Abruzzo, anche i parlamentari nel Patto

(a cura di Antonio De Frenza)
Dibattito in redazione con il coordinatore Pdl Piccone, Legnini (Pd) e i rappresentanti di Confindustria e Cna Abruzzo. Le imprese: il progetto per lo sviluppo non funziona. I politici: privatizzare i trasporti
PESCARA. A che punto è l’Abruzzo? Quali sono le prospettive di crescita, e in quale direzione? Perché il Patto per lo sviluppo di è arenato? E’ possibile in un momento di grande crisi e di grandi emergenze calare in Abruzzo un modello alla Monti: una convergenza tra Pd e Pdl per fare le riforme necessarie? Di questo e di altro si è parlato venerdì nella sala Zatterin della redazione del Centro nel corso di un lungo forum condotto dal direttore Sergio Baraldi. Ospiti i senatori Giovanni Legnini (Pd) e Filippo Piccone, coordinatore regionale del Pdl, gli imprenditori Enrico Marramiero (presidente di Confindustria Pescara), Paolo Primavera (presidente di Confindustria Chieti), Fabio Spinosa Pingue (presidente di Confindustria L’Aquila), Italo Lupo (presidente di Cna Abruzzo), gli economisti Giuseppe Mauro e Alessandro Sarra. È stato Italo Lupo ad aprire la discussione spiegando le ragioni che hanno spinto tre associazioni datoriali, Cna, Confesercenti e Confartigianato, ad abbandonare il Patto per lo sviluppo. Una posizione non condivisa da Confindustria, che però concorda con alcune analisi di Lupo.
Lupo. «Siamo usciti dal Patto per ragioni di forma e di sostanza. Tutte le promesse fatte si sono andate dissolvendo, non voglio dire per responsabilità solo della Regione. Anche qualche rappresentante del tavolo ha fatto la sua parte. Sostanzialmente abbiamo notato una mancanza di strategia. Negli incontri abbiamo speso tempo per dirci le cose fatte e mai le cose da fare. C'è stata una mancanza di strategia anche da parte delle associazioni. Qualcuno ha dimenticato quali dovevano essere i veri motivi del Patto per dare spazio a interessi corporativi. Il compito del Patto è invece di portare al governo regionale un ordine del giorno con le cose da fare. Dunque dobbiamo discutere di problemi e di soluzioni, poi dobbiamo andare dal governo senza troppi fronzoli e dire le nostre proposte. Inutile portare mille argomenti: dobbiamo avanzare a piccoli passi. So che Chiodi ci ha accusato di presentarci in Regione con il cappello in mano. Noi vogliamo solo che le risorse che ci sono vengano messe in circolazione. Senza dimenticare che le idee buone sono quelle che costano meno».
Spinosa. Il grande intuito del presidente della Regione e delle associazioni è stato quello di mettersi insieme avendo capito che era in arrivo uno tsunami economico. I greci combattevano tenendosi per mano, così dobbiamo fare noi. L'iniziativa è stata meritevole e noi dobbiamo restare nel Patto stimolandolo a fare le scelte giuste. C'è una nuovissima generazione di imprenditori che non chiede fondi, ma che vuole stare in un territorio competitivo. Dobbiamo fare in modo che anche stando sul Gran Sasso si riescano a vendere i prodotti se sono buoni. Per ottenere questo dobbiamo ripesare l'orografia di questo territorio, dobbiamo ridurre l'inefficienza della burocrazia, cercando di copiare gli esempi virtuosi che la pubblica amministrazione italiana offre, penso all'Inps, o all'Agenzia delle entrate. Non vedo perché non si possa replicare a livello locale ciò che funziona a livello nazionale. Nella sanità il commissario Chiodi lo sta facendo, può farlo anche altrove».
