Ágnes Heller: «Sì, la bellezza sarà il nostro salvagente»

La filosofa ungherese nata nel 1929 in libreria con il sociologo Bauman
Settembre mese di Festival dedicati (anche) alla lettura. Mantova apre le danze domani, la prossima settimana sarà la volta di Pordenone. Tra gli ospiti stranieri, in friuli ci sarà anche in Friuli ci sarà anche Ágnes Heller che ha firmato con Zygmunt Bauman “La bellezza (non) ci salverà”. Ne proponiamo un brano, per gentile concessione de Il Margine.
di ÁGNES HELLER
La domanda intorno alla quale intendiamo sviluppare il nostro discorso è la seguente: quale bellezza ci salverà? Ma, prima ancora, che cosa significa che il bello potrà salvarci? I filosofi cominciano sempre col porsi la domanda che Socrate, per primo, ha portato alla luce: «Ti estì?», «che cos’è?». I pensatori hanno cioè sempre cercato di rispondere a delle domande tipicamente infantili: che cos’è questo? Che cos’è quello? Che cosa posso fare? Le stesse fondamentali domande possono, ed è proprio quello che qui intendo fare, essere poste nei confronti della bellezza: perché una cosa è bella? Oppure, che cos’è il bello?
I filosofi si chiedono dunque qualcosa sulla natura del bello, ma non si accontentano di questo, non si fermano qui. Un secondo e non meno importante interrogativo riguarda l’effetto che la bellezza ha su di noi. Che cosa provoca la bellezza in noi? Che ruolo ha nella nostra vita? Il punto di partenza di questo discorso può essere fatto risalire a Platone, colui che per primo, nel IV secolo a.C. in Grecia, sviluppò un’intensa e importantissima riflessione su questo tema in due dei suoi dialoghi filosofici poeticamente più alti, il Fedro e il Simposio, sollevando degli interrogativi ancora oggi più attuali che mai.
Gli antichi, da Platone in avanti, si occuparono della domanda intorno alla bellezza «pura», della «purezza» del bello, in una prospettiva all’interno della quale il concetto stesso di purezza è sempre caratterizzato dall’assenza di «sensazione», come qualcosa di manifestamente non soggettivo. Proprio per questa sua natura il bello, nella dimensione degli antichi, entra in dialogo costante con il buono e con il vero, fino a pervenire a una fusione di questi tre concetti.
Anche la seconda questione, che prima ricordavo, era stata già posta dai pensatori greci: quali sono gli effetti che ha la bellezza nei nostri confronti? La risposta a tale interrogativo è, nella letteratura antica, una costante, ed è rimasta tale fino a oggi: dalla bellezza sorge l’amore. Non ci sono altre parole per dirlo: noi amiamo il bello.
Ciò porta dunque, inevitabilmente, all’instaurarsi di una connessione profonda tra la bellezza e i suoi effetti (tra cui appunto l’amore), tanto importanti nella vita dell’uomo. Si crea, da questo legame insolubile racchiuso nella componente estetica del nesso causaeffetto, una particolare dimensione associativa in cui tutto ciò che è sacro, tutto ciò che è divino non può che essere, in quanto tale, commisto tanto all’amore quanto al bello.
Prendiamo, a titolo esemplificativo, una rappresentazione del giudizio universale, in cui sono presenti – e ben distinguibili – paradiso e inferno. Apparirà certamente evidente come il primo trabocchi di bellezza. Qui la perfezione dei corpi non è corrotta da atteggiamenti erotici e non ci sono passioni sessuali a incurvare i visi, visi la cui purezza è invasa dalla luce, dal bagliore del sole, in una commistione di edenico e sacro.
Al contrario, la dannazione è orribile, rappresentata da un groviglio di corpi di una bruttezza che si esprime nei visi distorti, negli sguardi peccaminosi, nei gesti malvagi e colmi di odio. Non ci sarà possibile trovare, in un quadro o un affresco di questo tipo, un solo singolo uomo dannato la cui rappresentazione non appaia profondamente ripugnante.
Continuando nella nostra indagine possiamo notare che la bellezza è certamente costituita da un nostro giudizio di gusto: è tramite l’atto del giudicare che noi «creiamo» la bellezza. A tal proposito il filosofo tedesco Immanuel Kant fornisce un suo particolare punto di vista quando parla di categorie estetiche «a priori», capaci di fornire giudizi estetici riguardo a singoli elementi, ma deboli davanti alla complessità di una moltitudine di elementi sommati. In qualche modo persiste in ciò il concetto aristotelico di una bellezza tutta racchiusa nella forma, non influenzata dal contenuto materiale di questa.
