Setak si racconta: «Dormivo con papà quando stava male. Primo live a 6 anni»

L’intervista a uno tra i protagonisti della festa per i 40 anni del Centro: «Il salto di carriera grazie alla band di Donatella Rettore»
PESCARA. Nicola, in arte Setak, ha appena compiuto quarantuno anni. Consacrato dalla critica nazionale, amato dal pubblico, ha posto lui stesso un unico limite volontario al successo più facile: il novantacinque per cento delle sue canzoni sono scritte in dialetto abruzzese. Quando era già uno strumentista (chitarrista di successo apprezzatissimo dagli addetti ai lavori), i produttori e i colleghi gli dicevano: “Ma proprio in abruzzese dovevi scrivere?”. Non lo fa per posa, è accaduto: a partire dal suo nome, che richiama il setaccio, gli strumenti antichi, legnosi, basici, i suoi antenati, dinastie che lo hanno preceduto: contadini, artigiani, gente di montagna.
Nicola, come forse già sapete, è nato e cresciuto a Penne. Prima di diventare direttore del Centro (ammetto la mia ignoranza) non lo conoscevo: adesso, quando faccio il pendolare sulla A24 e guido di notte, lui è sempre nella mia playlist (lo scoprirà solo leggendo questa intervista). Anche io con il mio gobbo musicale, ne ho bisogno quando guido da solo.
Raccontami un dettaglio personale, uno di quelli che finiscono nelle biografie delle rockstar internazionali.
«(Ride) Ma io non sono una rockstar internazionale!».
Suuuu… non sottilizziamo, un segreto d’artista.
«Non finirà in nessuna biografia ma se vuoi ti racconto una cosa buffa».
Ohh, finalmente.
«Lo hai voluto tu. Io, se faccio un concerto, ho sempre il gobbo elettronico con le parole delle canzoni».
Interessante.
«Però non lo guardo mai».
Ma allora a che serve, scusa?
«Serve a me: ne ho bisogno per un piccolo fatto che mi è accaduto quando ero bambino».
Cioè?
«C’era una recita scolastica, ero alle elementari. Avevo una parte di cui ero orgogliosissimo».
Chi interpretavi: Eolo? Poseidone?
«No, meglio ancora: recitavo il ruolo di Urano».
E che succede?
«Stavo andando benissimo, avevo rotto il ghiaccio, ma a un certo punto mi dimentico una singola parola... buio. E a quel punto succede il dramma di tanti artisti».
Cioè?
«Mi blocco. Muto. Fermo. La gente rideva. Chi poteva pensare che da allora non mi sarei fermato mai più?».
Avevi dieci anni!
«Esatto. Ma ci sono cose che non ti dimentichi mai. Pensavo che non sarei mai più salito su un palco».
Cosa è accaduto?
«Mia madre, che era una santa, mi convinse che non era accaduto nulla. Ci riuscì, una magia».
Perché mi racconti questa cosa, proprio oggi?
«Perché per me è un simbolo di come tutto, nella vita, soprattutto se fai musica, ci lascia un segno addosso. Ed è una lezione di come si può imparare da tutti gli errori della nostra vita».
Stai dicendo che se non avessi superato lo choc di Urano…
«(Ride di gusto). Non saremmo qui a parlarne, non avremmo mai fatto questa intervista».
Magari diventavi un campione di tennis.
«(Ride ancora). Nooohhh, di quello sono certo e te lo posso spiegare».
Pensa, forse sul Centro avremmo titolato: “Nicola Pomponi, un Sinner d’Abruzzo con la residenza a Monaco”.
«Macché. Al massimo un istruttore di tennis al circolo dei Parioli. Residenza una sola, con qualsiasi destino: Penne».
Da che storia vieni?
«Una normalissima storia di questa regione. Sono nato a Penne il 22 giugno del 1985».
E la tua famiglia?
«Di cultura contadina, come tutti, in paese. Mio padre Vincenzo era diventato con fatica e orgoglio ingegnere».
Allora, negli anni Novanta, eravate ricchi.
