Zampelli, il padre di sei figli ucciso per un paio di scarpe

26 Ottobre 2021

Ricostruita la vicenda della fucilazione del 47enne da parte dei soldati tedeschi Il fascicolo sulla morte del becchino di Poggio Picenze è sparito per oltre 70 anni

L’AQUILA. Nel settembre del 1943 dopo l’armistizio fra l’Italia e gli Alleati e la “liberazione” di Mussolini dalla prigione sul Gran Sasso i tedeschi occuparono l’Italia. Erano convinti che stavano lottando e morendo per «la libertà del popolo italiano» e quindi chiedevano e pretendevano la massima collaborazione da parte delle popolazioni locali.
Di questo aspetto “psicologico” dei soldati della Wehrmacht non sempre gli storici se ne sono occupati. Anche le carte processuali (quasi tutte finite con archiviazioni o “non doversi procedere”) relative agli eccidi nazisti fra la fine del 1943 e i primi mesi del 1945 non si soffermano molto sulle oscure, tragiche e criminali “ragioni” che spingevano ufficiali e ragazzi fra i 18 e i 20 anni a compiere azioni tanto aberranti nei confronti dei civili italiani. Da uno dei tanti fascicoli conservati e nascosti per anni nel «faldone della vergogna» – passato solo nel 2009 dai magazzini del palazzo di Giustizia dell’Aquila all’Archivio di Stato – spunta un documento singolare. Si tratta del proclama che i tedeschi, nel pomeriggio del 20 settembre del 1943 lessero alla popolazione di Poggio Picenze prima della fucilazione di Ugo Zampelli, 47 anni dipendente comunale che, fra i suoi tanti compiti, aveva anche quello di “sotterratore” di salme nel cimitero.
Quel proclama fu stilato in fretta e furia dopo ore di trattative – fra il parroco di Poggio Picenze, don Vittorio Cittadini, Marta Auer, una giovane altoatesina sposata a Poggio Picenze che parlava benissimo il tedesco e il comando germanico – per evitare un eccidio di ben più vaste proporzioni. Il testo di quel proclama fu trascritto dall’ufficiale dello stato civile del paese aquilano, Dante Galeota e allegato a un vero e proprio rapporto (i carabinieri nel 1943 non si occuparono della vicenda, lo fecero solo nel 1950) inviato dal Comune di Poggio Picenze alla Regia Procura. Il proclama «letto alla popolazione appositamente riunita» dice: «Zampelli Ugo ha assalito e derubato un camerata tedesco che è morto in un incidente stradale. Nella lotta per la libertà del popolo italiano infiniti soldati tedeschi lasciano la vita. Chiunque assale un soldato tedesco e lo deruba verrà immediatamente fucilato: Zampelli viene fucilato. Il comandante superiore dell’Aquila. 20 settembre 1943».
Ma quale era stato il fatto che aveva scatenato la furia teutonica? La storia è stata ricostruita di recente, soprattutto grazie a fonti orali, dallo storico di Poggio Picenze Antonio Galeota. Nel fascicolo ritrovato dopo 78 anni c’è però la primissima versione dei fatti messa nero su bianco dal Comune di Poggio Picenze che chiedeva lumi alla Procura sul seppellimento di Zampelli che i tedeschi per “sfregio” avevano inumato fuori dal cimitero dopo avergli fatto pure scavare la fossa.
«Il giorno 19 settembre 1943», si legge, «in seguito ad incidente stradale trovava la morte nei pressi di questo Comune un militare tedesco e precisamente certo sottufficiale Matzek Aloisi nato il 7 gennaio 1906 a Weisdorf, di religione cattolica romana, razza ariana, meccanico, il quale da alcuni suoi camerati veniva trasportato al cimitero e consegnato al becchino signor Ugo Zampelli di anni 47 coniugato perché lo avesse tenuto a loro disposizione sino al mattino seguente, quando si sarebbe dovuta svolgere la funzione religiosa. Dopodiché avrebbe dovuto essere seppellito. Difatti il giorno dopo si presentavano al cimitero (nei pressi c’era anche la chiesa ndr) come precedentemente stabilito diversi militari tedeschi per assistere alla funzione predetta. Quale non fu la loro meraviglia nel rilevare che il cadavere contrariamente a quanto convenuto già era stato seppellito. Dato subito ordine di dissotterrarlo e scoperchiata la cassa constatarono che il morto era stato spogliato di alcuni indumenti e precisamente di un paio di scarpe. Impossessatosi (i tedeschi ndr) subito dell'autore (presunto ndr) del fatto dopo aver ricevuto istruzioni dall’Aquila a mezzo di uno di essi colà inviato e dopo aver letto alla popolazione appositamente riunita un proclama del tenore simile alla copia che allego facevano scavare una fossa fuori al cimitero e senz’altro fucilavano il suddetto Zampelli seppellendolo nel fosso precedentemente preparato».
Nel rapporto dei carabinieri di Barisciano del 24 maggio 1950 il maresciallo maggiore comandante Achille Cattani dopo aver ricordato lo svolgimento dei fatti come da verbale del Comune del 1943 aggiunge solo che «la fucilazione avvenne da parte di un plotone di esecuzione giunto appositamente dalla città dell'Aquila. In quella circostanza nessuna indagine venne fatta da parte di quest’Arma sbandata e pertanto nessuna comunicazione seguì all’autorità giudiziaria trattandosi di elementi tedeschi che eseguirono la fucilazione dello Zampelli. Nessuna identificazione di essi fu possibile fare. Dopo un mese circa (fine ottobre 1943 ndr) un reparto tedesco sostò a Poggio Picenze per circa 5 mesi ma anche in quel lasso di tempo nessuna identificazione fu possibile fare relativamente agli autori dell’omicidio».
Nel novembre del 1950 la sezione istruttoria della Corte di Appello dell’Aquila (presidente Giuseppe De Feo) dichiara il non doversi procedere «essendo ignoti gli autori del delitto». Nel novembre del 1944 venne raccolta anche la testimonianza della moglie di Zampelli, Maria Ascenza Taddei che aveva fatto di tutto per impedire l’uccisione del marito. Ugo e Maria avevano sei figli, ancora molto giovani all’epoca dei fatti. Il fascicolo sulla morte di Zampelli è sparito per oltre 70 anni. Oggi riemerge dalla polvere della storia solo per certificare l’ennesimo fallimento della giustizia relativamente al sangue innocente sparso in quel tragico periodo della nostra Storia.