Marramiero. È vero, il Patto è uno strumento fantastico, ma in tempo di crisi c'è la tentazione di dare risposte a tutti e questa cosa va cambiata. Noi siamo di fronte a due emergenze: la burocrazia e il credito. Io rimango allibito di fronte ad alcuni articoli della Finanziaria che, forse per stanchezza, sono abominevoli. L'imprenditore è il primo a volere le regole e questo vale anche per le cave. Ma la Regione non può far pagare alle imprese il fatto che è in ritardo di anni per la redazione del Piano cave. L'altra questione è il Via che meritava un'altra riflessione. Aprire l'archivio informatico è un fatto di democrazia, ma noi paghiamo tecnici e politici perché valutino i progetti. Solo loro che hanno il diritto di esprimersi. Qui si vede invece la debolezza dei partiti, che non hanno il coraggio di dire che non si possono fermare i progetti di quelle imprese che hanno rispettato le regole. Penso a quello che succede a Pescara, a Chieti, a Ortona, a Vasto per gli impianti energetici. Per quanto riguarda il credito, noi crediamo nei confidi, ma bisogna creare un effetto di ottimizzazione. Inviterei per esempio la Regione a riflettere come contribuire con proprie risorse al Fondo di garanzia centrale».
Primavera. «Il patto era nato sotto un altro indirizzo. Era nato per ridisegnare le strategie della Regione; alla fine ognuno ha difeso la sua rappresentanza. Ma quello non è il compito del Patto che è invece chiamato a sanare scelte sbagliate di 15 anni fa e che oggi privano l'Abruzzo di un proprio ruolo, mentre le Marche dialogano con Umbria e Lazio, e la Puglia con la Campania e il Lazio. L'Abruzzo è rimasto fuori da questi processi e oggi ne avvertiamo le conseguenze. Le infrastrutture? D'accordo, ma che ce ne facciamo del porto di Ortona se non viene ridisegnato tutto il resto? Mancano gli interventi dell'ultimo miglio. E' lì che bisogna agire. Per esempio, che ce ne facciamo dell'azienda unica dei trasporti se poi non abbiamo i parcheggi di scambio?»
Mauro. «Credo che oggi la politica si sia fermata al contingente perdendo di vista la politica del cambiamento. La Regione viene da una contrazione violenta in termini di Pil. In tre anni abbiamo recuperato tre punti su sette, ma è difficile recuperarli entro il 2014. Occorrerebbe una crescita del 2% l'anno, impensabile. Ma il freno della regione risale ancora prima del 2007, va indietro fino al 2000. Dunque la regione ha bisogno non di tornare a crescere, ma di iniziare la crescita. Oggi non occorrono le lenzuolate: io andrei cauto con il discorso sulle liberalizzazioni, mi ricorda quello sull'euro. Quello che dobbiamo sviluppare sono due questioni: la governance delle politiche di sviluppo e gli interventi sulle infrastrutture immateriali, non trascurando i problemi congiunturali del credito. Poi dobbiamo fare anche noi una spending review: ci sono due elementi dei flussi regionali di spesa che sono il doppio di quelli del centronord: il personale e il funzionamento generale, su queste cose bisogna intervenire».
Sarra. «Il sistema economico regionale è andato in pezzi, come una zucca al tiro al bersaglio, ma i pezzi non coincidono più: va ricostruito tutto lo scenario. Per esempio, credo che le risorse debbano andare per le infrastrutture, poi saranno le imprese a fare gli investimenti. Il modello di sviluppo non lo sceglie la politica, lo scelgono le imprese. E qui vanno dette anche delle cose che possono dispiacere, anche in riferimento al Patto. Il Patto non è un luogo dove discutere se fare investimenti in questo o quel settore, lì si deve decidere quali devono essere gli investimenti infrastrutturali. Forse il Patto è fallito perché la torta era troppo piccola».