«Figurati! Forse era uno dei pochi ingegneri del tempo che non ha fatto i soldi. Lavorava come dipendente in azienda. Fu assunto all’Honeywell. E poi… ».
Cambia?
«Era passato all’Italtel, colosso delle Tlc, nel settore commerciale. Non ha fatto in tempo a godersi la sua vita. Se n’è andato, a 69 anni».
Ne abbiamo scritto, quando hai fatto quel bellissimo concerto, devoluto in beneficenza agli straordinari amici dell’Hospice di Pescara.
«Loro sono dei santi laici. Gli unici che ti aiutano. È stata una morte incredibile, che ci ha stravolto tutti. Come se nostro padre ci fosse stato rubato».
Senza preavviso, intendi.
«Un giorno ci dice: “Che strano, mi sento la lingua rasposa”. Un fastidio, pensi, invece era il segnale di allarme che ti manda il corpo».
Vi preoccupate, lo spedite a fare gli esami.
«E cosi scopriamo il puntino nero che lo ha ucciso».
Un puntino?
«L’unica cosa che si vedeva negli esami un piccolo, minuscolo, maledetto puntino nero sulla testa del pancreas. Lo stesso tipo di tumore di Steve Jobs».
Incurabile.
«Un assassino perfetto. Te ne parlo perché quel giorno è cambiato lui, la mia vita, il nostro rapporto, tutto».
Racconta.
«Per fortuna non ho rimpianti, eravamo legati visceralmente e molto simili fisicamente. Anche se non capisco subito, qualcosa dentro di me si accende: un allarme. Dal giorno del puntino gli dico: “Papà, stasera dormo con te”».
E lo avete fatto?
«Subito. Dormiamo tutti i giorni insieme. Fino al suo ultimo. La malattia, per me, è stata uno strano film horror tra capire e non capire, tra amore e dolore».
Cioè?
«Ecco, non capire significa anche proteggersi. Il riflesso istintivo del malato. L’oncologa di Pescara, la dottoressa Marta Caporale, straordinaria professionista, ci sta spiegando, in poche semplici immagini, tutto quello che sarebbe accaduto».
Il decorso della malattia.
«Esatto: i tempi, la parabola, la velocità. Noi ci proteggiamo, lui soprattutto. Ma io sapevo».
È un calvario che ti porti dentro.
«Per sempre. La dottoressa ci dice: “Molto presto avrà voglia di vomitare. Poi gli mancherà l’equilibrio. E dopo non si reggerà in piedi. Quindi dovrà essere allettato. Io e mio fratello ci guardiamo».
Tu ti stringi a lui.
«Come una catena. Un giorno vede su Internet che annullavo le date dei concerti. E protesta: “Ma cosa stai facendo? Perché?”. E io a inventare scuse».
E tua madre?
«Stavano insieme da quando aveva tredici anni. È come se accadesse a lei. Non ne parla facilmente: “Non ci credo, non è vero. Non voglio saperne nulla!”. Sai che per me quella è la massima forma di amore. Era con lui, condivideva tutto con lui».
Due uomini, un padre e un figlio che dormono insieme.
«Nel lettone di casa, il lettone molto abruzzese. E ci diciamo cose folli, di notte: “Siamo immortali. Domani faremo questo. Ti voglio bene. Anche io”.
Condividete anche la malattia.
«Tutto. Il pudore che scompare le necessità e i dolori terribili. Un giorno siamo inondati di bile, incredibilmente sollevati quando tutto torna a posto. E lui: “Mi fai la macedonia?”».
Il sollievo, che dura un attimo.
«Mi dovevo girare a piangere, sul mio lato».
E poi?
«Il cronoprogramma della morte si compie, come un orologio. Il funerale, come se non ci fossi. Lo vedevo da fuori. E di botto ti ritrovi solo».
Come ti senti.
«Vedovo. Vedovo di mio padre».
È bello che trovi la forza di raccontarlo.
«In parte è un modo per curarmi. In parte perché vedo tanti che soffrono due volte: il pudore, il bisogno di aiuto, il timore di chiedere e di condividere. Vorrei che le mie parole potessero aiutare qualcuno. Quante cose ho imparato nell’hospice».
