Un altro inverno di Rosato fra memoria e profezia

Il nuovo libro di versi dell’autore di Lanciano è un diario sui luoghi della vecchiaia con citazioni che sono un tributo amoroso a Dante, Leopardi, Montale e Saba
Si entra in punta di piedi in “Un altro inverno” (Book 2020, 74 pagine, 12 euro, postfazione di Giovanni Tesio), la nuova raccolta di poesia di Giuseppe Rosato, poeta critico saggista con decine di libri pubblicati e insigniti di premi nazionali e profeta laico del nostro tempo. Si entra, in questo libro, con la delicatezza con cui ogni volta ci si accosta a qualcosa di prezioso, preparandosi alle risonanze - interiori, non solo metriche - di versi che, scorsi l’uno dopo l’altro, mai deludono nel liberare le loro chimiche e portano il lettore a una commozione cui è impossibile sfuggire. Non è una commozione episodica. Un tratto unisce tutto, governa tutto: l’insegnamento presente, il trasferimento di esperienza, la riflessione sulla condizione umana che quest’ottantottesimo - vivido e sfolgorante - inverno vissuto dal maestro di Lanciano sa donare.
Il sentimento del tempo accresce la sua luce, come un progredire dal solstizio d’inverno all’equinozio di primavera in arrivo. Lo si coglie ovunque, a volte espresso anche in citazioni che rappresentano un tributo amoroso a Dante, Leopardi, Montale, Saba.
Rosato dialoga con questi grandi, li chiama dentro al suo vissuto, alla sua contemplazione della natura della quale è un formidabile, commosso ritrattista; in specie dell’elemento sempre prediletto nella sua produzione, la neve («L’amor che mosse il sole aveva mosso/ tante volte per me anche la nube/ che prometteva neve»).
“Un altro inverno”, diviso in due sezioni, raccoglie 68 componimenti tutti scritti negli ultimi due anni. Sette sono contenuti nel poemetto “In queste stanze”, sorta di diario intimo “a se stesso” sui luoghi della vecchiaia, dove le stanze dell’abitazione lancianese del poeta, divenute per buona parte del giorno solitarie, sorridono al lettore, dietro l’anfibologia della parola “stanze”, in quanto possono intendersi anche quali stanze poetiche; facendo immaginare un Rosato intento alla loro quotidiana ossigenazione in ogni senso, magari mentre per un attimo ferma il respiro, contemplando un volo di rondini al di là di una finestra, nel ricordo dell’amatissima moglie Tonia, tanto evocata. «Se levo gli occhi dalle tue piantine/ vedo un cielo di rondini/ disormeggiate da chi sa che porto, / vengono dal tuo mare a ritrovare/ i nidi che sapevano sicuri/ di quando li accudivi col tuo amore. / D’innanzi al volo un’ombra/ che il sole trapassa e non disgombra/ mi ferma il fiato, poi/ la trafittura come d’una spina/ dalla pinta di rose/ mi ricorda, invece, che sono solo».
«Quasi un respiro di felicità/ quest’alito improvviso di vento,/un soffio contro il vetro a tentare/ una approdo, una riconiugazione./ Così tenue lo eclisserà, lo eclissa/ il fronte già del nuovo giorno/ che sale in fretta e ricompatta un cielo/ distante, sempre più murato, senza spiragli, senza remissione».
«Nomade in casa da una stanza all’altra/ dall’uno all’altro pulpito/ da cui si sporgono memorie a turno/ a predicare le tremende cose/ conservate nei loro reliquiari/ e non c’è scampo dall’assedio: aprire/ le finestre per far entrare luce/ da quale cielo, respirare l’aria/ ma che venga da chi, da quale soffio/ di vita che amorosa la moveva./ nomade il corpo e con sé tutto l’altro/ che non se ne partisce, vi si avvince/ stringendo ad ogni nuova volta il giro». Già da questi versi appare chiaro che chi ama l’asciuttezza (gnomica, pacata, ma pure ammiccante, divertita) di Giuseppe Rosato ritroverà in “Un altro inverno” elementi che nelle raccolte meno recenti a lungo hanno caratterizzato la sua produzione: la musicalità, la sapienza metrica, l’attenta coltivazione di endecasillabi o novenari classici; i «calibrati inciampi degli enjambement» di cui scrive Tesio; come pure le rime più inusuali e brillanti. Non sono prove di bravura – non ne ha bisogno Rosato - sono metri dell’anima. Sono piedi e accenti e sequenze su cui naturalmente va a disporsi il suo cammino poetico, come su tracce per una vita ricercate, seguite e mai perse.
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