Uomini, santi e serpenti unione secolare per una società umana

di LIA GIANCRISTOFARO* I paesi della montagna fino a sessant'anni fa sono unità produttive autonome e vitali per via delle attività primarie e artigianali. La distruzione del lavoro nei paesi li...
di LIA GIANCRISTOFARO*
I paesi della montagna fino a sessant'anni fa sono unità produttive autonome e vitali per via delle attività primarie e artigianali. La distruzione del lavoro nei paesi li trasforma in non-luoghi per i loro stessi abitanti, che da decenni ogni giorno affrontano le difficoltà logistiche, la mancanza di servizi, la disoccupazione. Sono bastati pochi anni a stravolgere equilibri ambientali e travolgere prospettive esistenziali radicate.
Cocullo è un caso emblematico perché in sessant'anni vede la sua popolazione ridursi da 1200 a 246 abitanti. Negli anni Settanta, gli antropologi sono incuriositi dal profondo legame con l'ambiente che i paesani dimostrano tramite la serena manipolazione dei serpenti innocui. Serpenti catturati, custoditi e alimentati in casa, per giocare il ruolo di attori protagonisti della “finzione rituale” della loro domesticazione per mano di San Domenico abate. Grande riformatore della Chiesa, uomo di campo, predicatore e taumaturgo, questo antesignano di San Francesco d'Assisi è amato e ricordato per la sua capacità di rassicurare gli abitanti delle montagne dai tanti mali che all'epoca si incarnavano nel “selvatico”. Ma il rito, nei suoi elementi devozionali fondamentali, ovvero il Santo e il serpente, è documentato esserci dal XVII secolo, non prima.
Il rapporto “casalingo” coi temutissimi serpenti, plurisecolare quanto straordinario, indica nuove angolature per affrontare un problema apparentemente irrisolvibile. Non è detto che la vita di ogni piccolo presidio montano debba essere risucchiata dalle metropoli, così come si può superare quella paura irrazionale del serpente che, anche se innocuo, allo sguardo umano ricorda sempre il male biblico. Perciò, mentre la desolazione già attanaglia il paese, gli antropologi e i portatori di questo inusuale e arcaico "sapere pratico" notano che il rituale denuncia l'etnocidio delle montagne. Le società integrate, arcaiche e sostenibili sono sostituite da un mondo post-moderno e post-industriale che è fittizio, artificiale, iniquo e invivibile, per giunta distruttivo dei piccoli gruppi culturali che, come appunto i piccoli paesi, si ritrovano in una condizione di svantaggio, un obbligo di resa.
Spinti da questa nuova consapevolezza, i cocullesi esercitano la loro resilienza e non mollano. Negli anni Ottanta, nonostante la fine delle grandi narrazioni, a Cocullo la fede cristiana viene narrata come un rituale salvifico attuale ed eterno, un rituale di superamento da tutte le angosce per i cocullesi e per i loro ospiti che, per un giorno, accorrono a migliaia nel piccolo paese montano. Negli anni Novanta, l'intreccio tra il folklore e i mezzi di registrazione di massa, dilata il significato del rituale anziché consumarlo e involgarirlo.
San Domenico di Cocullo, una delle tante feste patronali, residuo storico di una fiorente società pastorale, diventa il simbolo di tutte le feste patronali che, nei paesi montani in crisi, per un solo giorno all'anno portano la vita e fanno sparire le ombre della morte. La politica regionale, in tempi di magra, costruisce un consenso intorno alle feste tradizionali. Feste che in passato sono strutture socio-economiche ora diventano sovrastrutture ed esprimono frammenti indigesti di memoria sociale, rischiando di diventare surreali nel momento in cui se ne pretende la conservazione pedissequa.
Gli antropologi operanti a Cocullo, primo tra tutti Alfonso Di Nola, sono scettici sull'efficacia di una protezione “imbalsamante”, indicando ai cocullesi la strada dell'impossessamento profondo del significato rivoluzionario del rituale, ovvero la rielaborazione critica e responsabile da parte della comunità.
A differenza delle ritualità nelle quali autobus e trattori sostituiscono l'impegno dei devoti, la festa resta semplice e immune da quei travestimenti medievali o folkloristici che di solito rivitalizzano le feste dotandole di spettacolarità nostalgica. Gli elementi di modernizzazione della festa di Cocullo sono gli strumenti audiovisivi, ma non creano una demarcazione tra gli spettatori e gli attori. La festa è il trionfo della simmetria e dell'uguaglianza dinanzi al Santo e ai suoi selvatici aiutanti di un giorno. Tutti i presenti si sentono protagonisti e ognuno vive l'evento in modo diretto: turisti, curiosi, giornalisti e pellegrini partecipano al rituale in tutti i suoi aspetti, che vanno dalla manipolazione dei serpenti, alla richiesta di protezione dal mal di denti tramite il suono di una campanella sita nella chiesa di San Domenico.
Un altro elemento in cambiamento positivo è il serpente, che a Cocullo oggi significa anche ecologia, vivibilità, rispetto per gli animali, tanto che gli animali catturati per la festa vengono curati, censiti, schedati e microchippati dal veterinario, come si fa per tutte le specie in via di estinzione. I cocullesi temono che i pesticidi insieme alle api facciano estinguere anche questi animaletti, ultimi e silenziosi vicini di casa in un territorio spopolato e negletto. Cocullo non ci sta a soccombere sotto una globalizzazione che sopravanza tutto e tutti come il gigante Golia e come Davide l'affronta con armi povere e una buona mira.
È proprio questo il senso di un patrimonio culturale intangibile che ci indirizza verso un modo nuovo di leggere la cultura, spostando l'attenzione da una interpretazione monumentalistica ed autoreferenziale ad una visione più ampia e antropologica, volta a valorizzare quelle forme di vita che rischiano la scomparsa sotto il ritmo incalzante della società violenta e totalitaria dei bisogni fittizi. Dall'omaggio al passato, il rituale di Cocullo diventa progettazione di un futuro sostenibile nelle periferie in crisi, diventa una corazza dei piccoli per proseguire la resistenza agli svantaggi. I valori della solidarietà tra le generazioni, della diversità culturale, del dialogo e della pace promossi dell'Unesco, sono le fondamenta di un ambizioso progetto di rivitalizzazione dell'economia e della società locale.
Cocullo ha scelto di impegnarsi in un percorso innovativo e impegnativo: una rete di comunità appenniniche unite nella devozione al Santo, grande narrazione all'interno della quale riconoscersi come figli di una tradizione condivisa. Salvaguardare la vitalità del proprio patrimonio, ponendolo al cuore di un progetto politico, economico e sociale. Vivere di cultura. Progettare il futuro con le proprie tradizioni.
. *docente
di Antropologia culturale
Università "G. d'Annunzio"