«È stato un orrore Non avevo più voglia di cantare»

9 Giugno 2020

Il soprano pescarese “reclusa” a Milano col marito il medico teramano Di Sabatino, in prima linea

PESCARA. «A inizio marzo provavo Armida nel Rinaldo di Händel con la regia di Pier Luigi Pizzi all’Opera di Firenze. Siamo ripartiti tutti il 9, sono rientrata appena in tempo a Milano prima della chiusura. Sono stata sempre a casa. Appena hanno riaperto le regioni sono partita con mio marito Antonio per l’Abruzzo per rivedere i miei genitori».
Gli affetti familiari sono centrali nella vita del soprano pescarese Carmela Remigio, stella internazionale del belcanto, richiesta e acclamata nei teatri di tutto il mondo, amata dal pubblico e lodata dalla critica italiana e straniera anche per il suo eclettismo. Si può aver visto il mondo, ma il primo pensiero della superlativa artista lirica per la prima uscita da casa è stato tornare a Pescara. «Non vedevo i miei genitori da cinque mesi. Per fortuna stanno bene, hanno osservato una clausura rigorosa. Mio papà Elvio ha 94 anni e mia mamma Maria Teresa 84, sono abruzzesi gagliardi. Sono stata con loro qualche giorno, ci siamo visti in sicurezza, in giardino, con le mascherine e a distanza di un metro. Ma è stato bello lo stesso. Anche Antonio, che è teramano, ha potuto rivedere i familiari».
Il marito della signora Remigio è il luminare Antonio Di Sabatino, direttore di Medicina interna all’ospedale San Matteo di Pavia. «Lui è stato in prima linea. Si respirava la tragedia. Ho vissuto questi mesi sostenendo una persona che lavorava sul fronte dell’emergenza sanitaria», racconta il soprano al Centro. «In Lombardia è stata molto dura. Sapevo da Antonio quanto fosse drammatica la situazione in ospedale, con i medici che a un certo punto si sono ritrovati senza dispositivi di protezione. Quando arrivava a casa la sera mi diceva: “Mi sembra di tornare dall’inferno. Raccontami qualcosa di bello”. In questi mesi di orrore non avevo più voglia di cantare, di studiare».
Abitando a Milano, uno dei focolai dell’epidemia, che sensazioni ha vissuto? E come ha ingannato il tempo della clausura?
Ci sono stati giorni drammatici, con quasi mille morti al giorno. La città era vuota. Abitiamo in una zona centrale e molto trafficata, non girava nessuno, le sirene delle ambulanze l’unico suono in un silenzio surreale. Sono stata sempre a casa, ho cercato di riposarmi, ho usato questo tempo per me e Antonio. Mi hanno fatto compagnia i miei due gattoni Amleto e Ofelia. Ho goduto la casa, dove in quasi trent’anni di carriera non ho mai passato più di dieci giorni di seguito. Una dimensione nuova per me. Ho anche cucinato molto, bontà abruzzesi, come il parrozzo per Pasqua.
Oltre al Rinaldo per il Maggio Fiorentino, l’emergenza ha cancellato altri suoi impegni, Lucrezia Borgia di Donizetti a Piacenza, Faust di Gounod alla Fenice, La clemenza di Tito di Mozart al Liceu di Barcellona. A quale progetto teneva di più?
Erano tutti bellissimi allestimenti. Tenevo al ritorno al Liceu, alla nuova produzione del Faust, al Rinaldo, spettacolo che ha fatto la storia del barocco. Ma erano tutti importanti, come Gli amanti sposi di Wolf-Ferrari previsto quest’estate al Festival Valle d’Itria. Spero che in autunno si possa fare Il Belisario di Donizetti al Theater an der Wien.
Con che spirito guarda ai prossimi mesi?
Ho fiducia che noi italiani saremo bravi e coscienziosi. Solo attraverso le regole, mascherina e distanza sociale, potremo tornare alla normalità. A una vita fatta anche di socialità. Noi artisti della lirica, in particolare, apparteniamo a una categoria che vive di socialità, di contatto in scena e vicinanza al pubblico. Speriamo di poter andare all’estero. Molte produzioni liriche nascono all’estero, e lì vanno in tournées le produzioni italiane.
Quale sarà il suo primo impegno nella ripartenza? Le produzioni cancellate saranno recuperate?
In estate potrebbe esserci una produzione, ma per ora non ho certezze. I teatri vogliono riprendere nella prossima stagione tutto ciò che è stato cancellato. Anche gli artisti vogliono ripartire. Ma la situazione dei teatri è drammatica, c’è bisogno di un preciso segnale dello Stato. Per l’estate molti teatri e festival stanno organizzando recital voce e pianoforte per 50-100 persone. Ma è una formula triste per noi. In teatro viviamo di contatti, di assembramenti, è il luogo della socialità. Ci è stato tolto lo stare insieme. Un artista senza palcoscenico è niente, abbiamo bisogno del pubblico.
Come immagina la riapertura dei teatri?
Tutti si stanno riorganizzando, teatri e festival estivi, anche se tutti hanno un po’ paura. L’Arena di Verona ha annunciato la riapertura con una capienza limitata e così lo Sferisterio di Macerata. Sono segnali incoraggianti. Per settembre, con gli spettacoli al chiuso, abbiamo ipotesi di ripartenza, con la riorganizzazione degli spazi dentro ai teatri. Una soluzione potrà essere con l’orchestra in buca come sempre ma gli attori in platea e il pubblico seduto in palcoscenico. Si stanno studiando soluzioni creative di emergenza. I teatri sono meccanismi complessi, alla Scala lavorano mille persone, in uno spettacolo lirico tra solisti, coro, mimi in palcoscenico ci sono oltre 100 persone, più una settantina di orchestrali. Si vivono gli spazi insieme, in palcoscenico, dietro le quinte, nei camerini. Per l’opera lirica è tutto molto più complicato rispetto ad altre forme di spettacolo.
Ultima domanda. Le va stretta la definizione di Madame Mozart coniatale dalla critica?
Assolutamente no, anche se esploro repertori continuamente. Con Bach, Mozart è il massimo genio della musica, il compositore con cui sono cresciuta e che ho più frequentato. È alla base della mia formazione e della costruzione del mio belcanto, delle radici tecniche e stilistiche che restano dentro e permettono di approdare ad altri autori e altri ruoli.