Sei cambiato anche come artista.
«C’è un prima e un dopo. Se sento la registrazione di un mio concerto io capisco subito se è “prima” o “dopo”. Ancora devo farmi la cicatrice: era il 6 giugno del 2025».
Che figlio eri?
«Io? Sono sempre stato molto emancipato. Però tu sai che i tuoi ci sono per qualsiasi cosa. Vorrei essere padre così».
La musica è una passione che ti arrivava da lui.
«Era un grande appassionato. Era in gruppo, suonava l’organo Hammond negli Zetifilus».
E con che musica sei cresciuto?
«La sua: Led Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd, Creedence, Beatles, già nel biberon. Nell’autoradio, in casa: “Metto un disco?”».
Quando inizi a toccare uno strumento?
«Da piccolissimo, la chitarra, ovviamente. Ricordo il brivido di orgoglio sentendo gli zii che dicevano ai miei: “Suona Santana paro paro!”».
Ah ah ah. Paro paro.
«E poi il mio primo gruppo, i Manina».
Al liceo?
«Il mio primo concerto “pagato” l’ho fatto a 6 anni! Manina sta per Marco, Nicola e Nazereno. I miei amici inseparabili ancora oggi».
Hai avuto anche un altro maestro.
«Sì, Vincenzo Tartaglia. Un amico di papà, il genio che mi ha cambiato la vita».
Come maestro di letteratura?
No, anche dal punto di vista artistico. Era un musicista geniale, ma, a differenza di Battiato, era uno che non aveva nessun senso del denaro e dello star system».
Ha anche scritto?
«Dei pezzi strumentali molto belli».
Tu hai dedicato un brano potente a lui.
«Nel mio primo disco c è la sua unica registrazione ufficiale. Suona la chitarra sulla traccia di un mio brano, su “alè alessa’”».
Eravate legatissimi.
«Si. Profondamente. Un giorno mi chiama la moglie e mi dice: “Vieni, Nicola! Vincenzo sta per morire. Ti vuole salutare”».
E tu corri.
«Era pittore, erudito, maestro di massoneria esoterica. Letterato. Era uno che ha creduto tanto in me».
E quell’ultimo incontro per te è stato qualcosa di magico.
«Era allettato, per lungo tempo non presente, non parlava quasi più. Ma quando mi vede si distende in un sorriso. Dice a sua moglie: “Annie! Vamme a pijà na chitarra?”».
Una specie di miracolo.
«No, è la musica. Prende la chitarra. Dopo venti minuti stavamo suonando insieme. Ecco cos’è la bellezza di un paese: in un attimo ci sono trenta persone nella stanza ad ascoltare. Applausi. Sorrisi. Lui mi dice delle frasi, è felice».
E poi?
«Esco. Dopo qualche ora mi chiama Annie e mi dice: “Vincenzo è morto”. Te lo dico perché c’è una cosa pazzesca che ho imparato da lui».
Quale?
«Mi ha insegnato il silenzio nella musica».
Racconta ancora.
«Pensa che a dieci anni avevo smesso di suonare: la gente rideva mentre suonavo. Mi sentivo una scimmia».
E ti butti sul tennis.
«Giocavo da semi professionista. Una buona seconda categoria. Mi allenavo con Zugarelli».
Vedi che potevi diventare campione?
«Mai. Il tennis non perdona una sola cosa: l’emotività».
Sei emotivo?
«Lo considero un pregio, se ne ho qualcuno. Io avevo una testa molto particolare».
Cosa intendi?
«Sedici anni, inquietudine, troppi dubbi».
Qualsiasi attività, quando arriva all’eccellenza, è così?
La sintesi migliore sul tennis è questa. Devi essere Maradona per novanta minuti tutti i giorni e tutto l’anno. Guarda di Sinner quanti ne hanno scritto, perché solo due volte si è fermato in una carriera sfavillante».
Quando ti sei fermato tu?
«Mi sono operato 2 volte al cercine glenoideo».
Un incubo?