Legnini. «Rispetto al patto è un errore concentrarsi sull'enfatizzazione dello strumento più che sulle soluzioni. Il Patto dovrebbe sprigionare una forza propositiva della Regione verso il livello centrale. I parlamentari dovrebbero partecipare al tavolo? Non ci si autoinvita a un tavolo predisposto da altri. Noto con una punta di amarezza che in tre anni di legislatura né il presidente della Regione né altri hanno mai invitato i parlamentari abruzzesi a partecipare a una decisione. Una cosa mai accaduta. Certo non mi offendo per questo, ma sono rammaricato per la nostra regione. Vorrei allora indicare tre occasioni mancate.
Legnini. «La Zona franca urbana dell’Aquila: piuttosto che mandare a Bruxelles De Matteis, Chiodi avrebbe fatto meglio a fare un tavolo con i parlamentari abruzzesi e con uno o più parlamentari europei: finalmente si sarebbe chiarito il giallo dell’istruttoria».
Spinosa. «Ma la detassazione vale dieci Zone franche!»
Legnini. «Era un atto dovuto. Seconda occasione mancata: la ricostruzione. Se venisse qui un marziano non capirebbe perché siamo fermi. Per fare una diagnosi della paralisi basta leggere la discussione parlamentare: il sistema commissariale, le ordinanze, l’incertezza sulla allocazione delle risorse. Era tutto prevedibile. Terza occasione mancata: i Fas. Ho parlato con il ministro Barca. Gli ho chiesto: se la nostra regione venisse da te con idee precise di razionale e rapido utilizzo delle risorse vi sarebbe la possibilità di intervenire su quel frastagliamento? La risposta è stata sì. Il sistema regionale potrebbe dire: il problema è il credito, interveniamo lì mettendo nel capitale dei Confidi 50 milioni di Fas, magari facendo una norma per stimolare investimenti e occupazione. Si potrebbe fare. Infine le infrastrutture: c’è un solo progetto pronto a partire? Non c’è. Ho l’elenco di dieci infrastrutture urgenti che non partiranno mai. Questo Patto può decidere? Il tema è questo».
Piccone. Faccio una premessa politica. Io non faccio l’avvocato difensore della Regione. La Regione si difende da sola. Ma noto che a volte restiamo impallati sui problemi. La Regione deve lavorare su tre o quattro punti senza costruire dogmi. Si è parlato di credito. Si può fare un’analisi di quanto è assistenza e di quanto è sostegno? Vedo misure che vanno più sul lato dell’assistenza che del sostegno. Dobbiamo fare un’analisi seria delle risorse e vedere comparto per comparto dove investire i fondi».
Legnini. «Sottoscrivo quello che dici, ma è una impostazione antitetica a quella della giunta, che dice: i Fas non si toccano».
Piccone. «Ma il problema non è di Chiodi, il problema viene da lontano. Tutti dobbiamo cambiare. Io ragionerei in termini di riproduzione dei finanziamenti: una cosa è chiederli per ristrutturare il debito, una cosa è chiederli per un investimento. Se ragionassimo così ci accorgeremmo che di soldi ce ne sono anche troppi. Sulla ricostruzione dell’Aquila dico che deve essere tutta la classe dirigente a interrogarsi perché non è partita».
Legnini. «Chiodi ha i poteri commissariali!»
Piccone. «Sarebbe un errore cercare in Chiodi il capro espiatorio. Ci sono i tecnici, gli ingegneri, i costruttori, il Comune, tutti hanno fatto la loro parte perché la ricostruzione si bloccasse. Quanto al Patto, certo, dovremmo starci anche noi parlamentari, e comunque tutti gli attori che si sentono di dare un contributo. Raccolgo quindi l’invito del direttore Baraldi a promuovere questa iniziativa. Però non credo che questo possa voler dire fare in Abruzzo un’operazione politica come quella fatta con Monti. Se si annacqua il contraddittorio politico si crea un pasticcio. Gli attori politici possono dare un contributo da parti contrapposte e poi fare un salto di qualità su argomenti sui quali è necessario un percorso di condivisione. Immaginare in Regione una maggioranza Pd-Pdl sarebbe un passo indietro».
