultimamente l’Eliseo ha proposto un guazzabuglio di robetta che non c’entra niente con la sua storia. Ho accettato “La professione della signora Warren” solo per la presenza del produttore privato Francesco Bellomo, che mi volle per “La signora Frola”, che andò iper bene. Ma ho posto la condizione della regia di Giancarlo Sepe, poiché il testo aveva bisogno di pulizia e di un ammodernamento. Giancarlo è come un fratello, con lui io e Aroldo siamo stati molto uniti, lavorando insieme 12 anni. Aroldo ha dato una forza improvvisa e nuova a Giancarlo. Li legava una stima e un’amicizia reciproche fortissime».
Cosa le manca di più del lungo sodalizio artistico e personale con Aroldo Tieri?
«Tutto. Il suo modo di essere, lo stile, il rispetto per questa professione, la fermezza con cui decideva e conduceva in porto le cose. Un uomo senza mezzi termini. Uomo e attore speciale, che si imponeva con la sua tempra di calabrese. In scena mi manca tantissimo, non vedo un eguale carisma e personalità, e mi rendo conto del sacrificio che ha fatto, solo per me, continuando a recitare fino a 84 anni. Quando si è ammalato mi sono fermata anch’io per assisterlo. E non volevo più lavorare. La mancanza di una tale personalità accanto ti fa sentire senza guida, senza stella polare. E poi il pubblico amava la coppia, ci voleva insieme. Un viaggio che sembrava infinito e invece si è interrotto».
Che ricordo ha delle estati a Roseto degli Abruzzi?
«Andavo al mare a Roseto con il mio primo marito Mario Chiocchio, abruzzese. Lui aveva lì con i familiari di Pescara una casa molto bella. Roseto era un posto molto carino, con un mare splendido. Io e Mario frequentavamo Renato De Carmine, Tino Buazzelli, anche loro lì. Non era Cap d’Antibes ma si stava veramente bene. Una località adatta a una coppia come noi con un bimbo piccolo. A Roseto son sempre stata molto contenta. Ho bei ricordi. Purtroppo il matrimonio è durato poco, ma a Mario voglio molto bene, sempre ottimi rapporti, padre straordinario. Poi il destino dispone diversamente».
Poco cinema ma importante. Poi il ritorno con “Una piccola impresa meridionale”. Come l’ha convinta Rocco Papaleo?
«Ho letto il trattamento (testo che sviluppa il soggetto e precede la sceneggiatura, ndr) e già mi era piaciuto molto. Mi piace Rocco, non è banale, è colto, sensibilissimo. E così ho fatto questa cosa curiosa, in cui ho recitato in dialetto pugliese il ruolo della madre d Rocco. Mi sono divertita, il film è bello e affronta col sorriso temi importanti. Vale la pena fare anche i film considerati commerciali. Sono divertenti, sono regali.
Grazie al film di Rocco ho ricevuto un altro regalo da Aldo, Giovanni e Giacomo, che mi hanno voluto a Milano per “Il ricco, il povero, il maggiordomo” (uscita l’11 dicembre, ndr), dove interpreto la mamma di Aldo. Ho scoperto tre persone straordinarie, professionalissime, entusiaste. Hanno accettato qualsiasi condizione ponessi. E così ora sono entrata in questo circuito commerciale divertente, in cui mi chiamano a fare la mamma, perché l’età è quella. Vuol dire che se smetto col teatro ci sarà il cinema. Perché no?».
Con la famiglia è andata via da Bari a 7 anni. Sente in lei qualcosa della terra d’origine?
«No, niente. Non ho amici, né parenti, non posseggo nulla in Puglia. Mi piace molto ma non ho un afflato personale. Del resto cosa posso ricordarmi? Papà era di Corato, e lì mi hanno invitato a inaugurare il nuovo teatro. Sono andata perché era giusto farlo. Quando sono a Corato mi sento una di loro. Ma resto una cittadina del mondo».
Chiudiamo con un pensiero sul teatro?
«Spero che il teatro non finisca nelle mani di improvvisatori e persone superficiali. Purtroppo sta avvenendo questo. È un territorio troppo debole perché non sia preda dei leoni. Ma spero che le gazzelle come me continuino a correre».
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