PESCARA
«Scarsità della risorsa». Con queste tre parole, il centrodestra prova a “blindare” gli stabilimenti balneari abruzzesi dalla scure della direttiva europea Bolkestein che prevede l’apertura al mercato con le concessioni all’asta. Questa volta, però, il grimaldello non è una proroga secca, ormai impossibile, ma un algoritmo giuridico legato proprio al concetto di «scarsità della risorsa» cioè quanta spiaggia è occupata e quanta invece è ancora libera.
La sfida di anestetizzare la Bolkestein è contenuta in un progetto di legge firmato dal presidente del consiglio regionale Lorenzo Sospiri di Forza Italia e dal capogruppo azzurro Emiliano Di Matteo, da Carla Mannetti della Lega e Gianpaolo Luigi per la lista Marsilio Presidente. Un testo che tenta di infilarsi nelle pieghe della giustizia europea per congelare le gare pubbliche: la battaglia di inizio estate sui balneari è appena cominciata e si giocherà prima nelle commissioni e poi all’Emiciclo.
La base del pdl 133 – appena 4 articoli stringati – poggia su un contatore temporale e tecnico: l’articolo 2 stabilisce che «entro 45 giorni dall’entrata in vigore della presente legge, il dipartimento regionale competente in materia redige uno studio finalizzato alla verifica e all’aggiornamento dei dati relativi ai rapporti concessori in essere nelle aree demaniali marittime insistenti sul territorio regionale e quantifica il rapporto tra le aree interessate dalle concessioni e le aree libere».
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La politica si affida ai numeri per provare a difendere i gestori degli stabilimenti balneari dalle aste: se la mappatura dimostrerà che in Abruzzo ci sono ancora chilometri di spiagge libere da assegnare, per la Regione decadrà il presupposto europeo della «scarsità» e allora i Comuni costieri avranno il via libera per sospendere i bandi. L’articolo 1 del pdl, comma 3, lo mette nero su bianco spiegando che la legge punta alla «verifica della sussistenza o meno nell’ambito delle aree demaniali marittime insistenti sul territorio regionale della condizione della “scarsità delle risorse naturali”».
Dietro i tecnicismi amministrativi c’è una spinta politica per schierarsi con un comparto che, da Martinsicuro fino a San Salvo, muove fette enormi di Pil. I quattro firmatari, a una voce sola, parlano di una legge «per tutelare le imprese familiari, difendere l’occupazione e garantire certezza normativa»: «Dietro ogni stabilimento balneare», osservano Sospiri, Di Matteo, Mannetti e Lugini, «non vi è soltanto una concessione amministrativa, ma una rete composta da famiglie, lavoratori, fornitori, attività commerciali e servizi che rappresenta una componente fondamentale dell’economia e dell’identità turistica della costa abruzzese».
L’obiettivo dichiarato è spazzare via il rischio che, con il sistema dei rilanci delle aste, le multinazionali pronte a fare shopping sui nostri litorali si sostituiscano alle famiglie locali: il provvedimento, assicurano dalla maggioranza, vuole «evitare automatismi che potrebbero mettere a rischio un sistema economico costruito nel tempo grazie agli investimenti e al lavoro di centinaia di imprese».
Il meccanismo ipotizzato prevede due vie: se la risorsa spiaggia risulterà abbondante, i Comuni, «previa verifica che la concessione non presenti un interesse transfrontaliero certo, procedono alla proroga delle concessioni balneari in essere»; se invece risulterà scarsa, si andrà dritti alle evidenze pubbliche. I promotori sono pronti a giurare che «la proposta non esclude il ricorso alle procedure competitive, ma ne prevede l’applicazione esclusivamente nei casi richiesti dal diritto europeo», inserendo anche paletti di legalità che escluderanno dai benefici chi ha subito decadenze o è impigliato nelle maglie del Codice dei contratti pubblici.
Sembra tutto facile seguendo la narrazione del progetto di legge 133. Ma la realtà dei fatti presenta un quadro che appare già a rischio. La legge regionale potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio: assegna ai sindaci e ai dirigenti comunali della costa l’onere di firmare gli atti di proroga e dimostrare l’assenza di un «interesse transfrontaliero certo», esponendosi in prima persona al rischio di ricorsi.
E sullo sfondo resta anche un altro scoglio: la giurisprudenza del Consiglio di Stato e della Corte costituzionale, che finora ha sistematicamente cassato ogni tentativo delle Regioni di legiferare sulla concorrenza e sulle proroghe demaniali, ritenendo la spiaggia una risorsa già intrinsecamente scarsa a livello nazionale.
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