Legnini. «In Abruzzo il modello Monti non è replicabile. Non ci sono le condizioni. Lì c’era un Parlamento senza i numeri, qui c’è una maggioranza. Noi abbiamo il dovere di esercitare il nostro ruolo in modo contruttivo e preparare l’alternativa di governo. Ma si può segnare un cambiamento tra forze politiche che restano in competizione. Per esempio sulle liberalizzazioni. Le fusioni delle aziende di trasporto vanno bene, anche se non risolve il problema dell’ammodernamento. Ma sulla ricostruzione, visto che Piccone ha riconosciuto che c’è un ritardo per una responsabilità diffusa, io faccio una proposta: Chiodi rinunci a fare il commissario, noi vi riconosciamo il diritto di proposta. Insieme individuiamo una persona di grande qualità che guidi la ricostruzione. Anche sulla sanità. Chiodi l’ha scassata e poi c’è quella tegola della mobilità passiva. Ma se è vero che ha risanato i conti, Chiodi vada dal governo e dica che non abbiamo più bisogno di un commissario, o chieda di nominare un supermanager. A voi la proposta».
Piccone. «Non sono d’accordo, la politica non può abdicare ai tecnici».
Primavera. «Dobbiamo individuare un percorso per riforme strutturali che hanno bisogno di maggioranza e opposizione. E tra le riforme individuerei la riforma elettorale con un unico collegio regionale. All’Aquila abbiamo bisogno d una legge sulla ricostruzione. E bisogna togliere tutti i commissari, vedi il disastro dei consorzi industriali».
Marramiero. «I consorzi andrebbero proprio aboliti! E va stabilita una visione per questa regione. Vogliamo sapere quali sono le regole. Se la politica approva le liberalizzazioni o se fa come con l’acqua: favorevole alla gestione privata a Roma e contraria in Abruzzo».
Spinosa. «Insisto su un fatto: questo è un momento straordinario e bisogna coglierne le possibilità. Vado in giro nelle altre regioni e mi dicono, “meno male che avete la ricostruzione”. Ma la classe dirigente deve prendere atto che c’è qualcosa che non funziona nella ricostruzione. Chiodi sta facendo un’ottima amministrazione, ma ha una valanga di deleghe».
Mauro. «Vorrei tornare sulla crescita. In Italia avevamo un modello di sviluppo basato sul debito pubblico, che generava la svalutazione della lira, una conseguente maggiore competitività e quindi alla crescita. In Abruzzo avevamo le agevolazioni che portavano competitività e maggiore crescita. Oggi le agevolazioni non ci sono più. Dobbiamo pensare con cosa sostituirle: io userei una formula, occorrono certamente infrastrutture ma soprattutto capitale umano e capitale istituzionale per uno sviluppo intelligente, sostenibile e inclusivo».
Sarra. «A proposito del discorso sulle liberalizzazioni che ha fatto Marramiero. C’è un problema di coerenza tra la politica nazionale e regionale, anche se la questione dell’acqua è più complessa. Lì era giusto abrogare la norma perché era scorretta. La questione dell’Abruzzo è di politica industriale. Cosa vogliamo diventare? Da qui a 10 anni molte imprese moriranno, e non si può salvare tutti perché altrimenti non si salva nessuno. Bisogna essere selettivi. Occorrono scelte che vanno fatte in maniera condivisa».
Piccone. A proposito di scelte, io sono innamorato delle liberalizzazioni. Sul sistema idrico integrato c’è stata una forte e chiara volontà di privatizzare la gestione. Lì ormai non si fanno più investimenti. E sono per la privatizzazione delle società di trasporto pubblico locale».
Legnini. «Che vuoi dire?»
Piccone. «Dico che alcuni asset non strategici possono essere venduti».
Legnini. «Quindi sei d’accordo con Tancredi?»
