Simona Cavallari a Pescara: racconto una donna fragile, io per amore lo sono stata

25 Febbraio 2024

L’attrice sul palco con “Dialogo di una prostituta con un suo cliente” «Un testo rivoluzionario e attuale di Dacia Maraini che commuove»

PESCARA. Due personaggi sulla scena, che prestano corpo, voce e anima a un testo di grandissima intensità. Sarà al teatro Massimo di Pescara lunedì 4 marzo “Dialogo di una prostituta con un suo cliente”, prodotto dalla Patagonia Pictures, che vede protagonista l’attrice romana Simona Cavallari, affiancata da Federico Benvenuto.
La regia è di Guglielmo Ferro, che riporta sul palco la profonda e quanto mai attuale opera di Dacia Maraini, scrittrice toscana innamorata dell’Abruzzo, tanto da scegliere di vivere a Pescasseroli. Al centro dello spettacolo, la figura della donna, scandagliata in ogni sfumatura, che arriva in città proprio nel mese in cui si celebra la Giornata internazionale a lei dedicata. Nel ruolo della prostituta Manila, una straordinaria Simona Cavallari, che si è raccontata al Centro.
Simona, come si è preparata a incarnare un personaggio così intenso?
Penso che la maggior parte delle donne abbia avuto qualche amore sbagliato, che le ha fatte sentire inadeguate, non valorizzate. Questo cliente è un ragazzo giovane da cui lei prende subito le distanze perché si accorge che potrebbe piacerle; poi, nonostante si renda conto di chi è veramente lui – arriva a chiamarlo “occhi di serpente” – non può fare a meno di esserne attratta. Avendo avuto esperienza di un amore un po’ malato, ho cercato di estremizzare il più possibile quella sensazione. Per una prostituta tutto questo è ancora più denigrante. Quella di Manila è una condizione estrema di sfruttamento, di umiliazione, pur essendo stata una sua decisione quella di fare questo lavoro.
Che donna è Manila?
È una donna molto istruita e allo stesso tempo è una donna che ha un disperato bisogno d’amore, quindi con tutte le conseguenti fragilità. Nella prima parte dello spettacolo è lei che conduce il gioco, ma poi i ruoli si capovolgono completamente e lei si rassegna al fatto che lui vuole solo sfruttarla. La sua forza e la sua sicurezza erano solo una forma di difesa. Non è davvero una donna forte, perché le basta un uomo attraente che per un attimo le fa credere chissà cosa a farla sciogliere e diventare fragile. Ha avuto una bambina da pochi mesi, a cui nel finale rivolge parole come se la volesse proteggere da tutte queste brutture.
Il testo della Maraini è ancora profondamente attuale. Come viene recepito dallo spettatore?
Se penso alla condizione della donna negli anni Settanta, quando lo ha scritto…si poteva votare da poco, c’era il delitto d’onore in Italia, Dacia Maraini è stata rivoluzionaria. Il punto di forza dello spettacolo è proprio la sua attualità: la sofferenza amorosa è globale, i rapporti tra uomini e donne si sono complicati; ci sono tante difficoltà, famiglie che si sfasciano. Il pubblico che non conosce il testo un po’ ne resta scioccato: è molto esplicito e molto forte, ma racconta cose profonde. A teatro si percepisce tanta attenzione e commozione, c’è molto “rispecchiamento”. Non è necessario essere una prostituta per riconoscersi in una donna fragile e innamorata, ci sono tante relazioni tossiche.
Lei ha esordito giovanissima. Che ricordi ha di quegli anni?
A me è capitato per caso, non avevo il fuoco sacro che hanno tanti attori, volevo fare la ballerina classica. Ho dei ricordi, però, molto belli. Ero minorenne, i miei mi accompagnavano; mio padre aveva un bar e lo vedevo poco, quando andavo a lavorare era un sogno perché spesso mi accompagnava anche lui e potevo godermelo. Non avevo frequentato una scuola, i miei non c’entravano nulla con questo mondo, eppure riuscivo bene, mi dicevano che mi veniva naturale. Dai 14 ai 20 anni ho lavorato moltissimo, facevo due o tre sceneggiati l’anno. Il mio lavoro mi è piaciuto e mi piace, ho conosciuto tante persone, ho imparato ad andare in moto, a guidare un motoscafo, sono andata in elicottero, ho fatto la giocoliera…sono tutte ricchezze. Mi piace proprio l’essere artista.
Ha all’attivo numerosissime esperienze, tra piccolo e grande schermo e teatro. Cosa sente più suo?
Mi piace tanto il set perché si viaggia, mi piace creare atmosfera con le persone della troupe, c’è sempre qualcuno che diventa amico. La mia migliore amica l’ho conosciuta quattro anni fa sul set di “Storia di una famiglia perbene” e non ci siamo più perse. Amo la possibilità di conoscere gente nuova e viaggiare, ma professionalmente il teatro ha tutta un’altra intensità. Le mie cose in televisione neanche le guardo, trovo sempre difetti, con il teatro si può migliorare: è bellissimo fare una o due stagioni di uno spettacolo, più lo metti in scena più diventa un orologio perfetto, hai la possibilità di andare in profondità, scoprire cose nuove. Al teatro non ho mai rinunciato. È anche il pubblico, però, che fa lo spettacolo e a Pescara c’è un pubblico molto attento e appassionato.