“Stampone. Game Over” è la mostra regina di Castelbasso 2024

18 Luglio 2024

L’artista teramano nel borgo con lavori fatti in un trentennio  «Chiudo il mio cerchio tra il mare di Roseto e il Gran Sasso»

TERAMO. “Prendere il sole a Castelbasso”, più che una citazione (da Alighiero Boetti) di raffinata ironia concettuale, la presa d’atto di un percorso di vita dall’infanzia a oggi per Giuseppe Stampone, artista di origini teramane internazionalmente noto per i suoi disegni tratteggiati con la penna Bic, 50 anni tondi e una imponente retrospettiva a lui interamente dedicata in arrivo nella medievale Castelbasso, frazione di Castellalto in provincia di Teramo, per la nuova edizione di Castelbasso borgo della cultura, progetto promosso e organizzato ogni estate da Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, presieduta da Osvaldo Menegaz.
Arte contemporanea dal 27 luglio al 31 agosto con la doppia personale “Giuseppe Stampone. Game Over” a cura di Ilaria Bernardi, a Palazzo De Sanctis (3 piani espositivi più la piazzetta antistante) e a Palazzo Clemente. Con “Game Over” Stampone sintetizza la sua intensa ricerca – dove la responsabilità sociale e politica dell’arte è centrale – che volutamente si fa risalire agli anni dell’accademia (dove oggi insegna) coprendo poco meno di un trentennio. «Abbastanza», dichiara l'artista, «per chiudere il mio cerchio magico tra il mare di Roseto e il Gran Sasso d’Italia, un anello di 27 chilometri all’interno del quale sono nati i miei migliori lavori. Altrove nel mondo viaggio, intreccio relazioni, ma in Abruzzo creo». «Era giusto», continua «che questa ricognizione, ultima in ordine di tempo dopo importanti personali, collezioni con grandi maison, sei biennali, due quadriennali, avvenisse nella mia terra, alle pendici del mio Gran Sasso a cui io e Maria Crispal, mia moglie, guardiamo incantati come si guarda un film della Paramount (opera “The show must go on”, 2015, ndr) per ricominciare prossimamente in uno spazio nuovo tutto mio a Isola del Gran Sasso, dove sto costruendo la mia scuola /fondazione Global Education». Se a Palazzo Clemente l’allestimento si fa «più intimo», fa notare l’artista, in quanto incentrato sul disegno (a penna Bic) punto di partenza per elaborare opere immersive site specific, grandi installazioni ambientali, interventi di arte partecipativa mirati a «ri-educare la collettività» – su tutte l'installazione di alcuni disegni su banchi da scuola “Le 18+1 invenzioni che cambieranno il mondo” (2008) – quello che si snoda sui tre piani di Palazzo De Sanctis è un corpus complesso di lavori ripartiti per grandi temi e riunito mettendo insieme contributi dalle innumerevoli collezioni pubbliche e private nel mondo. «Né ho risparmiato il mio contributo emotivo», tiene a dire. «I tre livelli espositivi seguono le mie personali ossessioni, ovvero l’arte per me salvifica, l’esperienza dell’emigrazione vissuta sulla mia pelle, le radici e il mio amato Abruzzo».
Il percorso prende il via con l’installazione “Prendere il sole a Castelbasso” realizzata con le sedie a sdraio del suo lido del cuore frequentato fin dall'infanzia, a Roseto. Quindi “Saluti da L’Aquila, lavoro dedicato alla tragedia del terremoto, progetto di denuncia, documentazione e osservazione critica. E il progetto su Gran Sasso e Maiella “La natura delle cose” vincitore del Premio Pac 2021 del Mibac. «Di ossessione in ossessione» si arriva a quella per l’arte tout court con la rilettura in chiave contemporanea dei maestri del passato, da Antonello da Messina a Giorgione, Vermeer, fino a Giulio Paolini con l’arte povera, dal cinema di Kubrick alle fotografie di Scanno nella Collezione Pomilio (ritratti di Cartier Bresson, Berengo Gardin, Giacomelli e altri importanti autori). Quindi gli autoritratti contributo dei cari amici artisti Stefano Arienti, Ugo La pietra, Lorenzo Scotto Di Luzio. Con il video “Viaggio della speranza” in 15 stazioni come una via crucis dove campeggia l’immagine del piccolo profugo siriano Aylan morto a tre anni in fuga dalla guerra, Stampone racconta l’esperienza dell'emigrazione vissuta in prima persona, figlio di abruzzesi emigrati negli anni ’70 in una banlieu in Alta Savoia, «per questo da piccolo sono stato denigrato».
E chiude «dedico questa grande mostra a mia madre e mio padre scomparsi due anni fa, si lamentavano per le mie mostre all’estero, per loro anche Milano era troppo distante. Adesso sarebbero stati contenti».