«No. Una liberazione. Esco dal rettangolo di sabbia rossa come se uscissi da una prigione. Un amico del paese, Cristian Panico, mi dice: “Ti va di farti una suonata?”. Ed è stato come tornare al mio amore di sempre avendo imparato da un’altra donna».
Università?
«Economia a Pescara. Non volevo deludere mio padre e mia madre. Poi mi trasferisco a Roma».
Come nella tua canzone dedicata all’A24!
«Vado a insegnare tennis come aiuto di Zugarelli. Ma il salto è enorme: vivere a Roma, che scoperta se arrivi da Penne».
Mi sembri Nanni Moretti che in ‘Caro Dario’ grida: “Mica male Spinaceto!”.
«E infatti prendo casa lì, dopo l’Eur al Torrino».
E ti trovi bene nel quartiere?
«Scherzi? La stessa noia del paese senza il bello del paese».
Era il 2005.
«Esatto. Ma ero a Roma! Arrivare a Roma da Penne era come ritrovarsi a Gardaland tutte le mattine».
Difficile inserirsi?
«Siiiii! Roma non è come Londra, dove vengono tutti da fuori. Devi trovare, dentro il parco giochi, il tuo spazio giusto».
Ad esempio?
«Il Circolo degli artisti. Dove comanda la musica. E poi i locali che mi danno da mangiare: il Fonclea, Contestaccio, Mahalia, Pimm’s, il Big Mama».
Dovevi attraversare la città.
«Ecco, per me che venivo dal paese era un incubo. Ti confesso un segreto?».
Certo.
«A volte, per paura di fare tardi, dormivo in macchina».
Un’altra cosa bella.
«Suonavo per strada ovunque: a piazza Trilussa, in ogni angolo di Trastevere, a Piazza Navona».
Avevi una Porsche? Una Mercedes?
«Sei un provocatore. Una Ford Fiesta a Metano. Pensa che la parcheggiavo lontano perché mi vergognavo».
E quando andavi via?
«Pronta la scusa se ti offrivano un passaggio: “No, grazie: sono venuto con il taxi”».
Cosa impari dalla città?
«La differenza sociale. Il ricco a Penne c’è: ma non vive fuori. Sta con te dalle elementari. Torno a fare il maestro di tennis, al Paolo Rosi (l’ex Parioli), e quei ricchi romani mi sembrano ufo».
Ah ah ah. Ad esempio?
«Hai un ragazzetto che va a scuola allo Chateaubriand».
E poi?
«Anche quando suonavo scoprivo che molti, tra chi faceva musica, erano ricchi. C’era una selezione tra chi poteva permettersi la gavetta e chi no».
E tu?
«Resistevo grazie alle serate più il tennis. Senza scialare. Se qualcuno diceva: “C’è una festa a Capalbio, venite?”. Rispondevo: “Peccato, ho un concerto”. Ma quella differenza restava. A Penne eravamo tutti insieme, tutti mischiati: a Roma tutti divisi, anche quando non sembrava».
E ora cos’è Roma per te?
«Ora la conosco benissimo perché ho suonato e vissuto ovunque. È con la musica che scopro il mondo».
E il tennis?
«Ho iniziato a potermi permettere di posare la racchetta dal 2020».
Sei ricco?
«Ehhh…. Mi piace vivere bene, non mi manca nulla».
Quanto hai pagato la scelta del dialetto?
«Meglio fare un altro lavoro che fare una musica che non mi piace».
E Londra?
«Ci ero arrivato dopo un periodo di grande crisi. Depressione molto forte. Vado a vivere a Londra. Dovevo capire chi ero. Quattro pound l’ora. Datemi una racchetta».
Fai un’istantanea di quella Londra.
«In Inghilterra pensi di incontrare i Beatles o i Talking Heads negli studi, prendere il caffè con gli Stones, ma parlavo quasi sempre napoletano».
Quando fai il primo salto?
«Grazie a Donatella Rettore faccio la mia prima esperienza professionale: mi prende come chitarrista. Lì nella band incontro Fabrizio Cesare, amico e compagno di viaggio nella musica fino ad oggi».
Pagato bene, giri sempre in tour…. Bel periodo.
«(Ride). Due parole sole: “Splendido splendente”».
