Verrengia in edicola con “Sherlock Holmes e la formula di Hyde”

L’autore pugliese che da venti anni vive e scrive a Pescara affronta un grande classico per la collana Gialli Mondadori
PESCARA. Mistero, fantascienza, spionaggio e giallo sono il suo pane quotidiano, ma anche la parodia, tant’è che accanto ad avvincenti pagine noir e steampunk ha scritto la raccolta di racconti “La notte degli stramurti viventi”. «Il mio messaggio di addio alla Puglia», dice Enzo Verrengia, prolifico scrittore di romanzi e racconti, giornalista per La Gazzetta del Mezzogiorno, Conquiste del Lavoro, La Verità, saggista, traduttore, autore di cabaret, in edicola col romanzo “Sherlock Holmes e la formula di Hyde” (pag. 232, 5.90 euro) per la prestigiosa collana Giallo Mondadori, un libro che sta andando molto bene e ha già esaurito la prima tiratura.
In copertina Basil Rathbone, celebre Holmes dello schermo. Pugliese di San Severo, Verrengia vive a Pescara da vent’anni. Appena può scappa a Londra, che ama e conosce profondamente quanto l’età vittoriana, di cui è appassionato cultore. E un suo viaggio nella capitale inglese e il ritrovamento di un manoscritto costituiscono il pre/testo di “Sherlock Holmes e la formula di Hyde”, nel solco del canone holmesiano, religiosamente rispettato dalla maggior parte dei romanzi apocrifi (filone fiorito da quando nel 2000 sono scaduti in Europa i diritti sul personaggio).
«Normalmente gli apocrifi holmesiani partono dall’espediente del ritovamento di un manoscritto inedito di Conan Doyle. Anche io ricorro a un artificio metanarrativo, come lo definiva Umberto Eco. Immagino che il manoscritto mi sia consegnato a Londra da un membro del Club Diogene, antesignano dei servizi segreti inglesi. Lo traduco in italiano e lo propongo all’editore, che accetta di pubblicarlo nella collana Giallo Mondadori». Tutto questo viene “rivelato” nell’appendice di “Sherlock Holmes e la formula di Hyde” dal curatore della collana, Luigi Pachì, che riporta la sua conversazione con Enzo Verrengia. All’interno di questa cornice parte il romanzo “ritrovato”, che rispetta il canone nel racconto della vicenda in prima persona da parte del dottor Watson, fedele amico e compagno di avventure di Holmes, nella collocazione vittoriana, il 1894 a Londra, e in molti altri elementi. E c’è il nemico giurato Moriarty, «con una rivelazione su di lui». Una domenica d’autunno il dottor Watson e la moglie Mary sono tranquillamente a passeggio nei Kensington Gardens quando in cielo si scatena una tempesta di fulmini senza pioggia, terrorizzando tutta Londra. Per Sherlock Holmes il fenomeno ha una matrice artificiale: nell’ombra trama un nemico in grado di dominare gli elementi, in possesso di conoscenze e mezzi tecnologici che sembrano irrompere dal futuro.
E su tutto aleggia un nome che evoca passati terrori, Edward Hyde. “Sherlock Holmes e la formula di Hyde” non è il primo incontro di Verrengia con l'investigatore creato da sir Arthur Conan Doyle, principe del metodo deduttivo. Oltre a un accenno nel racconto del 2010 “Sul luogo del delitto, un riferimento più chiaro è nel romanzo “L’eredità di Hyde” (Piemme, 2013), «una sorta di prequel, in cui tra i protagonisti compare Conan Doyle, che nella finzione narrativa ha appena scritto il primo romanzo “Uno studio in rosso” e si trova coinvolto nel caso Jekyl/Hyde». Creatura di Stevenson, Mr. Hyde, alter ego malvagio del dottor Jekyl, riemerge nel romanzo holmesiano di Verrengia in pagine travolgenti che uniscono atmosfera vittoriana e fantascienza, racconto gotico e noir, nell’eterna e ambigua lotta tra bene e male.