Ottant’anni dal 2 giugno ’46, quando l’Abruzzo si schierò per la monarchia

Renato Di Nicola
Al referendum nella nostra regione non vinse la Repubblica: finì 53,2% a 46,8%. Chieti votò in massa per il re. Fu la prima volta delle donne nella cabina elettorale
PESCARA. Ottant’anni fa, il 2 giugno del 1946, l’Italia sceglieva da che parte stare: Repubblica o monarchia. Se in Italia la Repubblica vinse con il 54,27% dei voti contro il 45,73% della monarchia, l’Abruzzo fu una pecora nera: il 53,22% degli abruzzesi si schierò con il re e il 46,78% votò per la Repubblica. Se fosse per l’Abruzzo di 80 anni fa, in Italia ci sarebbero ancora il re e la regina con il potere in mano ai Savoia. Si chiama “Viva l’Italia, 80 volte” l’ultima puntata di “31 minuti”, settimanale di approfondimento di Rete8 in collaborazione con il Centro che va in onda questa sera alle ore 22.30 (riprese e montaggio di Giuliano Vernaschi, regia di Danilo Cinquino, ottimizzazione di Antonio D’Ottavio).
Ottant’anni fa, in Italia, l’affluenza alle urne in Italia fu straordinaria, raggiungendo l’89%; in Abruzzo fu dell’87,61%, su 740.747 aventi diritto andarono al voto in 648.932. Grandi numeri che oggi sembrano davvero inarrivabili a fronte di una continua fuga dai seggi: alle elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi, con 60 Comuni abruzzesi al voto, compresi Chieti e Avezzano, l’affluenza è stata appena del 63,90%, in calo di tre punti rispetto al 66,82% delle precedenti consultazioni amministrative. Quel referendum su monarchia o Repubblica spaccò l’Abruzzo in due: da una parte, la provincia di Chieti e quella dell’Aquila in cui trionfò la monarchia e dall’altra le province di Pescara e Teramo in cui vinse la Repubblica. Fu la Provincia di Chieti, una terra di notabili, quella in cui la monarchia scavò il solco più profondo rispetto alla Repubblica: il re arrivò al 62,46% mentre la Repubblica appena al 37,57%. Ma lo schiaffo più forte arrivò dal colle di Chieti, la città del potere amministrativo per eccellenza a quell’epoca, con la monarchia al 78,20% e la Repubblica al 21,80.
In provincia di Pescara la Repubblica toccò la vetta massima in Abruzzo con il 56,52%; a Teramo il margine fu più risicato con la Repubblica al 52,10%. Un’altra curiosità: a Teramo città fu un vero testa a testa con la Repubblica al 50,02% e la monarchia al 49, 98, praticamente una vittoria al fotofinish della Repubblica. Pochi mesi prima del voto del 2 giugno, in primavera, ci furono le amministrative e quelle consultazioni furono la prima prova sul campo della nuova legge sul suffragio universale, a cui le donne risposero con partecipazione ed entusiasmo: l’affluenza femminile raggiunse quasi il 90%. A livello nazionale poi, le donne votarono per la prima volta il 2 giugno ’46, per il referendum istituzionale e per le elezioni dell’Assemblea costituente. E tra le 21 donne elette, anche due abruzzesi Filomena Delli Castelli e Maria Federici. A raccontare l’emozione di quel voto, in puntata, è la giornalista Alessandra Portinari, autrice del libro “Donne in politica. Dalle suffragette all’attuale rappresentanza femminile”.
La Costituzione italiana, risalente al 1948, è discendente diretta di quel referendum di 80 anni fa quando vinse la repubblica. All’articolo 11, la Costituzione dice che l’Italia non vuole la guerra: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Eppure nonostante il nazifascismo che precedette l’entrata in vigore della nostra Costituzione, si parla ancora di guerra e di zone militarizzate e una di queste si trova anche in Abruzzo, nel sito di Monte San Cosimo, 134 ettari vicino Sulmona e Pratola Peligna, un perimetro di 7 chilometri lineari con un muro di blocchi in cemento. Una zona prima isolata e adesso con le case e i cantieri delle nuove palazzine che è sempre un obiettivo militare sensibile. Si tratta di un deposito militare realizzato nel 1939, prima della Seconda guerra mondiale, adibito ad accogliere la fabbrica di esplosivi della Montecatini Nobel in cui lavoravano per la produzione bellica oltre 2.000 persone; nel 1954, il sito tornò al Ministero della difesa.
Un sito con un velo di mistero. E per festeggiare il 2 giugno sotto il segno della pace, una rete di associazioni scende in strada e un’altra vita per Monte San Cosimo, «a fini civili e di pace»: «Una base», dice Renato Di Nicola del coordinamento abruzzese “Disarmare la pace, disertare la guerra!”, «già bombardata nella Seconda guerra mondiale e che continua ad essere obiettivo militare strategico anche oggi, il cui contenuto reale rimane top secret per cittadini e istituzioni locali. In una zona interna del nostro Abruzzo, economicamente fragilissimo, Monte San Cosimo è un luogo pericoloso e un peso inutile per la popolazione anche dal punto di vista sociale ed economico». Di Nicola lancia un appello: «Abbiamo il diritto di sapere e chiediamo ai parlamentari abruzzesi, ai consiglieri regionali ed alle amministrazioni del territorio – visto che dovrebbero fare gli interessi delle popolazioni dalle quali sono stati eletti - di agire per fare chiarezza e chiedere la smilitarizzazione dell’area e la sua riconversione per fini civili e di pace».
Il mistero di Monte San Cosimo è al centro di diverse interrogazioni parlamentari. Una risale al 2003 quando l’allora deputato dei Verdi, Marco Lion, parlava di un sito pericoloso e da smilitarizzare. Un’altra interrogazione è del 2013, firmata dall'allora deputato abruzzese Gianni Melilla di Sel (Sinistra ecologia e libertà). Melilla disse che l’Abruzzo non ha bisogno di un fortino militare ma di un polo della protezione civile: «Noi», disse l’allora deputato in aula, «abbiamo dei collegamenti ottimali con le autostrade, con la ferrovia, edifici e gallerie per decine e decine di chilometri all’interno di quest’area e servizi di ogni genere, dall’acqua all’energia elettrica, in una regione che ha notevoli problemi sismici e che, quindi, ha bisogno di un sistema di protezione civile particolarmente efficiente».
All’epoca il sottosegretario Gioacchino Alfano rispose a Melilla che non era nei piani del governo di centrodestra smilitarizzare l’area di Monte San Cosimo: «In aula, la risposta del governo non fu soddisfacente», dice Melilla nell’intervista per “31 minuti”, uno che pensa che sia sbagliato preparare la pace con la guerra. Un’altra interrogazione ancora, proveniente dal fronte opposto, nel 2015 fu presentata dalla deputata Paola Pelino di Forza Italia che chiudeva così: «Bisognerebbe valutare l’opportunità della dismissione del deposito militare che ricade all’interno di una zona considerata ad alto rischio sismico, con relativa bonifica dell’area, e la riconversione a fini di protezione civile». Né sinistra né destra, in tutti questi anni, sono riuscite a cambiare il destino di quel sito.
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