«Usare l’abruzzese per i miei brani è la sfida che amo»

4 Ottobre 2019

Il cantante pennese pubblica Blusanza: «Blues e transumanza: sentimento e appartenenza»

PENNE. D’acchito è una musica piacevole, vagamente familiare. Un giro di blues che dovrebbe accompagnare un “Alex came”, e invece viene fuori “Ha ’rrivate Alessà”. È la musica di Nicola Pomponi in arte Satek, 34enne pennese che vive a Roma e che, con eleganza e bravura, modella il dialetto abruzzese come una qualsiasi melodia cantata in inglese. Suoni di casa nostra arrangiati come suoni del mondo che trasmettono emozioni danno vita a “Blusanza”, l’album con cui Setak esordisce da solista. «È stata un’esigenza espressiva legata a un’esigenza di sincerità», spiega, «volevo che questo fosse un disco sincero, e per farlo mi sono affidato a quella che in fondo è la mia lingua materna. Di solito quando penso lo faccio in pennese, a casa mi esprimo in pennese e mi capita di farlo anche con dei non abruzzesi, come ad esempio quando concludo un discorso con una frase in dialetto, per dare enfasi, anche se chi mi ascolta non capisce».
L’idea di fare un disco cantato in abruzzese come è venuta fuori?
Il primo a pensarci è stato il mio produttore. Alcuni brani in origine erano stati pensati in inglese, ma lui mi ha detto: “Falli in dialetto!”. Lì per lì m’è venuto da rispondergli, ovviamente in dialetto, “Ma ca tu sí sceme”… Però poi mi sono reso conto che potevo farlo, e anzi farlo meglio, facendone venire fuori una cosa bella e unica, senza seguire una moda o altri riferimenti.
“Blusanza” per cosa sta?
Blues e transumanza: come dire sentimento e appartenenza, per intendere una condizione dell’anima, uno sguardo sul mondo, la ricerca delle radici e gli spostamenti continui. Il disco nasce dall’esigenza di sintetizzare tutte le mie esperienze musicali e umane, il rapporto con la mia terra e la musica con cui sono venuto a contatto.
Il nome d’arte Setak invece da cosa deriva?
Dal soprannome di famiglia. I miei antenati facevano i “setacciari”, cioè costruivano strumenti per filtrare la farina. Come da piccolo in paese ero “lu fije de lu setacciare”, così più in là ho usato Setak come nickname su internet e altro, e mi è piaciuto tenerlo come nome d’arte.
In “Blusanza” c’è un pennese stretto o comprensibile a un po’ tutti gli abruzzesi?
È un dialetto moderno come in generale lo è il dialetto che parla la nostra generazione, più “ammorbidito” rispetto a quello storico, più secco e meno musicabile. Tutte le varianti del dialetto abruzzese si sono evolute: una volta la lingua cambiava totalmente da un paese confinante all’altro, ma non è più così.
Solitamente, nel mondo dello spettacolo, siamo abituati a sentire il vernacolo per la musica tradizionale o per il cabaret.
Io non sono un fan del dialetto per fini esclusivamente volgari o ironici, che in alcuni casi poi non trovo neanche tanto ironici. Sono convinto che l’abruzzese non serva solo a parlare di porchetta e arrosticini, ma che possa essere usato per dire anche molto altro. E pure in maniera naturale: usare la mia lingua materna in una chiave nuova per me è motivo di orgoglio e una sorta di sfida, perché è una sfida esportarlo e portarlo fuori. Sogno di fare musica col mio dialetto per trasmettere, attraverso la musica cose che alla lettera capirebbe solo un abruzzese.
Che riscontri ha avuto questo progetto musicale finora?
Direi buoni. Per quanto riguarda la critica, ho ricevuto una recensione che mi è piaciuta molto su Repubblica scritta da Ernesto Assante, critico musicale importante. Molti non abruzzesi lo hanno ascoltato e apprezzato: tra chi mi ha scritto per dirmelo c’è anche uno che mi ha chiesto se cantassi in portoghese. Ma anche qui da noi ho avuto una bella accoglienza, non solo da amici e dei miei compaesani: non posso dire di non essere stato profeta in patria.
C’è stato un modello in particolareche ha ispirato “Blusanza” o la musica di Setak?
Da piccolo ero un grande fan di De André, e qualcosa deve essere rimasto dentro di me. La mia compagna mi ha regalato il vinile di “Crêuza de mä” dopo che era uscito il mio disco: riascoltando quell’album dopo tanto tempo mi sono reso conto che ciò che ascoltavo da piccolo mi era rimasto dentro ed è come se fosse cresciuto sviluppando altro inconsciamente.
Come ha iniziato invece a suonare?
Mio padre era un grande appassionato di musica, e io e mio fratello da piccoli suonavamo il pianoforte che avevamo in casa. A 6-7 anni avevamo anche fatto il nostro gruppo con un amico: ci chiamavamo MaNiNa, che era la sigla di Marco, Nicola e Nazzareno. Facevamo i nostri concerti di musica strumentale sudamericana, senza voce.
Poi ha tentato la fortuna con la musica a Roma?
In realtà nella capitale c’ero andato per fare il tennista: ero in fissa per lo sport, ma è durata poco per un’operazione alla spalla. Sono tornato tra Pescara e Penne per un po’, ho ricominciato a suonare e allora sono rientrato a Roma per prendere questa strada.
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