Trump, un presidente contro le élite della globalizzazione

9 Ottobre 2017

Gennaro Sangiuliano autore di un saggio sul leader Usa «Ha dato voce ai ceti medi scivolati verso la povertà»

«Ha vinto facendo l'esatto contrario di quello che impongono i vademecum da politicamente corretto. Mentre solitamente i candidati cercano il sostegno dell'establishment, lui ha massacrato i poteri forti, affermando quello che donne e uomini delle strada pensano ma non hanno la possibilità di dire». Gennaro Sangiuliano spiega così l’irresistibile ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca. Napoletano, 55 anni, giornalista e saggista, vice direttore del Tg1, Sangiuliano racconta la storia di questo figlio di immigrati tedeschi e scozzesi, nel suo nuovo libro, “Trump-Vita di un presidente contro tutti” (Mondadori, 22 euro, 286 pagine) e spiega il significato che avrà, oltre che per l’America, anche per l’Europa in questa intervista al Centro.
Come è nata l’idea di questo saggio?
«Il libro è un po’ la prosecuzione di quello su Hillary Clinton pubblicato l’anno scorso. Ed è il tentativo di dare una risposta alla domanda che si è fatto ogni analista e osservatore di questioni americane davanti alla vittoria inaspettata di Trump alle presidenziali del 2016. Ma è anche un tentativo di andare al di là di un certo isterismo giornalistico all’indomani della vittoria. Può non piacere, ma il dovere di un analista è di capire e non solo di avere una reazione epidermica all’elezione di Trump».
Perché “un presidente contro tutti”?
«Perché ha affermato le sue idee infischiandosene del politicamente corretto, di quella costruzione ideologica e morale. Nel libro c’è la citazione di un comico americano che ha votato per la Clinton, che ha detto: la grandezza di Trump è nel suo fottersene di tutti. Trump, insomma, è un po’ dannunziano».
E’ stato più convincente in campagna elettorale o in questo primo anno di presidenza?
«Decisamente durante la campagna. La sua vittoria va vista nello scontro mondiale tra le poche élite, che sono state avvantaggiate dalla globalizzazione, e la grande massa di persone danneggiate, soprattutto quel ceto medio che, in tutto l’Occidente, è scivolato verso la povertà. Ecco, lui ha dato voce a questa insofferenza. In questa vicenda io vedo una sorta di triade hegeliana: la vittoria di Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano del dicembre scorso. Sono tre momenti della stessa ribellione alle élite globalizzate. Il Rapporto Oxfam dice che otto persone, nel mondo, sono più ricche di tre miliardi di individui. Di quelle otto persone, sei erano elettori e sostenitori della Clinton».
Trump sta tenendo fede alle promesse fatte in campagna elettorale?
«In parte sì. Da un lato, viene tirato per la giacca dalla figlia Ivanka e da quelli che sono più vicini al vecchio estabishment anche repubblicano; dall’altro, lui sa, però, che deve tenere compatto il suo elettorato».
Qual è il segno più importante che Trump lascerà nella storia politica americana?
«E’ un dato culturale, paradossalmente, che verrà dal meno colto dei presidenti: il recupero identitario dello spirito americano più profondo, quello della Frontiera«.
E alla politica italiana ed europea c’è qualcosa che può insegnare?
«A non aver disprezzo della gente. Hillary Clinton definì miserabili gli elettori di Trump. Renzi ha definito un’accozzaglia gli elettori del No».
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