Un abruzzese in Antartide «Nel gelo è nato un amore»

28 Gennaio 2018

Simone Chicarella un giovane scienziato di Tagliacozzo ha guidato i ricercatori della missione Concordia dall'8 novembre 2016 al 23 dicembre 2017

TAGLIACOZZO. Come si fa a vivere per 13 mesi in capo al mondo, in condizioni ambientali estreme? Come ci si adatta e quali effetti producono sul fisico e sulla psiche l'isolamento, le variazioni di condizioni di luce e di buio e la carenza di ossigeno dovuta all'altitudine? A dare una risposta a questi interrogativi è un giovane scienziato abruzzese, Simone Chicarella, 34 anni, del Dipartimento di Ingegneria dell'università La Sapienza di Roma, che dall'8 novembre 2016 al 23 dicembre 2017 ha guidato una squadra di ricercatori, composta da sette italiani, cinque francesi e un belga. A Chicarella, originario di Tagliacozzo, ieri il sindaco Vincenzo Giovagnorio, in un'aula consiliare stracolma di gente, ha conferito un attestato di benemerenza per «l'onore arrecato con la sua missione alla nostra città». L'abbiamo avvicinato per parlarci di questa straordinaria esperienza.
Ingegnere, per partecipare a una simile spedizione servono particolari requisiti?
Indubbiamente. Oltre alla preparazione scientifica servono attitudini fisiche e psichiche. Come per gli astronauti. Pensi che i sette italiani sono stati scelti tra mille concorrenti.
Quale è stata la vostra destinazione?
La “Concordia”, una stazione scientifica permanente italo-francese, nata 13 anni in una località denominata “Dome C”, a un altitudine di 3.300 metri. Eravamo nel cuore dell'Antartide: un orizzonte bianco a 360 gradi. Sopra di noi la grande volta celeste e sotto i piedi migliaia di metri di ghiaccio che nascondeva paesaggi invisibili: laghi, fiumi, valli, colline e montagne. La linea dell’orizzonte era interrotta solo da alcuni edifici bassi, fra i quali le due torri poligonali color avorio della “Concordia”, alcune piattaforme utilizzate per gli esperimenti e una serie di antenne. Le condizioni ambientali erano estreme, quasi come su un altro pianeta. E' per questo che l’Agenzia spaziale europea ha scelto “Concordia” come laboratorio terrestre per studiare gli effetti che tali condizioni hanno sul fisico e la psiche dell'uomo, in vista di future missioni spaziali di lunga durata, come per esempio una spedizione su Marte.
Può parlarci delle variazioni delle condizioni di luce e di buio cui avete assistito?
Il 10 maggio il sole è sparito. Per due settimane è stata notte fonda. Si vedevano solo le stelle: è la cosiddetta notte polare. Poi all'orizzonte è apparso un chiarore, simile all'alba: è il crepuscolo polare. Fino all'11 agosto, quando è spuntato di nuovo il sole. Immagini le emozioni di quel giorno.
Rimanere per 92 giorni al buio che effetti può avere?
L'assenza di sole espone il corpo umano alla carenza di vitamine e di calcio con gravi rischi per la salute. Dal punto di vista psicologico, si può cadere in depressione. E le relazioni interpersonali ne possono risentire. Fortunatamente le nostre condizioni venivano costantemente monitorare da un medico molto preparato: era il componente belga della spedizione.
Vi è stato un momento in cui vi siete trovati in difficoltà?
Sì. E' stato a luglio. Una notte i gruppi elettrogeni sono andati in tilt e siamo rimasti senza riscaldamento. Fortunatamente siamo riusciti e riparare il guasto dopo 3 e mezza. Altrimenti ci saremmo ritrovati con una temperatura di - 80 gradi.
Qual è stato l'esperimento che vi ha gratificato di più?
Ve ne sono stati tanti. Mi piace però ricordare quello di avere reso funzionante il telescopio a infrarossi, che oltre alla luminosità permette anche di vedere il calore che emana dalle stelle. Era stato installato 10 anni fa, ma d'inverno non funzionava.
Secondo le vostre ricerche, qual è lo stato di salute del nostro pianeta? E' vero che l'emissione di gas nell'atmosfera è diminuita?
Abbiamo notato un certo miglioramento nell'evoluzione dello strato di ozono, ma occorrono altre verifiche. Purtroppo verso questo problema non tutti gli Stati dimostrano la stessa sensibilità che ha ad esempio l'Italia.
L'Italia, secondo lei, investe nella ricerca?
In questo campo sì, e molto.
Della spedizione facevano parte anche due donne. E' nata qualche storia d'amore?
Sì, tra la glaciologa, Laura Caiazzo, napoletana, ma residente a Firenze, e l'astronomo Juri De Pra, di Alpago (Veneto). E' stato amore a prima vista. La missione è finita, ma loro stanno ancora insieme.
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