Veniva dalla Brigata Majella lo 007 dei ribelli del rock

L’affascinante storia del capitano Puglielli e del figlio cantante Jerry Puyell nel saggio del giornalista e autore tv Michele Bovi con prefazione di Costanzo
L’ufficiale della Brigata Majella che per primo sfilò nella Bologna liberata all'alba del 21 luglio del 1945 diventò un agente dei servizi d'informazione e sicurezza italiani e tra le missioni affidategli ci fu anche quella, decisamente originale, di sorvegliare Adriano Celentano e con lui tutti i rockers della prima ora: da Mina (all'epoca Baby Gate) a Giorgio Gaber, da Enzo Jannacci a Tony Renis, da Fausto Leali a Little Tony.
L'uomo era il capitano abruzzese Giuseppe Puglielli, che nelle foto di quella data storica per il capoluogo emiliano, marcia affiancato dal tenente Gilberto Malvestuto e dal sottotenente Pasquale Laudadio, con alle spalle i soldati del secondo Corpo polacco dell’8ª Armata al comando del generale Wladyslaw Anders. Puglielli era addetto al comando tattico dei Patrioti della Maiella, l'unica formazione partigiana decorata con la medaglia d'oro al valor militare alla bandiera.
La storia del capitano Puglielli e dei rockers italiani della prima ora è raccontata nel libro “Note Segrete: eroi, spie e banditi della musica italiana” (Graphofeel Edizioni), di Michele Bovi, giornalista, saggista e autore di inchieste televisive su diritto d'autore e plagi musicali. Le sue ricerche internazionali sugli antenati del videoclip lo hanno accreditato come massimo esperto della materia. Alla Rai è stato caporedattore del Tg2, dirigente di Raidue e capostruttura per l'intrattenimento di Raiuno. Ha ideato programmi tv come Eventi Pop, I '60 a colori, Tg2 Mistrà, DaDaDa, TecheTecheTe', Segreti Pop.
Il libro sarà presentato venerdì al “Piper Club” a Roma, alle 22, con un convegno che vedrà relatori con l’autore, tra gli altri, esperti di intelligence, Stefano d’Orazio dei Pooh, Mal dei Primitives, Johnny Chariton (The Rokers), Vince Tempera, il produttore discografico Corado Pani. La prefazione del volume, che offre un ricco corredo fotografico d’epoca, è di Maurizio Costanzo che tra l’altro scrive: «Il racconto è straordinariamente vivo e originale. La sensazione è che anche i più accaniti affaristi e manipolatori siano riusciti a mostrare il loro lato migliore: la passione per la musica».
Il capitolo dedicato al misterioso intreccio tra Puglielli e l’alba del rock in Italia si intitola “Lo 007che spiava Celentano & C”. Nato a Chieti nel 1917, Puglielli aveva indossato l'uniforme fin da ragazzino: il padre era stato ucciso nella prima guerra mondiale e la mamma si era ammalata, così l'Esercito si fece carico di quel bambino accogliendolo in un collegio militare e poi alla Nunziatella. Nel dopoguerra Puglielli smise la divisa: il suo lavoro divenne top secret anche per i familiari. Alle domande rispondeva secco: sono un agente di commercio, traffico in olio. Perennemente in viaggio, lontano da casa, tranne per la parentesi del rock.
Era il 18 maggio del 1957 la sera in cui l'Italia scoprì che le mode giovanili potevano rappresentare un problema per l’ordine pubblico.
Il pericolo potenziale si chiamava rock ’n’roll fino a quel momento raccontato dai giornali attraverso le corrispondenze da New York, Londra, Parigi e dai film che da quei Paesi arrivavano: l'americano Gioventù bruciata, il francese Peccatori in blue jeans e quell’allarmante termine “teddy boys” coniato in Inghilterra per descrivere una nuova generazione caratterizzata dall’aggressività. E il 18 maggio a Milano il temuto fenomeno sbarcò al Palazzo del Ghiaccio con il “Primo Festival - Trofeo Oransoda - del Rock and Roll”, una gara di ballo alla quale partecipavano coppie di ragazzi italiani e francesi oltre a cantanti e musicisti proseliti dei nuovi ritmi. Nell’edificio erano entrati poco più di mille ragazzi quando polizia e carabinieri decisero di sbarrare l’ingresso.
Non era accaduto nulla di grave, solo chiasso e spintoni, ma il livello di tensione e diffidenza tra le forze dell'ordine era comunque alto. D'altronde c’erano state diverse pressioni sul questore di Milano affinché tenesse sotto controllo la situazione, prevenendo ogni accenno di sregolatezza. Ma il clima con l'improvviso sbarramento degli ingressi si era appunto fatto rovente. Poi la decisione di consentire l'ingresso, suggerita proprio da Giuseppe Puglielli, presente sul posto tra i dirigenti delle forze dell'ordine fu la provvidenziale valvola di sfiato. Consentito l'accesso agli altri seimila ragazzi fu subito distensione, poi gioia ed entusiasmo.
