Storia e segreti delle voci perfette anima di ogni film

Nel volume dello studioso pescarese Di Cola una ricerca completa sul cinema tratto dal Bardo
di Giorgio D’Orazio
PESCARA
La storia del doppiaggio è storia del cinema, anche se trascurata nella memoria ufficiale del grande pubblico e volutamente, come racconta Gerardo Di Cola, pescarese classe 1948, docente, storico e documentarista ma soprattutto e ancor prima grande appassionato, esperto cultore e attento studioso del cinema e del doppiaggio. A dimostrarlo, dopo il volume "Le voci del tempo perduto" (édicola editrice, 2004) è il nuovo tomo, appena edito per gli stessi tipi, "Il Teatro di Shakespeare e il doppiaggio", una pubblicazione complessa e dettagliata di 687 pagine, con una mole pignola di informazioni e delucidazioni, accompagnata da un nutrito apparato fotografico, che sarà presentata dall'autore venerdì 13 febbraio, al Mediamuseum di Pescara alle ore 17.30, con relatori e doppiatori.
Come è nato questo librone?
«Cinque anni fa, ad opera del gruppo editoriale Repubblica/Espresso, sono usciti in edicola 15 dei 37 dvd della serie "Il Teatro di Shakespeare" realizzati nel 1980 dalla BBC e poi acquisiti e doppiati dalla Rai a partire dal 1983. Mi resi conto che i crediti erano insoddisfacenti, anzi scadenti soprattutto per i doppiatori, e mi venne l'idea di ricostruirli, individuando tutte le voci di tutti i doppiatori intervenuti».
Che gestazione ha avuto questa ricerca?
«Lunga. Perché, prima di arrivare alla pubblicazione, ho voluto che il mio studio fosse completo e così, grazie anche alla collaborazione di Michele Kalamera, la voce di Clint Eastwood, e ad altri filmati reclutati con l'aiuto di 2 importanti direttori del doppiaggio come Rodolfo Bianchi e Filippo Ottoni, ho potuto estendere il lavoro non solo ai filmati della serie dvd, che tra l'altro tre anni fa è stata incrementata di altri 12 titoli, ma a circa 120 film tratti da Shakespeare».
Come li ha presentati al lettore?
«Il libro è pensato dal prologo all'epilogo con la suddivisione in cinque atti, le opere vengono trattate scena per scena, con i crediti di doppiaggio in ordine di apparizione vocale, suffragate dalle sinossi e poi dalle biografie di oltre 80 attori doppiatori».
Qual è l'importanza del doppiaggio nella storia cinematografica italiana?
«In Italia senza il doppiaggio non avremmo potuto vivere i film. È stato un fenomeno diventato necessario nel dopoguerra, non si conosceva l'inglese e le didascalie erano difficoltose da seguire anche per via dell'analfabetismo. Doppiaggio sia chiaro non solo dei film stranieri, ma anche degli italiani, ed è stato questo a creare quella voluta coltre che ha nascosto il mondo del doppiaggio. I doppiatori di attori italiani erano gratificati dal punto di vista economico, il compenso era raddoppiato rispetto ai doppiaggi di film stranieri, ma c'era un problema, che gli attori italiani non volevano si sapesse che erano doppiati, in qualche modo avrebbe screditato l'integrità della loro figura rendendoli meno credibili. La cinematografia insomma è stata alterata dal doppiaggio, ma questo non si poteva portare a conoscenza del pubblico».
In questi anni di ricerche, qual è la voce che la ha coinvolta di più?
«Quella di Giuseppe Rinaldi, come ho avuto modo di ricordare due mesi fa, quando ho ricevuto a Roma il Premio dedicato a lui, il più grande doppiatore di tutti i tempi, voce di Paul Newman, Marlon Brando, James Dean, Jack Lemmon, Frank Sinatra e altri. Mi ha consegnato il premio Francesca Rinaldi, figlia di Giuseppe e di Maria Pia Casilio, l'attrice di Paganica che fu scelta casualmente a L'Aquila da De Sica per la servetta di Umberto D, e figlia sullo schermo del "Maresciallo Rocca". Avevo 10 anni e guardavo "La gatta sul tetto che scotta", Rinaldi lì tiene un dialogo incredibile, quello tra il ragazzo e il padre, in quel momento sono stato preso dalla passione per il cinema».
Che rapporto c'è tra l'Abruzzo e il doppiaggio?
«Mi limito solo a elencare alcuni nomi importanti del doppiaggio legati all'Abruzzo, come Giò Giò Rapattoni, Oliviero Dinelli, Franco Mannella, Christian Iansante, Roberto Pedicini, Pinella Dragani e Guido Di Naccio».
Scrivendo di "Nuovo cinema Paradiso" e Vittorio Di Prima, si chiede «perché i tanti festival del cinema che si tengono in Italia non istituiscono premi dedicati al doppiaggio»: nella sua città si tengono i Premi Flaiano, perché non ne parla con Tiboni?
«Spero davvero che qualcuno in Italia riconosca prima o poi il grande valore del doppiaggio per il nostro cinema e sono d'accordo che nessuno potrebbe farlo meglio dei Premi Flaiano. Ma in generale resta il problema tradizionale cui accennavo, insomma che in Italia di doppiaggio non si deve parlare».
Sarebbe più facile allora premiare il suo libro che un doppiatore?
«Forse, ma sarebbe molto più auspicabile dar voce a chi ha dato voce a gran parte del cinema che abbiamo vissuto».
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