Le finterland, Gucci e il falso giornale

Se in una pagina falsa il copista pirata
sbaglia nomi e cifre, gli innocenti possono finire nel tritacarne
Siamo così bravi che ci taroccano. Sono così incapaci che alcune copie sono dei falsi grossolani, confusi, e talvolta (come vedremo) pericolosi.
C’è qualcosa di paradossale nella coincidenza temporale: proprio nei giorni in cui stiamo raccontando la storia della centrale abruzzese del “falso di lusso”, con le copie dei grandi marchi nel mondo dell’abbigliamento, qualcuno ha preso la nostra “griffe” e ha iniziato a produrre delle contraffazioni molto maldestre.
Dopo le prime segnalazioni – come racconta nel suo divertentissimo e amaro articolo Gabriele Cappi – per un attimo eravamo rimasti increduli: errori da matita rossa e blu, titoli sballati, abbinamenti fotografici surreali, pioggia di refusi. Impossibile per i nostri standard. E infatti, come spiega Gabriele, abbiamo capito che una intelligenza artificiale di bassa qualità è stata usata per clonare pagine di grande complessità e fattura: milioni di micro-dati digitali, immagini, testo, che l’Ai deve trascrivere in una finestra di testo brevissima. L’intelligenza – in queste condizioni – prende fischi per fiaschi, e con lei tanti lettori che sono convinti di avere sotto gli occhi il testo originale del quotidiano. Quando ero ragazzo e abitavo in periferia a Roma, ebbero un certo momento di successo le “Addas”, scarpe contraffatte malino che giocavano sulla pigrizia dell’occhio che talvolta vede ciò che pensa di vedere. Le mitiche strisce sulla tomaia erano tre, ma la corona del “trifoglio” più noto dello sport mondiale ne aveva uno di meno.
Nacque in quel clima – tra i giovani – il mito delle “Finterland”, che per fortuna non esistevano. Ma tutti coloro che non potevano comprarsi le vere Timberland a 220mila lire dell’epoca, acquistavano nei mercatini delle pessime copie con pelle non cerata e alberelli depressivi, con meno foglie e meno rami. Costavano un quarto, già da nuove sembravano insulse, ma quando pioveva la suola a carro armato si apriva drammaticamente e non c’era verso di rincollarla bene: anche il Vibram era diventato “Viram”, come il Parmigiano è diventato “Parmesan” (nella più nota truffa di brand alimentare). Ma torniamo alle Timberland. La casa americana rispose con una campagna geniale. Sotto la foto di un paio di scarpe piene di fango, usurate, ma ancora splendidamente in forma, appariva questo slogan: “Chi ama le Timberland le tratta male”.
Quando ero al liceo esplose la moda dei Levi’s 501, alcuni erano fatti così bene che per accertare il falso bisognava estrarre il taschino porta-monete della tasca anteriore e girare la fodera: se il taschino piccolo aveva la forma a freccia nella parte non visibile erano originali, se seguivano il taglio del jeans nell’attacco tondeggiante della fodera erano falsi. In tempi più recenti è stato incredibile il boom delle Air pods Apple in tutto e per tutto identiche, anche nella confezione: ma “strappavano” sempre la connessione del Bluetooth e si scaricavano in modo asimmetrico: se sentivi a destra, si spegneva tutto a sinistra, e viceversa. Tortura.
Dalla fine degli anni Ottanta è nato un fenomeno, detto “Gucci Type” perché frutto di una intuizione di Maurizio, il guru di terza generazione che portò il marchio ad un successo planetario. Persino nella fiction cinematografica si racconta l’intuizione del manager: non perseguitare i falsari del brand, purché non inseguissero la verosimiglianza totale. Il vantaggio? «Il falso, con la sua pervasività, fa pubblicità all’originale» (che rimane unico).
In tempi recenti questa sorta di “negoziazione”, condotta più o meno clandestinamente, è stata stracciata: ora il falso vuole assomigliare il più possibile all’originale. Con effetti paradossali, se si ricorda la vicenda di Francesca Pascale, che dopo essere rimasta felicissima per aver ricevuto una Kelly Hermès dall’amica (all’epoca) Daniela Santanché, ma dovendola poi riparare (per una rottura della lampo), fu convocata dal laboratorio Hermès dove l’aveva portata: «Signora, dove l’ha presa? Questo è un falso». Erano stati riprodotti addirittura certificati e ologramma. Il Fatto riuscì a intervistare persino il rivenditore senegalese di Forte dei Marmi che aveva rifornito la Santanché: «Le mie Kelly sono più belle di quelle vere!». Memorabili le pagine di Gomorra in cui Roberto Saviano raccontava del sarto che riconosceva in tv, indosso ad una diva, un suo abito (“falso”) che davvero era più bello dell’originale. Le stesse mani avevano cucito sia il primo che il secondo: solo che “il falso” del sarto della faconnerie campana (che lavorava per il grande marchio) era cucito con più amore dell’originale.
Ho compiuto questo breve viaggio intorno alla confusione tra verità e contraffazione, perché ci riporta al nostro caso, al nostro lavoro. Se in una pagina falsa il copista pirata sbaglia il nome del morto, la data dall’incidente, la cifra della truffa, o il nome del ladro, è molto più grave che se il simbolo del tulipano ha una striscia in meno, o se la suola delle desideratissime Yeezy (ci sono dei tutorial per identificare queste scarpe inventate da Kanye West) hanno una curvatura concava o convessa. Se il copista sbaglia uno o tutti questi elementi, gli innocenti possono finire nel tritacarne, o i colpevoli possono passare per santi. Abbiamo imparato così, dal falso, il valore del nostro giornale: quando avete una pagina de il Centro tarocca, non stanno rubando il nostro lavoro a noi. Stanno rubando la vostra vita a voi.
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