TRA I RICORDI NEL FOLTO DEL BIANCO

Stabat mater dolorosa. Se ne stava lì, impietrita, la madre addolorata, con il cuore trafitto dalle sette spade, ai piedi della croce, nella penombra della chiesa, appena illuminata dalle candele; le...
Stabat mater dolorosa. Se ne stava lì, impietrita, la madre addolorata, con il cuore trafitto dalle sette spade, ai piedi della croce, nella penombra della chiesa, appena illuminata dalle candele; le voci dei fedeli, più o meno intonate, si inseguivano in un canone improvvisato, sotto le volte ad arco. Rimbombavano e si spegnevano; ricominciavano. Nero e viola, nessun fiore; il dolore della madre amplificato da quello del figlio morto, il pallore della statua nel sepolcro adornato da piante bianche e filiformi che conoscevo bene. Una di esse era nata sotto il mio letto; un vaso seminato a grano da mia madre, nel cuore dell’inverno e fatto crescere al buio, protetto da coperte che toccavano fino a terra. Silenzio. Tacevano anche le campane, legate in un nodo di dolore. Le stesse campane a cui sempre i miei rispondevano con un segno di croce, e una preghiera. Per stradine e vicoli, l’orario delle funzioni era annunciato dalle “raganelle”: alcuni ragazzi portavano strani strumenti con un suono , cupo, come un singhiozzi. Si cominciava con la lunga cerimonia del Giovedì Santo, si benedivano gli olii e i ceri, in un latino storpiato con naturalezza dal dialetto. Orapronobìs, riecheggiava in questo dialogo canoro di compunzione. Però i paramenti della Pasqua, le campane e gli auguri, dopo la morte del Venerdì Santo, riconquistavano la luce, la gioia. Si scioglievano le campane; la mattina di Pasqua risuonavano libere nel cielo primaverile, insieme agli auguri. Dopo qualche forma di digiuno, anche il corpo mortificato in quaresima si prendeva la rivincita; la colazione del mattino più abbondante del solito, povera ma speciale: uova sode, fette di salame, formaggio. Tanti e suggestivi i riti abruzzesi della Settimana Santa. Dobbiamo essere grati a chi raccoglie, tramanda, ripete le usanze di un Abruzzo (enti locali, associazioni, pro loco, cittadini, antropologi, scrittori) se è ancora memoria condivisa, identità collettiva e culturale.