Verità, leggenda e ricordi La processione più antica è un viaggio tra generazioni

A “Storie” il corteo del Venerdì santo di Chieti che resiste dall’anno 842 Una tradizione tramandata dai genitori ai figli scandita dal Miserere
C’è una storia che si perde all’indietro nel tempo fino a scomparire nella leggenda: questa storia racconta che la processione del Venerdì santo di Chieti è tra le più antiche d’Italia e risale all’anno 842. Una storia che abbina fede e orgoglio: la processione ha resistito all’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale, alle grandi nevicate del ’56 e, negli ultimi anni, anche alla pandemia da coronavirus. E poi ci sono le storie delle persone che danno vita alla processione: generazioni tenute insieme dal filo delle emozioni. Ci sono i figli che portano avanti la passione dei genitori e dei nonni.
La processione del Cristo morto, che torna per l’ennesima volta venerdì all’imbrunire con partenza dalla cattedrale di San Giustino, è anche un incrocio di vite. È dedicata alla processione teatina la puntata di “Storie - Le Emozioni della Vita” in programma questa sera alle ore 21 su Rete8 in collaborazione con il Centro, per la regia di Antonio D’Ottavio. Per raccontare un simbolo della città, la puntata è trasmessa dal Teatro Marrucino, gioiello teatino e patrimonio d’Abruzzo con i suoi oltre 200 anni.
La prima storia mette uno accanto all’altra nonno e nipote: il nonno è l’avvocato Paolo Quinzio, per 15 anni governatore dell’Arciconfraternita del Sacro monte dei morti e cioè l’associazione che organizza la processione; la nipote è Mariapaola Lupo, storica dell’arte e del costume che ha studiato i riti e le tradizioni del Venerdì santo teatino. All’età di 96 anni, Quinzio ricorda ancora la prima volta che, dal balcone della sua casa nel centro di Chieti, in via degli Orefici, ha visto spuntare il serpente formato dalla gente in processione con gli incappucciati a scortare il Cristo morto: «Impressionante, è la mia processione», dice commosso ripensando a quell’immagine che si può anche ascoltare. Perché, a Chieti, la processione è sinonimo di Miserere: Saverio Sallecchia, detto Selecchy, compose l’opera intorno al 1730 quando aveva circa 22 anni. «Il nostro Miserere», insiste Quinzio che ha portato quell’opera davanti a Giovanni Paolo II in Vaticano – «Il Papa si è emozionato» – e poi l’ha registrata alla Siae per tutelarne la proprietà. Nel racconto di nonno e nipote si intrecciano poi i ricordi familiari, compresa la vestizione della Madonna del mercoledì santo affidata alla moglie di Quinzio, la signora Mimina.
Il Miserere è una delle poche opere di Selecchy che non sono andate perse. E c’è una leggenda intorno a quest’opera: si narra che il Miserere sia legato proprio alla processione del Cristo morto da un lascito del maestro a favore del Sacro monte dei morti con l’obbligo di eseguirlo tutti gli anni. Leggenda o verità, Chieti e il Miserere sono indissolubilmente legati.
Un’altra storia della processione è quella dei fratelli Silvia e Gianfilippo Monti: suonano il violino, anche il Venerdì santo, da quando erano bambini. E lo fanno perché il loro papà, Nazzareno Monti, l’ha fatto praticamente per tutta la vita: «Ha cominciato quando aveva 6 anni ed è andato avanti per sempre», raccontano i figli. Nazzareno è morto troppo presto, nel 2011, all’età di 48 anni ma la sua presenza si avverte ancora, ogni volta che Silvia e Gianfilippo sfiorano le corde del violino con la stessa maestria.
La responsabilità di coordinare canto e musica ricade sui maestri Peppino Pezzullo e Loris Medoro: anche loro hanno cominciato da bambini e, adesso, con la bacchetta danno il tempo a oltre trecento musicisti e cantori. Ogni volta è un’esibizione in bilico tra emozione e razionalità.
La processione di Chieti affascina dalla notte dei tempi: anche i grandi della cultura furono rapiti dalla magia del corteo. Gabriele d’Annunzio definì la processione «una fontana di lacrime»; il pittore Francesco Paolo Michetti dipinse splendidi quadri con gli scorci del corteo sacro; ne parlarono lo scrittore Sabatier e il musicista Tosti. Nel 2011, la tradizione di Chieti è sbarcata anche sulla Bbc, un’apparizione sull’emittente britannica che certifica la grandezza di un mito senza tempo. Giulio Obletter, governatore del Sacro monte dei morti, è il custode della tradizione: «Quanto vale la processione per un teatino, da zero a 10? Mille», dice.
In vista della processione, domani alle 17.30 al Marrucino, è in programma il dramma “Lu vinirdì ssante a Chiéte”. Il dramma è stato scritto da Aurelio Bigi e sarà portato in scena dagli allievi della Scuola di recitazione del Marrucino con la regia di Giuliana Antenucci. In scena Paola Cosentino, Giovanna De Crecchio, Sara Durante, Paolo Manente e Mattia Miccoli con la partecipazione del Gruppo folkloristico teatino, diretto da Gianluca Moresco, di Giulia Bruni, Alessandro Cavallucci e Francesco Della Valle De Monticelli. Introduzione affidata a Giustino Angeloni, presidente del cda della Deputazione teatrale del Marrucino.