Piccone. «Sì. Ecco, sui trasporti e sulla gestione dell’acqua possiamo confrontarci».
Legnini. «Sulle liberalizzazione potremmo confrontarci se ci fosse un confronto vero che fino a oggi non c’è stato. Il problema non è nostro ma di chi deve accettare questo terreno di confronto. Facciamole le riforme. Riformiano la burocrazia, riformiamo gli enti strumentali. Oggi si va avanti per approssimazioni. Perché abbiamo ancora le Ater? Dobbiamo chiuderle, come vanno chiusi i consorzi industriali. Quanto all’acqua sono per l’acqua pubblica ma la politica deve uscire dalla gestione. E poi c’è la questione etica. Su questo non possiamo avere nessuna indulgenza, non solo per il rispetto delle regole ma per una questione di competitività del territorio».
Lupo. «Siamo usciti dal Patto per ragioni di forma e di sostanza. Tutte le promesse fatte si sono andate dissolvendo, non voglio dire per responsabilità solo della Regione. Anche qualche rappresentante del tavolo ha fatto la sua parte. Sostanzialmente abbiamo notato una mancanza di strategia. Negli incontri abbiamo speso tempo per dirci le cose fatte e mai le cose da fare. C'è stata una mancanza di strategia anche da parte delle associazioni. Qualcuno ha dimenticato quali dovevano essere i veri motivi del Patto per dare spazio a interessi corporativi. Il compito del Patto è invece di portare al governo regionale un ordine del giorno con le cose da fare. Dunque dobbiamo discutere di problemi e di soluzioni, poi dobbiamo andare dal governo senza troppi fronzoli e dire le nostre proposte. Inutile portare mille argomenti: dobbiamo avanzare a piccoli passi. So che Chiodi ci ha accusato di presentarci in Regione con il cappello in mano. Noi vogliamo solo che le risorse che ci sono vengano messe in circolazione. Senza dimenticare che le idee buone sono quelle che costano meno».
Spinosa. Il grande intuito del presidente della Regione e delle associazioni è stato quello di mettersi insieme avendo capito che era in arrivo uno tsunami economico. I greci combattevano tenendosi per mano, così dobbiamo fare noi. L'iniziativa è stata meritevole e noi dobbiamo restare nel Patto stimolandolo a fare le scelte giuste. C'è una nuovissima generazione di imprenditori che non chiede fondi, ma che vuole stare in un territorio competitivo. Dobbiamo fare in modo che anche stando sul Gran Sasso si riescano a vendere i prodotti se sono buoni. Per ottenere questo dobbiamo ripesare l'orografia di questo territorio, dobbiamo ridurre l'inefficienza della burocrazia, cercando di copiare gli esempi virtuosi che la pubblica amministrazione italiana offre, penso all'Inps, o all'Agenzia delle entrate. Non vedo perché non si possa replicare a livello locale ciò che funziona a livello nazionale. Nella sanità il commissario Chiodi lo sta facendo, può farlo anche altrove».
Marramiero. È vero, il Patto è uno strumento fantastico, ma in tempo di crisi c'è la tentazione di dare risposte a tutti e questa cosa va cambiata. Noi siamo di fronte a due emergenze: la burocrazia e il credito. Io rimango allibito di fronte ad alcuni articoli della Finanziaria che, forse per stanchezza, sono abominevoli. L'imprenditore è il primo a volere le regole e questo vale anche per le cave. Ma la Regione non può far pagare alle imprese il fatto che è in ritardo di anni per la redazione del Piano cave. L'altra questione è il Via che meritava un'altra riflessione. Aprire l'archivio informatico è un fatto di democrazia, ma noi paghiamo tecnici e politici perché valutino i progetti. Solo loro che hanno il diritto di esprimersi. Qui si vede invece la debolezza dei partiti, che non hanno il coraggio di dire che non si possono fermare i progetti di quelle imprese che hanno rispettato le regole. Penso a quello che succede a Pescara, a Chieti, a Ortona, a Vasto per gli impianti energetici. Per quanto riguarda il credito, noi crediamo nei confidi, ma bisogna creare un effetto di ottimizzazione. Inviterei per esempio la Regione a riflettere come contribuire con proprie risorse al Fondo di garanzia centrale».
