Velocità contro il tempo Lui pensava solo a guidare

Due automobilisti: «Diciamo che ho guadagnato 15 minuti…No, forse 12» «Vada per i 15. Che se ne fa?» Ma dov’era la lancetta del contavelocità?
La coupé si arrestò con un disperato stridere di freni al gesto perentorio che le si era levato davanti, sul bordo della strada.
«Lei», disse colui che l’aveva fermata, «ha compiuto un sorpasso davvero spericolato. Perché l’ha fatto?»
“Perché?», prese tempo l’automobilista prima di raccapezzarsi. «Perché, perché ho fretta. Ho urgenza di… Ma lei,» ci ripensò reagendo, «che diritto ha di farmi questa domanda? E poi, perché mi ha fermato? È un agente della stradale in borghese?»
«No». «E allora?! Mi domando perché mi sono fermato, poi…» E fece per ripartire. «Non è cortese non rispondere ad una domanda», tornò a dire il tale sul ciglio della strada. «E lei non ha risposto alla mia domanda». «Insomma», disse l’automobilista, «se proprio lo vuol sapere, io amo correre e fare sorpassi per giungere prima». «Prima di che, o di chi?»
«Come, di che o di chi! Prima, più presto… Sì, più presto che se andassi meno velocemente e non facessi certi sorpassi. Dovrebbe essere intuitivo!»
«E dopo che è giunto, che fa?» «Giunto dove?»
«Ci sarà un posto dove ama giungere prima, suppongo».L’automobilista fece per mostrarsi seccato.
«Insomma», disse, «io amerò correre e fare sorpassi, ma lei non c’è dubbio che ama fare interrogatori!»
Si capiva però che in fin dei conti non gli dispiaceva che il dialogo andasse avanti. Tant’è vero che continuò: «Vede, al giorno d’oggi tutti dobbiamo aver fretta, dobbiamo guadagnare tempo, dobbiamo arrivare prima. Ne converrà, è un dato caratteristico del nostro tempo». «Non ne dubito», annuì l’altro, sempre fermo sul bordo della strada. «Lei dunque, correndo e sorpassando, quanto tempo ha guadagnato, oggi?»
«Io? Quanto tempo? Mi faccia pensare… Sono in macchina dalle quindici, sono adesso, vediamo, sono le sedici e venti… Diciamo che ho guadagnato quindici minuti… No, forse dodici». «Vada per i quindici. Che se ne fa?» «Di che?» «Dei quindici minuti che ha guadagnato».L’automobilista si portò un dito dentro il colletto della camicia, proprio come aveva visto fare da certi attori, nei film, quando si trovavano in situazioni del genere. «Che me ne faccio? In quindici minuti si fanno un sacco di cose. Quindici minuti non sono mica uno scherzo! Lo sa, lo sa lei che il terremoto di Messina è durato forse meno di un minuto e tanto è bastato a far morire centomila persone!...» Ebbe la sensazione di poter prendere il sopravvento. «In quindici minuti, io… Eh, lo so ben io cosa posso fare in quindici minuti!» «Mi dica». «Sta facendo un’inchiesta sull’impiego del tempo libero?» «Può darsi». «Dunque, come faccio a dirle cosa faccio in quindici minuti… Non è che soltanto questi quindici minuti mi restino disponibili, di una giornata… Essi si assommano agli altri e…». «Mi scusi, agli altri guadagnati anch’essi correndo e sorpassando?»
«Non glielo nego. Sa, io viaggio molto». «E allora?» «Allora che?» «Allora questi minuti, tutti questi minuti che lei si ritrova diciamo così d’avanzo, come li impiega?»
«Ma non lo so, ma che cosa vuole che le dica! Leggo, vado al cinema, guardo la tv… Telefono agli amici… Non c’è mica bisogno di programmare, non è mica obbligatorio!»
«E se durante un sorpasso di quelli che usa fare lei la macchina le sbanda e lei ci lascia la pelle?»
«Ah, ma questo è un cattivo pensiero che non ci prova nemmeno ad affacciarsi alla mia testa. Io penso a guidare, e basta». «… E a premere sull’acceleratore».
«Lo ammetto. Sa che le dico? Che più accelero e più la testa mi si libera, da qualsiasi pensiero…»
«Una guida esorcistica, insomma».
«La dica come vuole. Lei, però, lei che si preoccupa tanto della mia pelle! Io la rischio correndo. E lei, se mentre sta parlando con me le piglia un infarto e ci rimane secco?»
Il signore sul bordo della strada ebbe un gesto di condiscendenza. Disse: «Mi ha convinto. Mi dà un passaggio?»
«Un passaggio? Ma allora lei, tutta questa storia era solo per… E poteva dirlo subito! Va bene, ma badi che io… io sorpasso!»
«Sorpassi pure. Gliel’ho detto che mi ha convinto».
L’automobilista prese a bordo l’ospite e partì sparato, deciso a dimostrarsi vittorioso su tutto il fronte, dialettico e autostradale, e incominciò una bella serie di sorpassi. La sua coupé superava d’infilata un’auto dietro l’altra, con facilità irrisoria, finché l’automobilista, gettando uno sguardo al quadrante, avvertì un brivido lungo il filo della schiena.
«La lancetta,» riuscì a balbettare, «la lancetta del tachimetro… Non la vedo più!»
«Per forza», disse calmo il compagno di viaggio, «la lancetta del suo contavelocità può segnare fino a duecento, ma noi adesso stiamo andando a seicento all’ora».
«A sei… Ma non è possibile, non può essere!…»
Non si accorse che parlando gridava, gridava sempre più forte perché a causa della velocità il suono delle sue parole gli sfuggiva scivolandosene dagli angoli della bocca e lui aveva la chiara sensazione di non poterle più riprendere, come se in quel fiotto d’aria non solo le parole ma anche altro, o forse tutto, e dunque per sempre, lo stesse abbandonando.
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