Ma è questa una vera definizione del bello? Io non credo. Se identificassimo pienamente bellezza e perfezione, ci sarebbe, a mio avviso, una ridondanza concettuale, un grande problema nell’economia del ragionamento che la filosofia si propone di seguire.
La bellezza non può essere ridotta e appiattita su altri concetti, pena la perdita delle sue particolari proprietà di senso. Ancora più evidente ad esempio è il fatto che nel sistema filosofico hegeliano il bello viene totalmente dissolto, al di fuori della mera prospettiva artistica e poetica, per poi ricomparire sotto le forme più disparate nei pensatori successivi, spesso estremamente critici nei suoi confronti: in Kierkegaard riluce la bellezza delle relazioni umane, in Marx la bellezza di una critica del mondo in prospettiva perfettiva, in Nietzsche si focalizza l’attenzione sulle emozioni spontanee e sugli istinti che muovono l’umano...
Le visioni della bellezza, i differenti punti prospettici da cui osservarla sono molteplici, ma ancora persiste con insistenza un interrogativo irrisolto: quali sono gli effetti della bellezza su di noi? Che cosa ci accade davanti al giudizio estetico che sorge in noi e ci obbliga a riconoscere che una cosa è davvero bella? Che cosa implica la visione di qualcosa di bello? Molte risposte sono state date a queste domande lungo il percorso del pensiero filosofico nella storia, ma quella che io preferisco, e che desidero proporvi, è quella del filosofo tedesco Theodor Adorno (1903-1969). Egli sostiene che il bello è una promessa di felicità. La bellezza non sarebbe dunque la felicità in sé, la felicità realizzata, ma solamente una promessa.
Davanti alla grandezza estetica di un soggetto dipinto in un quadro, per esempio, si risveglia in noi una sorta di nostalgia fiabesca che, come una nebbiosa foschia, ci avvolge e ci fa desiderare ardentemente una vita all’interno di quel dipinto perfetto, in cui poter condividere con quei soggetti raffigurati la nostra vita e i nostri ideali, e ci fa pensare quanto bello potrebbe essere, quanto felici saremmo, se potessimo essere dipinti su quella stessa tela che abbiamo davanti agli occhi. Questo è proprio il sentimento che Adorno vuole comunicare: è contemplando qualcosa, un’opera d’arte, un paesaggio, una statua o una persona che si può ritrovare, nascosta tra le pieghe dell’animo, eppure sempre presente davanti al bello, una promessa di felicità.
Ma questa promessa di felicità è solo una promessa o può essere qualcosa di più, qualcosa di ulteriore? A mio avviso, l’opera d’arte e, più in generale, tutto ciò che è bello può essere certo inteso come promessa di felicità, ma questo in un certo senso equivale a dire che la bellezza porta la felicità stessa, poiché la vera e completa felicità non può, in fondo, che essere una promessa.
Tutta questa dinamica è racchiusa in un istante, o, come dice il pensatore tedesco, nell’Augenblick. Mi spiego meglio. Lasciate che vi narri brevemente la storia di Faust.
Tutti certamente sappiamo del patto che Faust fece con il diavolo, del suo contratto con Mefistofele. Faust, disperato, mentre malediceva la sua esistenza, viene a contatto con il diavolo che gli propone di siglare con lui un accordo: egli appagherà qualsiasi suo desiderio in questa vita a patto che Faust diventi suo servo nell’altra, nella vita eterna. Il protagonista però, incredulo verso l’esistenza di una vita dopo la morte, ribalta il patto, proponendo una scommessa. Egli sostiene che nulla di tutto ciò che Mefistofele potrà fare riuscirà mai ad appagarlo, e afferma provocatoriamente davanti al diavolo: «Se dirò all’attimo: “sei così bello! Fermati!”, allora tu potrai mettermi in ceppi». Mefistofele accetta di buon grado, convinto di poter stordire con il proprio potere la sua vittima e credendo che, se anche ciò non dovesse succedere, la disperazione e la frustrazione di Faust diverranno comunque il marchio della sua dannazione.