Primavera. «Il patto era nato sotto un altro indirizzo. Era nato per ridisegnare le strategie della Regione; alla fine ognuno ha difeso la sua rappresentanza. Ma quello non è il compito del Patto che è invece chiamato a sanare scelte sbagliate di 15 anni fa e che oggi privano l'Abruzzo di un proprio ruolo, mentre le Marche dialogano con Umbria e Lazio, e la Puglia con la Campania e il Lazio. L'Abruzzo è rimasto fuori da questi processi e oggi ne avvertiamo le conseguenze. Le infrastrutture? D'accordo, ma che ce ne facciamo del porto di Ortona se non viene ridisegnato tutto il resto? Mancano gli interventi dell'ultimo miglio. E' lì che bisogna agire. Per esempio, che ce ne facciamo dell'azienda unica dei trasporti se poi non abbiamo i parcheggi di scambio?»
Mauro. «Credo che oggi la politica si sia fermata al contingente perdendo di vista la politica del cambiamento. La Regione viene da una contrazione violenta in termini di Pil. In tre anni abbiamo recuperato tre punti su sette, ma è difficile recuperarli entro il 2014. Occorrerebbe una crescita del 2% l'anno, impensabile. Ma il freno della regione risale ancora prima del 2007, va indietro fino al 2000. Dunque la regione ha bisogno non di tornare a crescere, ma di iniziare la crescita. Oggi non occorrono le lenzuolate: io andrei cauto con il discorso sulle liberalizzazioni, mi ricorda quello sull'euro. Quello che dobbiamo sviluppare sono due questioni: la governance delle politiche di sviluppo e gli interventi sulle infrastrutture immateriali, non trascurando i problemi congiunturali del credito. Poi dobbiamo fare anche noi una spending review: ci sono due elementi dei flussi regionali di spesa che sono il doppio di quelli del centronord: il personale e il funzionamento generale, su queste cose bisogna intervenire».
Sarra. «Il sistema economico regionale è andato in pezzi, come una zucca al tiro al bersaglio, ma i pezzi non coincidono più: va ricostruito tutto lo scenario. Per esempio, credo che le risorse debbano andare per le infrastrutture, poi saranno le imprese a fare gli investimenti. Il modello di sviluppo non lo sceglie la politica, lo scelgono le imprese. E qui vanno dette anche delle cose che possono dispiacere, anche in riferimento al Patto. Il Patto non è un luogo dove discutere se fare investimenti in questo o quel settore, lì si deve decidere quali devono essere gli investimenti infrastrutturali. Forse il Patto è fallito perché la torta era troppo piccola».
Legnini. «Rispetto al patto è un errore concentrarsi sull'enfatizzazione dello strumento più che sulle soluzioni. Il Patto dovrebbe sprigionare una forza propositiva della Regione verso il livello centrale. I parlamentari dovrebbero partecipare al tavolo? Non ci si autoinvita a un tavolo predisposto da altri. Noto con una punta di amarezza che in tre anni di legislatura né il presidente della Regione né altri hanno mai invitato i parlamentari abruzzesi a partecipare a una decisione. Una cosa mai accaduta. Certo non mi offendo per questo, ma sono rammaricato per la nostra regione. Vorrei allora indicare tre occasioni mancate.
Legnini. «La Zona franca urbana dell’Aquila: piuttosto che mandare a Bruxelles De Matteis, Chiodi avrebbe fatto meglio a fare un tavolo con i parlamentari abruzzesi e con uno o più parlamentari europei: finalmente si sarebbe chiarito il giallo dell’istruttoria».
