Un’opera lirica per ricordare la Shoah

Domani al Marrucino la cantata composta da Luciano Bellini, che dirigerà l’Orchestra del Casella
CHIETI. Unica opera lirica italiana con soggetto l’Olocausto degli ebrei, Shoah. La memoria, la speranza, la vita, cantata per soli, recitanti, coro, orchestra sinfonica, elaborazioni elettroniche e video, è in programma domani al teatro Marrucino di Chieti alle 21. Shoah, presentata in collaborazione col conservatorio aquilano Casella, vedrà interpreti l’Orchestra Sinfonica e il Coro polifonico del conservatorio insieme alla Corale L’Aquila. A dirigere l’orchestra il pianista e compositore Luciano Bellini, autore delle musiche dell’opera e maestro concertatore. Il coro del conservatorio sarà diretto da Rosalinda Di Marco, mentre a guidare la Corale L’Aquila sarà Giulio Gianfelice. Voci soliste Antonella Cesari e Valerio Aufiero, voci recitanti Alessia Patregnani e Armando De Ceccon. Testi di Maria Mencarelli, curatrice anche dell’elaborazione video.
Shoah è articolata in tre parti: i Bambini, il Viaggio, Shoah. La cantata fu realizzata su commissione del Marrucino per il Giorno della Memoria 2009; ebbe poi repliche a L’Aquila, Avezzano, Roma, Pescara. Nell’affrontare il terribile tema dell’Olocausto, gli autori Mencarelli e Bellini, figli del dopoguerra e non ebrei, senza diretta esperienza dei campi di concentramento, hanno assunto nella cantata, si legge nella loro nota, il punto di vista di spettatori partecipi e consapevoli. «L’opera è dedicata alla memoria dei tanti bambini ebrei uccisi, ma anche dei bambini palestinesi, africani e asiatici sacrificati sull’altare di odiose e assurde guerre concepite oltre ogni logica e ragione».
La cantata affronta il tema della Shoah accostando lo sterminio degli ebrei a quello di altri popoli che hanno subìto lo stesso tragico destino nel corso del Novecento: armeni, zingari, curdi, slavi. I testi di Mencarelli si alternano a una selezione, a sua cura, di significative pagine di autori di culture diverse, testimoni o interpreti di quelle vicende, «con l’invito a varcare, nel compianto, le frontiere etniche, culturali, politiche. Il fluire della musica accompagna il susseguirsi di stati d’animo esprimendo i vissuti delle persone protagoniste, loro malgrado, di un evento tragico ed epico». Da Primo Levi a Baudelaire fino a De André, il pubblico sarà condotto in un percorso di parole immortali e sonorità evocative, tra melodie popolari, citazioni del passato, musiche originali.
«Siamo orgogliosi di ospitare per la prima volta sul nostro palcoscenico questa opera, in cui si intersecano molteplici forme espressive» sottolinea il maestro Giuliano Mazzoccante, direttore artistico del Marrucino. «Le parole, la musica e le elaborazioni video interagiscono, realizzando un quadro scenico suggestivo e sorprendente». Brani di poesie di Primo Levi si affiancano a versi di Charles Beaudelaire, Salvatore Quasimodo, Wislawa Szymborska, Ingeborg Bachman, Paul Celan, Joyce, Lussu, Razim Sedic, dopo l’incipit con una citazione di Giovanni Cascio Patrilli. «La cantata è un omaggio ai poeti, che hanno dato parole a ciò che sarebbe stato solo silenzio», proseguono i due autori. «Non è una strada senza contraddizioni, combattuti fra il desiderio di rimuovere il dolore e il bisogno di “narrarlo”, di conoscerlo, per fare della coscienza un antidoto a ogni pensiero totalitario e semplicistico. La cantata diventa un inno alla vita, all’arte, un elogio della diversità e della fantasia con la lirica e l’ineguagliabile testimonianza di Etty Hillesum, unita all’inedita elegia poetica di Marc Chagall». Compito delle note è enfatizzare e sublimare il senso delle parole. «La musica si estende in un linguaggio vario politonale che si spinge fino a una moderata atonalità da cui emergono di volta in volta motivi popolari o tradizionali dei singoli Paesi. Tutta l’opera si coagula intorno a un breve e intenso leit motiv, sorta di central tone che appare all’inizio e fine dell’opera e tra le parti più significative. La seconda parte in particolare è ricca di ritmi e melodie tipiche di musiche che evocano le culture di zingari, armeni, kurdi, ruandesi, slavi, mentre nella terza sono citati temi, ritmi e melismi tipici di preghiere ebraiche e di canzoncine militari tedesche. Per finire, nella parte dedicata a rom e sinti, una citazione di "Khorakhanè" (Portatori del Corano, la frangia di popolo rom di religione musulmana, ndc), splendida canzone di De André».