TRA I RICORDI NEL FOLTO DEL BIANCO

È rimasto impigliato nel setaccio l’odore che si spandeva per la cucina il profumo delle bucce di arance e mandarini messe a seccare sul piano ferrigno della stufa accesa, quella si chiamava la...
È rimasto impigliato nel setaccio l’odore che si spandeva per la cucina il profumo delle bucce di arance e mandarini messe a seccare sul piano ferrigno della stufa accesa, quella si chiamava la cucina economica. Le mani mani rosse di geloni (il giorno prima, a cercare il muschio per il presepe. Se ti avvicini e le guardi bene ha delle piccole stelline verdi). Il presepe si faceva in chiesa: tutti collaboravano nell’allestimento. Anche le statue avevano una grandezza notevole. Una in particolare riscuoteva l’attenzione: uno zampognaro. Lo odiavo, però, perché bisognava mettere cinque lire o 10 lire perché funzionasse il carillon. La carta da fondale mi faceva scoprire e amare il rosso del deserto, quelle case straniere con i tetti rotondi, le cupole e i pozzi, un mondo che non conoscevo come le palme svettanti su un tramonto arancione, fissato per sempre nella mia memoria. Le luci nel presepe rispondevano a quelle che si accendevano in paese; candeline accese si mettevano sull’albero con grande rischio; si appendevano mandarini, arance con i piccioli e le foglie. Poche le palline e fragilissime: ogni anno qualcuna si perdeva; un pettirosso cadde proprio dalle mie mani. Ma fuori la chiesa, la notte di Natale si accendeva il “focaraccio”: ciascuno dava una quota della propria legna per “riscaldare il bambino”. Questo fuoco restava acceso tutta la notte di Natale. È cambiato il Natale, certo. La fantasmagoria delle luci resiste, si riempiono le sedie nel tavolo della cucina, della sala. Si sentono profumi tradizionali, si riabbracciano i lontani, si svuotano e si riempiono i trolley. Per un momento macrocosmo e microcosmo sono in equilibrio; mancanze e presenze si bilanciano. Per quanto gli odiatori del Natale siano in aumento, è una atmosfera ballerina a cui non sappiamo resistere a cui ci abbandoniamo con intermittenza, come le luci che brillano sui balconi; tra malinconia e pensieri, tra felicità e ricordi, tra l’anno ormai vecchio e l’anno che verrà.