Spinosa. «Ma la detassazione vale dieci Zone franche!»
Legnini. «Era un atto dovuto. Seconda occasione mancata: la ricostruzione. Se venisse qui un marziano non capirebbe perché siamo fermi. Per fare una diagnosi della paralisi basta leggere la discussione parlamentare: il sistema commissariale, le ordinanze, l’incertezza sulla allocazione delle risorse. Era tutto prevedibile. Terza occasione mancata: i Fas. Ho parlato con il ministro Barca. Gli ho chiesto: se la nostra regione venisse da te con idee precise di razionale e rapido utilizzo delle risorse vi sarebbe la possibilità di intervenire su quel frastagliamento? La risposta è stata sì. Il sistema regionale potrebbe dire: il problema è il credito, interveniamo lì mettendo nel capitale dei Confidi 50 milioni di Fas, magari facendo una norma per stimolare investimenti e occupazione. Si potrebbe fare. Infine le infrastrutture: c’è un solo progetto pronto a partire? Non c’è. Ho l’elenco di dieci infrastrutture urgenti che non partiranno mai. Questo Patto può decidere? Il tema è questo».
Piccone. Faccio una premessa politica. Io non faccio l’avvocato difensore della Regione. La Regione si difende da sola. Ma noto che a volte restiamo impallati sui problemi. La Regione deve lavorare su tre o quattro punti senza costruire dogmi. Si è parlato di credito. Si può fare un’analisi di quanto è assistenza e di quanto è sostegno? Vedo misure che vanno più sul lato dell’assistenza che del sostegno. Dobbiamo fare un’analisi seria delle risorse e vedere comparto per comparto dove investire i fondi».
Legnini. «Sottoscrivo quello che dici, ma è una impostazione antitetica a quella della giunta, che dice: i Fas non si toccano».
Piccone. «Ma il problema non è di Chiodi, il problema viene da lontano. Tutti dobbiamo cambiare. Io ragionerei in termini di riproduzione dei finanziamenti: una cosa è chiederli per ristrutturare il debito, una cosa è chiederli per un investimento. Se ragionassimo così ci accorgeremmo che di soldi ce ne sono anche troppi. Sulla ricostruzione dell’Aquila dico che deve essere tutta la classe dirigente a interrogarsi perché non è partita».
Legnini. «Chiodi ha i poteri commissariali!»
Piccone. «Sarebbe un errore cercare in Chiodi il capro espiatorio. Ci sono i tecnici, gli ingegneri, i costruttori, il Comune, tutti hanno fatto la loro parte perché la ricostruzione si bloccasse. Quanto al Patto, certo, dovremmo starci anche noi parlamentari, e comunque tutti gli attori che si sentono di dare un contributo. Raccolgo quindi l’invito del direttore Baraldi a promuovere questa iniziativa. Però non credo che questo possa voler dire fare in Abruzzo un’operazione politica come quella fatta con Monti. Se si annacqua il contraddittorio politico si crea un pasticcio. Gli attori politici possono dare un contributo da parti contrapposte e poi fare un salto di qualità su argomenti sui quali è necessario un percorso di condivisione. Immaginare in Regione una maggioranza Pd-Pdl sarebbe un passo indietro».
Legnini. «In Abruzzo il modello Monti non è replicabile. Non ci sono le condizioni. Lì c’era un Parlamento senza i numeri, qui c’è una maggioranza. Noi abbiamo il dovere di esercitare il nostro ruolo in modo contruttivo e preparare l’alternativa di governo. Ma si può segnare un cambiamento tra forze politiche che restano in competizione. Per esempio sulle liberalizzazioni. Le fusioni delle aziende di trasporto vanno bene, anche se non risolve il problema dell’ammodernamento. Ma sulla ricostruzione, visto che Piccone ha riconosciuto che c’è un ritardo per una responsabilità diffusa, io faccio una proposta: Chiodi rinunci a fare il commissario, noi vi riconosciamo il diritto di proposta. Insieme individuiamo una persona di grande qualità che guidi la ricostruzione. Anche sulla sanità. Chiodi l’ha scassata e poi c’è quella tegola della mobilità passiva. Ma se è vero che ha risanato i conti, Chiodi vada dal governo e dica che non abbiamo più bisogno di un commissario, o chieda di nominare un supermanager. A voi la proposta».
