Un secolo fa la cannonata che segnò le sorti dell’Italia

Dal forte Verena il primo colpo di una batteria italiana contro gli austro-ungarici Da Caporetto a Vittorio Veneto: il racconto autobiografico dei soldati ora sul web
di PIER VITTORIO BUFFA
La microstoria della Prima Guerra Mondiale italiana stabilisce che il primo soldato del Regio esercito a essere ucciso da una pallottola dell’esercito austro-ungarico fu l’udinese Riccardo Giusto. All’alba del 24 maggio 1915, nella zona del monte Colovrat, il proiettile sparato da un gendarme imperiale rimbalzò sulla vanga fissata allo zaino di Giusto e gli trafisse la nuca. Quasi contemporaneamente dal forte Verena, a nord ovest di Asiago, partiva il primo colpo di cannone di una batteria italiana.
La Prima Guerra mondiale italiana iniziò così, nella notte tra il 23 e il 24 maggio 1915, dopo quasi un anno di neutralità e a poco meno di un mese dal trattato segreto che il primo ministro italiano, Antonio Salandra, aveva stipulato con gli Stati dell’Intesa (Francia, Regno Unito e Russia), già in guerra con gli Imperi centrali. Quel trattato viene ricordato come il Patto di Londra e vi si stabiliva che l’Italia sarebbe entrata in guerra contro gli austro-ungarici entro un mese.
Quella firma fu la fine di un tormentato periodo politico e sociale in cui il confronto tra neutralisti e interventisti era stato serratissimo. E fu l’inizio di 42 terribili mesi che sconvolsero il nord-est del paese e portarono alla morte 650.000 italiani...
L’atmosfera che circondava le 35 divisioni in armi ai confini con l’Impero di Francesco Giuseppe era di grande entusiasmo. La convinzione che la guerra sarebbe stata breve e vittoriosa era diffusa. L’idea che si stava concludendo il processo di unità nazionale iniziato con le guerre risorgimentali era ben radicata negli ambienti interventisti.
Il re Vittorio Emanuele III suggellò questo spirito nel suo primo proclama ai soldati: «L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire».
La vittoria arriverà dopo più di tre anni. Dopo dodici di quelle sanguinosissime battaglie che vennero poi chiamate dell’Isonzo. Dopo la disfatta di Caporetto che nell’ottobre 1917 fece arretrare il fronte fino al Piave. Dopo le carneficine nelle trincee del Carso e sulle cime alpine. Dopo la vittoriosa e decisiva battaglia di Vittorio Veneto.
La “Quarta guerra d’indipendenza” con i suoi milioni di reduci, di feriti, di mutilati divenne uno dei pilastri su cui il fascismo costruì la propria storia e la propria forza. Così di quei 42 mesi, a voler sapere, si sa tutto, fino all’azione della singola compagnia e agli ordini impartiti da ciascun comandante.
Libri su libri, memorie, documenti militari ordinati e classificati. Una massa immensa di materiale che la guerra arrivata subito dopo, la sconfitta del fascismo e la nascita della Repubblica hanno come chiuso in una soffitta facendo diventare la Quindici-Diciotto, prima del tempo, una guerra dei nonni, da leggere sui libri come quelle di Garibaldi o di re Carlo Alberto.
Poi, lentamente, di Prima Guerra mondiale si è tornato a parlare. Ma in modo. molto diverso da come si era fatto negli anni Venti e Trenta. Si è ritornati all’inizio, quando i giovani italiani partiti per il fronte scrivevano a casa di morte, fame, freddo. E di come la guerra non sarebbe stata né breve, né facile.
Si è tornati, cioè, a parlare della Quindici-Diciotto raccontando come la vissero i milioni di fanti, indagando sui loro stati d’animo e sulle loro paure, mettendo da parte piani di battaglia e ordini, non parlando più di eroi, ma di chi aveva solo fatto quello che gli veniva chiesto. E anche di chi non aveva obbedito e, stando alle regole di allora, era stato fucilato, ucciso senza nemmeno essere riconosciuto come un caduto in guerra.
Anche il nostro giornale si è inserito in questo grande e corale racconto della guerra più sanguinosa cui l’Italia abbia mai partecipato. Lo ha fatto contribuendo a rendere accessibili e facilmente consultabili i materiali autobiografici relativi a quegli anni e conservati presso l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano.
Dai mille brani selezionati e catalogati nel progetto “I diari raccontano” (vedi scheda in questa stessa pagina) emerge un profilo che sembra accomunare tutti i quattro e più milioni d’italiani che imbracciarono il fucile.
C’è il soldato che si accorge solo la mattina di aver dormito sopra un cadavere o quello che tiene il nemico nel mirino ma poi decide di non premere il grilletto. Ma c’è anche il soldato che uccide l’austriaco che gli ha fatto rotolare per terra la gavetta con il riso. C’è il sergente che non manda a processo due soldati che non erano andati all’attacco e il maggiore che uccide con la propria pistola un sottotenente impaurito. Ci sono i pidocchi dei soldati e quelli, uguali, dei colonnelli. Ci sono le gallette e la “carne in conserva”. E tanta paura. Tanta nostalgia di casa. Tanta voglia di tornare alla propria terra.
Alla fine quello che di ogni guerra è giusto che resti è proprio questo. Le sofferenze che ha provocato ascoltate dalla voce di chi le ha davvero patite. Una memoria tramandata che, della guerra, può diventare il miglior antidoto.
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