La vita agra prima dell'Unità
Povertà, fame e analfabetismo nel Regno borbonico
Gli uomini vivevano in media 33 anni ed erano alti (chi più, chi meno) un metro e 58 centimetri. Le donne campavano più a lungo, 41 anni circa, ed erano alte in media 1,41. Solo l'8 per cento degli italiani viveva più di 60 anni. Le famiglie tipo erano composte da almeno 4 persone. Quanto alla politica, solo il 2 per cento degli italiani poteva avere voce in capitolo ed esercitare il diritto di voto.
Non era un gran bel vivere quel che si faceva in Italia quando, il 17 marzo di 150 anni fa, veniva proclamato il Regno d'Italia a palazzo Carignano a Torino.
Le altre cifre della vita agra che si menava nell'Italia per la prima volta riunita dai tempi dell'Impero romano le potete leggere nella tabella qui a fianco. Ma ne basta una per capire quanto è lontana l'Italia del 1861 da quella di oggi: il 70 per cento della popolazione era analfabeta (oggi a non saper leggere e scrivere è appena il 12 per cento degli italiani).
Nel Meridione addirittura il 90 per cento dei neo italiani non sapeva leggere e, quando si trattava di firmare un documento o una lettera, al posto del suo nome tracciava una due segni a formare una croce, quella di un destino dannato dalla fame e dall'arretratezza.
Ma in Abruzzo come si viveva, in quel fatidico 1861? Cosa facevano i nonni dei nostri nonni nelle loro esistenze quotidiane? A coloro che, già agli inizi del Novecento, rimpiangevano i bei tempi andati, il filosofo inglese Bertrand Russell, illuminista impenitente e bastian contrario, ricordava che quei tempi non erano affatto belli e che la vita non era un granché divertente: «Dopo cena si guardava il fuoco guizzare nel camino». Quando di cena ce n'era una, così come un camino davanti al quale trascorrere il tempo per digerirla. Cioé quasi mai nelle classi povere.
«Che si faceva nella vita di ogni giorno, mentre ci si avvicinava alla metà dell'Ottocento?», si chiede Maria Teresa Colangelo, storica e scrittrice abruzzese, in un saggio («Cent'anni in Abruzzo») pubblicato nel 1996 dalla casa editrice Ediars nel volume collettivo intitolato «L'Abruzzo nell'Ottocento».
«Per i pastori e gli agricoltori», racconta la Colangelo, «le giornate erano interminabili, sottoposte a un lavoro estenuante, o trascorse nell'ozio forzato e nella fame. I padroni borghesi erano più duri dei feudatari di un tempo, dicono alcuni».
La Colangelo cita, a questo proposito, «un osservatore benevolo» come Panfilo Serafini di Sulmona che «descrive, intorno al 1840, i lavoratori della campagna, specialmente i montanari, come malnutriti e smunti, ignoranti». Serafini sperava «che le classi più elevate sarebbero intervenute per mutare quelle miserie, ma si illudeva».
L'Abruzzo di metà Ottocento, insomma, era un posto dominato da una struttura quasi feudale della properietà e dei rapporti fra classi, in cui nascere dalla parte sbagliata della piramide sociale predestinava a una vita grama e assoggettata all'arbitrio dei poteri dominanti.
«Alcuni proprietari», racconta ancora la storica, «si occupavano attivamente delle colture, introducevano o sviluppavano l'allevamento del baco da seta, si scambiavano esperienze, ma questo si faceva soprattutto nel Teramano. Nelle zone di montagna poche famiglie dominavano ed era ancora molto diffusa la pastorizia. I poveri strappavano un duro raccolto alle pietre, a forza di braccia».
Gli artigiani (sarti, calzolai, barbieri) vivevano un po' meglio. Ve n'erano alcuni (come il fratello del poeta Gabriele Rossetti a Vasto) che componevano versi o suonavano nelle bande di paese. «Si contentavano di poco», annota con gusto bozzettistico la Colangelo nel suo saggio, «per loro era un avvenimento saziarsi di maccheroni e di carne, fare una bevuta di buon vino e cogliere qualche occhiata dolce di donna alla finestra. Anche loro si staccavano dai lavoratori dei campi, braccianti e piccoli proprietari, fedeli a un modo di vivere senza tempo, che scorreva quasi come un fiume sotterraneo con usanze e riti particolari».
E le donne, che ruolo recitavano in questo eterno presente immutabile che era la vita delle classi povere abruzzesi di 150 anni fa?
Povere e ricche erano accomunate da uno stesso destino di subalternità all'uomo e di marginalità sociale. «In campagna», scrive la Colangelo, «per lo più lavoravano duramente insieme agli uomini. Nelle piccole case di paese il loro compito era quello di tessere, di attingere l'acqua e di lavare i panni».
