Woody Allen: tutto è meglio della realtà

10 Maggio 2021

Il regista da Fazio: «Non sono un intellettuale, so quel poco che affascina»

PESCARA. Allo stupore entusiasta di Fabio Fazio per la riuscita del collegamento via web con New York, segno – a detta del conduttore di “Che tempo che fa” su Rai 3 che lo ospitava – che è solo una leggenda che Woody Allen sia un analfabeta tecnologico, il regista newyorkese risponde che no, lui non ha neanche il computer, che ha una assistente e i figli e la moglie che lo hanno aiutato e che lo aiutano ancora anche a cambiare canale dal telecomando della tv. Che comunque non guarda: «La televisione ha fatto grandi passi dal film “Io e Annie”, è cresciuta tanto ed è migliorata. Non la guardo solo perché esco la sera a cena e quando torno a casa vedo un po’ di sport, baseball o basket, il tg e poi vado a dormire perché mi si stancano gli occhi». Maglioncino rosa scuro, immancabili occhiali, un solo sorriso e un fiume di ironia in 20 minuti di intervista Allen ha raccontato del suo nuovo film appena uscito in Italia, “Rifkin’s Festival”: non un accenno alla censura di cui pure si è parlato tanto mettendo in relazione la mancata uscita negli Usa e la delicata vicenda di Dylan, sua figlia adottiva, che afferma di aver subito da lui abusi da bambina. Il regista ha solo detto che uscirà, via via che riapriranno le sale, anche in America. E poi: «Non vedo il terzo atto di un’opera? È vero, dobbiamo andare a casa, è tardi. Se il Metropolitan o altri grandi teatri organizzasse una serata di soli terzi atti a molti piacerebbe, la potremmo vedere e tornare a casa per poi lavorare il giorno dopo». «Rifkin’s Festival è interpretato da Wallace Shawn, un grande attore, divertentissimo, meraviglioso. È un intellettuale vero, dipinge il tipo di personaggio che amo descrivere». E sulle prove: «Anche questa volta per il film non ho fatto nessuna prova, non le faccio né prima né dopo, nemmeno a livello di suono. Voglio che tutto sia spontaneo. Se c’è un rumore, ad esempio un clacson, lo lascio, do molto valore alla spontaneità invece che essere perfezionista». Questo film è«un omaggio al cinema europeo, a Fellini. All’inizio non apprezzavo Fellini, pensavo fosse bravo ma preferivo Truffaut o Bergman. Con il passare degli anni mi sono reso conto che razza di genio fosse», ha aggiunto. «Tutti pensano che io sia un intellettuale, ma gli occhi non li ho consumati leggendo, ma andando alle partite, al cinema», ha giurato. «Mi hanno anche buttato fuori da scuola, ho marinato, ho preso brutti voti, non ho mai letto tanto, so abbastanza cose intellettuali per portare fuori una signora e affascinarla». Ama ciò che la fa sognare? «Preferisco qualsiasi cosa alla realtà, ho la sensazione che sia un brutto affare, preferisco molto di più ciò che accade sullo schermo o su un libro o al parco. Le cose non reali sono decisamente più piacevoli di quelle reali». E rivedendo la carrellata delle sue scene migliori ha osservato riferendosi al suo doppiatore storico: «Oreste Lionello è stato meraviglioso, mi ha fatto sembrare migliore di quello che sono. Tutti mi chiedevano perché i miei film andavano meglio in Europa che in America, probabilmente perché nella traduzione ci hanno guadagnato, mi hanno migliorato. Lionello mi ha reso un eroe, gli sono molto grato». (lad’i)