Tina Turner: «Io, rock star malata d’amore»

4 Marzo 2021

Il documentario ripercorre la vita dell’artista dalle violenze dI Ike, marito e partner di scena, fino al successo planetario

ROMA. Nonostante sia la biopic di Tina Turner, la cosiddetta «regina del rock and roll», si balla al suo sfrenato ritmo solo nella seconda parte. “Tina docu” di Dan Lindsay and T.J. Martin, nella sezione Special di questa 71esima edizione della Berlinale, racconta infatti all’inizio, e sicuramente con più passione, il tempestoso rapporto della cantante con Ike Turner, il musicista che ha amato perdutamente per diciassette anni fino all’annientamento. Un uomo sposato con slancio da Tina e fondatore del celebre gruppo, anni Sessanta-Settanta, Ike & Tina Turner che si sciolse nel 1976.
Ma chi era davvero Ike? Una specie di campione mondiale di machismo capace di picchiarla, tradirla con più donne alle stesso tempo, farla sentire sempre come una sua proprietà più che una persona : «Lividi, il naso gonfio, l’occhio nero, il labbro rotto erano i segni della sua proprietà. Un modo per dire: è mia e faccio quello che voglio», dice a un certo punto Tina Turner. Tutte cose queste già rivelate da lei più volte, ma questa volta ribadite in un’intervista del 2019 che è la struttura portante di questo documentario.
Il tutto arricchito dalle testimonianze di amici, figli, musicisti, giornalisti, addetti ai lavori e da quella davvero poco empatica della madre. «Ho vissuto una vita piena di vergogna e ho cercato un modo di convivere con questa vergogna», dice a un certo punto Tina Turner nel film, quasi a volersi liberare di un peso.
La sua ribellione, come racconta nel filmato, iniziò a prendere piede un giorno nel 1968 dopo essere stata selvaggiamente picchiata in macchina da Ike: «Dovetti fuggire tra auto che mi sfrecciavano a fianco». La decisione però di divorziare la prese solo nel 1976 dopo aver tentato di farla finita ingoiando cinquanta pasticche di sonnifero. Un’impresa fortunatamente non riuscita.
Nell’autunno del 1981, come racconta puntualmente il documentario, la cantante rilasciò una storica intervista all’editore musicale di People Magazine in cui raccontò, prima ancora del libro “I Tina” uscito nel 1986, gli abusi e le torture subite. Un’intervista spartiacque perché da allora divenne più che mai l’icona di una donna coraggiosa in lotta per liberarsi dal passato.
Gli anni Ottanta sono quelli della sua rinascita, del suo ritorno alla vita. Co-protagonista in Mad Max Beyond Thunderdome – per il quale ha anche fornito la sigla “We Don't Need Another Hero” –, arriva poi nel 1984 il suo album bestseller “Private Dancer” e, nel 1993, il film autobiografico “What's Love Got to Do With It” con Angela Bassett nei panni di Tina e Laurence Fishburne a interpretare Ike. Nel finale di “Tina”, documentario strutturato in modo più che classico, di scena un vero e proprio happy end da favola per chi, dopo aver sofferto tanto, è giusto che trovi la meritata felicità (omettendo, forse con giustizia, diverse gravi disgrazie che hanno colpito la rockstar negli ultimi anni).
Oltre i concerti strapieni, nella seconda parte del documentario solo il lungo amore felice dell’artista per Erwin Bach, agente musicale di 15 anni più giovane, e la sua passione per il buddismo Soka Gakkai che pratica quotidianamente nel paesino di Küsnacht, vicino Zurigo, dove ormai vive. La cantante ha infatti da anni la cittadinanza svizzera rinunciando tra l'altro, a quella statunitense che avrebbe comunque potuto mantenere, ma che forse le ricordava troppo un passato da dimenticare.
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