Piccone. «Non sono d’accordo, la politica non può abdicare ai tecnici».
Primavera. «Dobbiamo individuare un percorso per riforme strutturali che hanno bisogno di maggioranza e opposizione. E tra le riforme individuerei la riforma elettorale con un unico collegio regionale. All’Aquila abbiamo bisogno d una legge sulla ricostruzione. E bisogna togliere tutti i commissari, vedi il disastro dei consorzi industriali».
Marramiero. «I consorzi andrebbero proprio aboliti! E va stabilita una visione per questa regione. Vogliamo sapere quali sono le regole. Se la politica approva le liberalizzazioni o se fa come con l’acqua: favorevole alla gestione privata a Roma e contraria in Abruzzo».
Spinosa. «Insisto su un fatto: questo è un momento straordinario e bisogna coglierne le possibilità. Vado in giro nelle altre regioni e mi dicono, “meno male che avete la ricostruzione”. Ma la classe dirigente deve prendere atto che c’è qualcosa che non funziona nella ricostruzione. Chiodi sta facendo un’ottima amministrazione, ma ha una valanga di deleghe».
Mauro. «Vorrei tornare sulla crescita. In Italia avevamo un modello di sviluppo basato sul debito pubblico, che generava la svalutazione della lira, una conseguente maggiore competitività e quindi alla crescita. In Abruzzo avevamo le agevolazioni che portavano competitività e maggiore crescita. Oggi le agevolazioni non ci sono più. Dobbiamo pensare con cosa sostituirle: io userei una formula, occorrono certamente infrastrutture ma soprattutto capitale umano e capitale istituzionale per uno sviluppo intelligente, sostenibile e inclusivo».
Sarra. «A proposito del discorso sulle liberalizzazioni che ha fatto Marramiero. C’è un problema di coerenza tra la politica nazionale e regionale, anche se la questione dell’acqua è più complessa. Lì era giusto abrogare la norma perché era scorretta. La questione dell’Abruzzo è di politica industriale. Cosa vogliamo diventare? Da qui a 10 anni molte imprese moriranno, e non si può salvare tutti perché altrimenti non si salva nessuno. Bisogna essere selettivi. Occorrono scelte che vanno fatte in maniera condivisa».
Piccone. A proposito di scelte, io sono innamorato delle liberalizzazioni. Sul sistema idrico integrato c’è stata una forte e chiara volontà di privatizzare la gestione. Lì ormai non si fanno più investimenti. E sono per la privatizzazione delle società di trasporto pubblico locale».
Legnini. «Che vuoi dire?»
Piccone. «Dico che alcuni asset non strategici possono essere venduti».
Legnini. «Quindi sei d’accordo con Tancredi?»
Piccone. «Sì. Ecco, sui trasporti e sulla gestione dell’acqua possiamo confrontarci».
Legnini. «Sulle liberalizzazione potremmo confrontarci se ci fosse un confronto vero che fino a oggi non c’è stato. Il problema non è nostro ma di chi deve accettare questo terreno di confronto. Facciamole le riforme. Riformiano la burocrazia, riformiamo gli enti strumentali. Oggi si va avanti per approssimazioni. Perché abbiamo ancora le Ater? Dobbiamo chiuderle, come vanno chiusi i consorzi industriali. Quanto all’acqua sono per l’acqua pubblica ma la politica deve uscire dalla gestione. E poi c’è la questione etica. Su questo non possiamo avere nessuna indulgenza, non solo per il rispetto delle regole ma per una questione di competitività del territorio».
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