“Testimone d’accusa”, il re dei gialli all’Aquila

La stagione del Tsa porta la prima messa in scena italiana del capolavoro di Agatha Christie, la regia è di Geppy Gleijeses
L’AQUILA. “Testimone d’accusa” film del 1957 con Tyrone Power, Charles Laughton, Marlene Dietrich diretti da Billy Wilder è senza dubbio uno dei migliori gialli nella storia del cinema. L’origine è un racconto di Agatha Christie, pubblicato inizialmente nel 1925 ebbe diverse edizioni per poi essere trasformato anche in una commedia teatrale. Ed è con questo magistrale dramma giudiziario, mai messo in scena prima in Italia, che apre la stagione teatrale aquilana organizzata da Teatro Stabile d’Abruzzo.
Il capolavoro della regina del giallo sarà domani alle 21 e in doppia replica giovedì alle 17.30 e alle 2 al Ridotto del Comunale, nella traduzione di Eduardo Erba, regia di Geppy Gleijeses, con Vanessa Gravina e Giulio Corso, la partecipazione straordinaria di Paolo Triestino e con Michele Demaria, Antonio Tallura, Sergio Mancinelli, Bruno Crucitti, Paola Sambo, Francesco Laruffa, Erika Puddu, Lorenzo Vanità. «Esiste la “commedia perfetta”?», si chiede Geppy Gleijeses, attore, drammaturgo, regista partenopeo. «Forse sì. Secondo alcuni critici è “Il matrimonio di Figaro” di Beaumarchais, secondo altri è “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde. Sul più bel dramma giudiziario però non ci sono dubbi: “Testimone d’accusa” di Agatha Christie. Il gioco non verte tanto sulla psicologia dei personaggi (ci aggiriamo tra simulatori occulti, assassini, grandi avvocati) quanto sulla perfezione del meccanismo», fa osservare. È infernale questo meccanismo, con un colpo di scena dopo l’altro, in un crescendo raveliano, una battuta dopo l’altra. E la costruzione “giudiziaria”? Impressionante per precisione e verità, come se l’avesse scritta il più grande giudice inglese del secolo scorso». Lo spunto, come spesso accade nelle opere della Christie, parte dalla storia di una donna tradita dal marito più giovane; ed è uno spunto autobiografico. L’autrice fu tradita dal primo marito (di cuiportò sempre il cognome) e sposò poi un uomo molto più giovane di lei. Il testo teatrale è assai più asciutto del film capolavoro che ne trasse Billy Wilder – per l’autrice il miglior adattamento cinematografico della sua opera – non concede tregua alla tensione, affonda come una lama di coltello affilatissima nella schiena di chi osserva. «Considerare la “maestra del brivido” un’autrice di consumo è come valutare Hitchcock un cineasta di serie B», rileva Gleijeses. «Agatha è un genio e tale per sempre resterà. E qui, più che in “Trappola per topi”, più che in “Dieci piccoli indiani”, questo diamante luccica in tutto il suo splendore. Naturalmente metterlo in scena richiede un cast di livello superiore e un realismo (non certo naturalismo) rigidissimi. E una dovizia di mezzi scenografici e recitativi. Vi anticiperò due particolari: in scena avremo lo stenografo che scriverà – con il particolare ticchettio – tutti i verbali del processo su una macchina stenografica autentica del 1948 (la commedia è del ‘53), i sei giurati saranno scelti tra il pubblico sera per sera, e chiamati a giurare e ad emettere il verdetto»