Da quella sera per Puglielli fu facile seguire da vicino l'evoluzione del rock nazionale. Suo figlio Mario infatti diventò uno di quei pionieri scatenati, nome d'arte Jerry Puyell, con all'attivo numerosi dischi, film “musicarelli” e partecipazioni a Carosello. E papà Giuseppe puntualmente accompagnava ai concerti e persino alle prove il figlio e i suoi amici rock.
«Il padre di Jerry era sempre con noi», ricorda Guido Crapanzano, il Guidone del Clan Celentano, oggi numismatico di fama internazionale. «Era un tipo tosto, sembrava disapprovare la nostra attività di artisti rock eppure partecipava a ogni riunione e spesso dava suggerimenti sul comportamento o per i testi delle canzoni. Io mi ero fatto l'idea che fosse uno della Guardia di Finanza, sicuramente uno che chiedeva e proponeva per raccogliere risposte e soprattutto opinioni».
Il figlio Jerry-Mario, oggi titolare a Madrid di un'azienda che commercia sistemi di sicurezza per le banche, conferma: «Papà era sempre con me e con i miei colleghi, aveva un rapporto assiduo con Alessandro Celentano, il fratello di Adriano che faceva da amministratore del gruppo, e dava suggerimenti a tutti noi, a Gaber, Guidone, Ghigo, Toto Cutugno e ovviamente anche a me su come presentarci al pubblico e addirittura come modificare il testo di una canzone per renderlo più gradito in certi ambienti».
«Il padre di Jerry Puyell si congedò con il grado di generale e la massima stima delle istituzioni che aveva servito. Anche Sandro Pertini, da Presidente della Repubblica, volle incontrarlo per testimoniargli la sua considerazione», racconta nel libro Roberto Di Nunzio, project-manager dello Stato maggiore dell'esercito. «Non possiamo sapere con precisione cosa lo spingesse a seguire il figlio: probabilmente c'era anche l'aspetto paterno. Di certo, avendo la possibilità di inserirsi in un mondo ancora estremamente nuovo e inesplorato per l'intelligence o comunque un'attività di polizia, era nella condizione ideale ai fini della raccolta delle informazioni».
Ma l'attività del capitano Puglielli a Bologna custodisce anche un intrigante enigma. Che Bovi indaga con curiosità. Arrivando per esempio alla conclusione che la presenza dell'ufficiale nella formazione partigiana Patrioti della Maiella era stata verosimilmente richiesta dagli inglesi che con gli americani condividevano il timore che la campagna di liberazione dell'Emilia rossa si trasformasse in uno strumento di propaganda per i comunisti. Era fin troppo chiaro che i russi, in quel momento alleati, sarebbero divenuti presto il nemico da fronteggiare. Così per liberare Bologna fu scelto il secondo Corpo polacco dell'VIIIa Armata, al quale era aggregata la Brigata Maiella. Una scelta strategica: i polacchi detestavano i russi e i Maiellini comandati da Ettore Troilo, allievo di Filippo Turati e già collaboratore di Giacomo Matteotti, includevano tra le proprie fila simpatizzanti socialisti, o elementi estranei alla politica con in comune l'ostilità per la monarchia, di certo nessun comunista. E a Puglielli gli inglesi avevano probabilmente affidato proprio l'incarico di sorvegliare tali equilibri. Era stato arruolato nella Brigata Maiella il 9 aprile del 1945 con un curriculum confezionato ad arte in cui non figuravano i trascorsi di scuola di guerra bensì la più tiepida qualifica di “tenente di complemento di artiglieria”, e poi un'attività di partigiano nel movimento clandestino chietino, quindi tenente nella 23ª Brigata Garibaldi “Patrioti Pio Borri” di Arezzo con tessera n. 316, nonché membro del Cln aretino. Non ebbe peraltro alcun esito l'esposto presentato ai vertici della Brigata Maiella da 9 militanti che denunciarono Puglielli come collaboratore dei nazifascisti durante l'occupazione di Chieti e persino come uno degli incaricati dei rastrellamenti: il capitano Puglielli rimase al suo posto fino allo scioglimento del gruppo avvenuto a Brisighella il 15 luglio 1945. Il fatto stesso di scegliere un elemento di tale caratura militare per monitorare le mode giovanili dimostra quanto gli apparati di sicurezza dell'epoca prestassero attenzione al fenomeno delle nuove musiche americane. Puglielli era ritenuto l'uomo giusto nel posto giusto con il ruolo ideale. Un guerriero per controllare e al tempo stesso tutelare i turbolenti - ma innocui - combattenti del rock tricolore. Giuseppe Puglielli è scomparso a Milano nel 1989.
©RIPRODUZIONE RISERVATA