È veramente ebreo! L’eroismo ostinato di monsignor Venturi

Presentato a Chieti il volume di don Giuseppe Liberatoscioli col carteggio tra vescovo e Santa sede dopo l’8 settembre ’43. Forte: uomo di carità audace
CHIETI. Due buste impolverate recuperate in un armadietto dell’Archivio Segreto dell’Arcivescovado. All’interno il prezioso carteggio del periodo di occupazione tedesca tenuto dall'allora vescovo Giuseppe Venturi con la Santa Sede. E, davanti agli occhi di don Giuseppe Liberatoscioli, archivista e bibliotecario dell’Arcidiocesi, si è subito sviluppata una storia, terribile quanto emblematica, del periodo successivo all’8 settembre del 1943.
Una storia, quella del rastrellamento degli ebrei in provincia di Chieti e dell’appassionato impegno di monsignor Venturi per evitare lo sfollamento della città e farla dichiarare Città Aperta, che è diventata un libro dal titolo “È veramente ebreo!”(Aga editore), frutto di un grande lavoro di ricostruzione storica, documentale ed umana, portato avanti negli ultimi anni dallo stesso don Giuseppe.
Ieri mattina la presentazione alla presenza dell’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte che ha sottolineato l’audacia mostrata al tempo da monsignor Venturi: «Un uomo di carità vera. Rifiutò con fermezza l’ordine, da parte del comando tedesco, a lasciare la città. Si recò a Roma da Pio XII e, con il sostegno del Papa, incontrò il generale Kesserling mentre Chieti era invasa dagli sfollati. Ottenuta la dichiarazione di Città Aperta e scongiurati i bombardamenti per circa centomila persone, riuscì a salvare diversi ebrei e partigiani nascondendoli o facendoli fuggire».
Si può partire dal titolo. «Una famiglia di Orsogna, quella di Samuele Grauer, considerando il terrore scatenato dalle leggi razziali», spiega don Giuseppe, «ed il precipitare della situazione, voleva espatriare e il parroco, don Vincenzo Fonzi, dopo aver assunto informazioni, inoltrò una lettera a monsignor Venturi affermando, appunto, come gli stessi fossero “veramente ebrei” e quindi in grave pericolo. Un pericolo che purtroppo si concretizzò poi nella deportazione e nello sterminio ad Auschwitz».
Un libro ricco di verbali, foto e documenti, che riporta alla luce diverse vicende cittadine, alcune delle quali sconosciute, per anni tramandate con inquietudine ed in quel famoso «vann’acchiappenn’» urlato per strada, in dialetto, dalle donne per avvertire delle improvvise retate tedesche.
«Retate che avevano come vittime ebrei ed oppositori politici», conclude l’autore, «ma anche uomini da destinare a “campi di lavoro” in un clima in cui la presenza e la personalità di monsignor Venturi, pronto a mettere a repentaglio la propria vita e quella dei suoi collaboratori per nascondere, sostenere economicamente e far passare il fronte ad ebrei e ricercati, erano preciso punto di riferimento». Sintesi affidata alle parole di Forte: «Apprezzamento e gratitudine per un libro dedicato all’azione di un uomo di Dio che aveva anticipato, con carità audace, le conquiste del Concilio Vaticano II. Un messaggio, il suo, che rappresentò un dono e una sfida in una città esposta e ferita che restava comunque l’unico luogo dove rifugiarsi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA