Su Fb i graffiti di Pompei tradotti in napoletano

21 Aprile 2018

Iniziativa del Parco Archeologico: il dialetto partenopeo conserva la sagacia della lingua di Ovidio

NAPOLI. Dalla lingua di Ovidio e di Orazio a quella di Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani. Vale a dire, i motti latini scritti sulle pareti di Pompei tradotti in napoletano dal giornalista Carlo Avvisati, scrittore e studioso di napoletanità.
Il Parco archeologico di Pompei, infatti, a partire da ieri e con cadenza quindicinale, pubblica su Facebook, tradotti nella lingua partenopea, quelli che tra i graffiti, i tituli picti e le scritte musive, trovati in quasi 3000 anni di scavi, sono i più belli e interessanti per meglio comprendere la vita civile e politica di una cittadina romana del I secolo dopo Cristo.
L’obiettivo, spiega Avvisati, è quello di coniugare la bellezza e la sagacia della lingua di Tacito, Orazio e Ovidio con la prontezza e la vivacità del dialetto napoletano, che della parlata latina è il discendente diretto. Un salto di venti secoli, eppure la sagacia e la sfrontatezza di chi scriveva sui muri di Pompei per dire del suo amore nei confronti di una fanciulla, per chiedere di votare per il proprio candidato oppure per denunciare quanto fosse di “mano lesta” Stazio, uno degli schiavi di Caio, è rimasta intatta nella trasposizione in dialetto napoletano. Così come appare preziosamente poetica la traduzione del graffito «Nihil durare potest tempore perpetuo: cum bene sol nituit, redditur Oceano, decrescit Phoebe, quae modo plena fuit, ventorum feritas saepe fit aura levis...» con «Maie niente camparrà pè ssempe: 'o sole ca ncielo sbrennette, torna a se stutà a mmare, ammanca 'a luna, ca chiatta e tunnulella fuie, e 'a tempestata 'e viento spisso se fa comme 'o sciatillo doce». Ovvero: «Nulla può durare in eterno: il sole che già brillò, torna a tuffarsi nell'oceano, decresce la luna che già fu piena, la violenza dei venti spesso diventa lieve brezza...»
La lingua che 2mila anni fa si parlava nella Neapolis del I secolo dopo Cristo ha fornito le radici al napoletano di oggi. Espressioni, parole e modi di dire che si ascoltano ogni giorno, magari con qualche errore di forma o di sintassi, come succedeva a Pompei duemila anni fa, tra i vicoli di Napoli o nelle cittadine e nei paesi che fanno da corona al Vesuvio. Come appunto sosteneva il grande archeologo Amedeo Maiuri, per quasi quarant'anni responsabile dell'archeologia campana, quando camminava per i decumani e sentiva le voci dei venditori ambulanti e le liti delle «maeste» napoletane, dirette discendenti delle dominae pompeiane, che facevano della strada il loro personalissimo palcoscenico. «Ringrazio il direttore del Parco Archeologico di Pompei, il professor Massimo Osanna», sottolinea Avvisati, «che ha creduto nell'idea e l'ha sostenuta proponendo una Pompei sicuramente fuori dagli schemi e tuttavia capace di dare l'immagine della vita politica e sociale di una città romana di duemila anni fa che appare simile alla nostra più di quanto immaginiamo».
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