Le donne della borghesia dell'epoca, invece, erano quasi delle suore di clausura, la loro casa come un convento. Non c'era ancora l'abitudine di mandare le ragazze in collegio. L'istruzione (essenziale con uso di buone maniere) era impartita fra le mura domestiche come nel Settecento. L'unico obiettivo dei padri (e delle madri, quando avevano voce in capitolo) era quello di maritarle bene, con un buon partito.
«Si consideravano fortunate», scrive ancora la Colangelo, «quelle che dal balcone o dalla finestra potevano vedere un po’ di mondo e non solo gli animali che tornavano alla sera nelle stalle. Gli abiti di chi non indossava il costume tradizionale erano scuri, castigatissimi anche per le giovani».
«Come nel Medio Evo», spiega la storica, «ogni casa agiata era un piccolo mondo dove si produceva di tutto non solo il pane, la pasta e i dolci, ma i salumi e i tessuti di uso comune».
Fra gli aristocratici e i borghesi i passatempi preferiti erano il gioco (per esempio, a Pescara nella Casina degli ufficiali del regio esercito borbonico) e il teatro. «Specialmente nel Carnevale», scrive la Colangelo, «venivano compagnie di canto da Napoli, con almeno un’attrice comica giovane e piccante». In teatro la censura borbonica era rigidissima, specialmente all’Aquila. Era vietato offendere la religione, la morale e la politica del governo. Anche i bis dovevano essere autorizzati dalla polizia borbonica. Se il permesso veniva negato, capitava che scoppiassero anche tumulti.
Il quadro della qualità vita era completato dalle letture e dai viaggi. Quanto alle prime, la stampa quotidiana e periodica cominciò a diffondersi soprattutto dopo gli anni Trenta dell’Ottocento. Qualche esempio? La Filologia abruzzese, il Gran Sasso d’Italia, Lo Spigolatore dell’Aterno, il Saccente. Testate - che fin dal titolo - sembrano garantire al potere borbonico la poca o nulla volontà di disturbare il manovratore o di manomettere i meccanismi che garantivano la pace sociale.
I viaggi, quindi. Spostarsi all’interno della regione era complicato come viaggiare nell’ex Unione sovietica. Per andare da una provincia all’altra occoreva avere una «carta di sicurezza», una specie di passaporto. Questo documento doveva essere firmato dal sindaco e avere la «fede di buona condotta» certificata dal parroco.
Va detto pure che non aiutava a fantasticare di viaggi lo stato dei collegamenti ferroviari e stradali. Nell’ultimo decennio del regno di Ferdinando II, dopo il 1849, ci fu una riduzione drastica della costruzione di nuove strade ferrate. Il re era scettico a proposito perché temeva che aumentare la rete di collegamenti equivalesse ad agevolare anche il traffico di idee liberali e rivoluzionarie anti-monarchiche. L’ostilità di Ferdinando ritardò di una decina di anni buoni lo sviluppo ferroviario nel Regno delle due Sicilie. Così le strade ferrate rimasero prerogativa della sola Campania (con 226 chilometri giudicati di qualità eccellente con locomotive molto veloci). Alla morte di Ferdinando II, nel 1859, i progetti di ampliamento della rete ripartirono. Si progettò e fu messo in costruzione il collegamento tra Caserta e Foggia, che doveva avere tre importanti diramazioni: a sud verso Brindisi e Taranto, a est verso il porto di Manfredonia e a nord verso L’Aquila.
Ma se gli abruzzesi si muovevano poco e male, e non per volontà loro, le visite del re nella regione erano frequenti per gli standard dell’epoca. Ferdinando II, racconta Maria Teresa Colangelo, «mostrava di voler conoscere i sudditi abruzzesi, di credere alla loro fedeltà, senza temere le ribellioni».
Il lungo viaggio da Napoli all’Abruzzo prevedeva soste in palazzi e ville di campagna dove i proprietari «facevano del loro meglio per rendere le abitazioni degne dell’augusto ospite e del grande seguito. Si organizzavano cacce, balli, musiche, rappresentazioni e pranzi. Anche centri inerpicati sui colli, come Città Sant’Angelo, ebbero la visita del re, che disse bonariamente “Sta ’ncoppa a ’na pippa”, mentre affrontava la salita».
Da un documento di polizia dell’epoca si apprende, inoltre, che Ferdinando II si trattenne in visita a Pescara e Chieti, dal 27 al 29 luglio del 1832, impiegando un giorno intero a visitare la fortezza di Pescara. «Tutta la guardia urbana dei centri vicini», annota la Colangelo, «era schierata lungo il percorso e molti alloggi furono requisiti per il seguito. Si formò anche una banda speciale, per allietare le soste del sovrano, con quattro corni, tre tromboni, quattro trombe e qualche altro strumento. Una cosa abbastanza modesta».
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