E inizi il tuo cammino da solista.
«Non pensavo di poter andare al Tenco, arrivo secondo».
Poi “Blusanza” nel 2018: sentendolo ora è come il De André di “Anime Salve” più Clapton più il blues.
«Non sfottermi. Anche qui un titolo: Abruzzo Nashville sola andata».
Ti scopre Ernesto Assante, indimenticabile scopritore di talenti di Repubblica.
«Ecco un dono: mai visto, mai conosciuto. Scrive articoli fantastici su di me. E poi mi chiama dicendomi: “Sei il mio Paul Simon”».
Bello, no?
«Pensavo di essere in uno Scherzi a parte».
“Assamanù”, il grande salto.
«Potrebbe essere uscito oggi. Quando lo risento, io che sono molto severo con me stesso, mi accorgo che ha una stabilità artistica».
Ti chiamano da Medicins sans frontieres: “Caro Nicola, abbiamo sentito ‘Curre Curre’, vorremo farci un video”.
«Vedendo il video oggi sembra concepito tutto insieme. Eravamo alla stesa latitudine: entrambi parlavano della condizione di chi si trova ai margini: gli invisibili».
E quando lo avevi immaginato?
«A Londra: dopo due settimane ero sotto i lavapiatti, nel gradino più basso della società. Uno che non aveva scelta».
Msf aveva i sottotitoli dall’abruzzese?
«(Ride di gusto). No, pensa. Hanno capito senza capire le parole».
Vinci il premio Tenco.
«Certi premi ti caricano. La soddisfazione più grande è quando ti scrivono gli stranieri. Ascoltatori di altri mondi».
I fan, “i setakkers”. Dimmi il più sorprendente.
«Un fantastico olandese, Greg Nielsen. Mi segue quasi ovunque».
E il Fan club.
«Loro mi trattano come se fossi Dio. Io sono sempre incantato».
Un’altra storia.
«Elena. Era una fan che organizzava un bellissimo festival a Teramo. Poi ho scoperto che si chiamava Elena Di Tommaso, che ha due anni più di me. E ora lavoriamo insieme. Poi i festival: pensa a Rewind. Uno dei più belli d’Abruzzo».
Chi altri?
«La mia squadra: Chiara Giorgi. Mio fratello Nazareno e i fantastici musicisti con cui suono… il circolo magico».
Il setaccio magico…
«C’è un fan di Correggio, Lorenzo Favella, lo sceneggiatore che ha inventato “Vivere!”, un pazzo amico adorabile».
Altri che ti hanno dato fiducia?
«Andrea Scanzi. Mi chiamò alla Gaberiana quando non mi conosceva nessuno. Tra le scintille (non vorrei dimenticare nessuno), Paolo Talanca, Donatella Di Pietrantonio, che per me non è solo una scrittrice incredibile ma un’amica e concittadina, e…».
Chi?
«Mimmo Locasciulli. Me lo ritrovai di botto a un concerto mio. Mi disse cose che mi hanno caricato tanto, gli voglio molto bene e siamo amici».
E Donatella?
«Che dire? Era la mia dentista quando ero piccolo, sorrido grazie a lei. Ci sentiamo ogni due giorni».
Parliamo di questo benedetto dialetto.
«Il dialetto per me è il sentimento e la mia scommessa è stata quella di far diventare musicale l’abruzzese, un dialetto molto duro. Ora lo adoro e non ha bisogno di traduzione.
Ad esempio?
«”M’arcummanne”. Mi raccomando, ma in realtà è già di più, non una domanda, una certezza, un legame».
E il nuovo disco?
«Tra i meandri del tour mi concentrerò. Un docudisco. Ho già tutto in testa».
Il segreto della tua chitarra?
«C’è. Ho un rapporto fisico viscerale, quasi sessuale. Un altro braccio, anche quando scrivo. Parto da un’idea, una melodia. Poi pizzico le corde e vado».
Setak è stata un’invenzione geniale. Chi ha avuto l’idea?
«Il setacciaro? È la mia storia. Magari divento presidente della Juve, sempre figlio e nipote di setacciaro sono e rimango».
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