Dopo la firma, la nuova vita: Nathan ha preso possesso della casa concessa gratis / VIDEO

30 Novembre 2025

PALMOLI. Hanno detto sì. Lasceranno il bosco, lasceranno la casa di contrada Mondola per trasferirsi, anche se temporaneamente, in un altro alloggio a Palmoli. Nathan Trevallion e Catherine Birmingham hanno deciso di scendere a patti con la realtà per disinnescare l’emergenza abitativa che ha spinto il tribunale per i minorenni dell’Aquila a ordinare l’allontanamento dei tre figli, dal 20 novembre collocati in una struttura protetta di Vasto. Non è una resa, ma un atto di pragmatismo lucido: vivranno lì, nella casa offerta dal ristoratore Armando Carusi, sempre immersa in un bosco, per tutto il tempo necessario a rendere la loro abitazione conforme alle richieste della legge. Questa mattina Nathan ha preso possesso della nuova casa, effettuando un piccolo trasloco.

Questa “mossa” è contenuta nelle pieghe del reclamo presentato alla Corte d’appello dell’Aquila dai nuovi legali della famiglia, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas. La linea difensiva è chiara e mira a ribaltare la narrazione dominante: non c’è mai stata una reale chiusura ideologica o una volontà di ribellione alle leggi italiane, ma solo una catena di equivoci alimentata da una barriera linguistica finora drammaticamente sottovalutata. Secondo la difesa, gran parte delle frizioni con i servizi sociali e con l’autorità giudiziaria è nata dalla difficoltà oggettiva della coppia, anglo-australiana, di comprendere i tecnicismi e le sfumature della legge italiana.

Non avendo avuto accesso a traduzioni ufficiali degli atti in inglese e affidandosi a mezzi di fortuna, spesso piattaforme online, per decifrare le richieste delle autorità, Nathan e Catherine avrebbero frainteso la portata delle prescrizioni ricevute, finendo per apparire ostili e non collaborativi quando invece erano semplicemente confusi e spaventati. Un cortocircuito comunicativo che avrebbe trasformato ogni richiesta di chiarimento in un atto di sfida. I legali sottolineano come la mancata assistenza di un interprete qualificato e la non traduzione dei documenti essenziali abbiano di fatto leso il loro diritto fondamentale a difendersi, impedendo di cogliere il senso di un iter burocratico complesso che ha finito per travolgerli, in violazione delle stesse direttive europee sul giusto processo.

Uno degli esempi più clamorosi di questo “dialogo tra sordi” è la famosa, controversa richiesta economica avanzata dai genitori per sottoporre i figli agli accertamenti sanitari. Quella che era stata letta dall’opinione pubblica e dai giudici come una provocazione inaccettabile, o peggio come un ricatto – la richiesta di 50.000 euro per ogni bambino – secondo la nuova ricostruzione è stata, in realtà, una maldestra applicazione di concetti giuridici anglosassoni. La coppia non chiedeva soldi per sé, né intendeva vendere il consenso alle cure; intendeva piuttosto stipulare una sorta di “cauzione” a garanzia della salute psicofisica dei minori. Temevano che esami ritenuti invasivi e non necessari, visto che i bambini apparivano sani e gioviali, potessero avere ripercussioni sul loro equilibrio, e cercavano una forma di tutela tipica del loro ordinamento di origine. Un gigantesco equivoco culturale, prima ancora che legale, nato dalla diffidenza verso un approccio medico che percepivano come aggressivo e giudicante verso il loro stile di vita, ma non da una volontà di nuocere ai figli.

Ma è sul fronte della sicurezza abitativa che la difesa gioca la carta più importante e concreta. Pur avendo in mano una perizia tecnica di parte, firmata da un ingegnere, che attesterebbe la stabilità statica dell’immobile nel bosco e l’assenza di pericoli di crollo, i genitori hanno scelto la via del pragmatismo assoluto. Hanno avviato le pratiche per regolarizzare la ristrutturazione, presentando la documentazione necessaria (tecnicamente, una Scia) per realizzare i servizi igienici mancanti, come la fossa biologica, e ampliare gli spazi abitabili per renderli conformi. E nel frattempo, per sgombrare il campo da ogni dubbio sulla tutela immediata dei bambini, hanno accettato l’offerta del ristoratore Carusi: vivere gratuitamente in un casolare immerso nella natura finché i lavori non saranno finiti e la casa nel bosco non sarà a norma. Un segnale distensivo che mira a far cadere il presupposto del pericolo imminente per i minori e a dimostrare la volontà di cooperare.

Anche l’accusa di negligenza scolastica, uno dei pilastri del provvedimento di allontanamento, viene respinta con forza e dati alla mano. Agli atti è stata depositata la documentazione che prova la regolarità formale e sostanziale del percorso di istruzione parentale intrapreso. La famiglia non ha nascosto i figli: aveva comunicato per tempo, ad aprile 2025, all’istituto comprensivo di riferimento la volontà di avvalersi dell’educazione domiciliare per l’anno scolastico in corso. Non solo: la figlia maggiore ha persino sostenuto e superato con esito positivo un esame di idoneità presso una scuola paritaria, la Novalis Open School. Dettagli che racconterebbero non di un abbandono culturale o di sciatteria, ma di una scelta educativa diversa, consapevole, basata sul modello dell’apprendimento naturale e, soprattutto, lecita secondo l’ordinamento italiano e internazionale. A supporto di questa tesi, la difesa cita anche le posizioni delle associazioni per l’istruzione familiare, che difendono la legittimità di percorsi alternativi che rispettino i tempi e le inclinazioni dei bambini.

Il quadro che i nuovi avvocati tratteggiano è quello di una famiglia che vive a contatto con la natura per una precisa e ponderata scelta valoriale. Una famiglia che non ha mai privato i bambini delle cure essenziali – come dimostra il libretto vaccinale, che attesta come i minori siano stati sottoposti alla profilassi obbligatoria proprio in Italia, pur mancando alcuni richiami – né della necessaria socialità. Contro la tesi dell’isolamento, vengono prodotte numerose lettere e testimonianze di persone che hanno frequentato la casa di contrada Mondola: raccontano di bambini inseriti, sereni, curiosi, abituati a interagire costantemente con i coetanei e con gli adulti, impegnati nello studio e nella cura dell’orto e degli animali. Un’immagine che smentisce quella di “piccoli selvaggi” segregati dal mondo.

Resta, infine, l’amarezza per l’esposizione mediatica, in particolare per quel servizio televisivo de “Le Iene” che ha portato le telecamere della trasmissione in onda su Italia Uno fin dentro la loro casa nel bosco e che è stato citato nel provvedimento come prova di un uso strumentale dei minori. La difesa invece nega con decisione che da parte della coppia vi sia stato uno sfruttamento dell’immagine dei propri figli o un conflitto di interessi tra genitori e prole. Gli avvocati sostengono, al contrario, che quelle riprese mostravano semplicemente, e in positivo, la quotidianità di un nucleo familiare unito e affettuoso, un “unicum” di emozioni e intenti, senza retropensieri o intenti manipolatori, ma con la sola volontà di mostrare la propria verità contro i pregiudizi. Ora la palla passa alla Corte d’appello dell’Aquila, chiamata a valutare se questa nuova, totale disponibilità al dialogo, al trasferimento e al rispetto delle regole burocratiche da parte dei due genitori sia sufficiente per ricucire lo strappo traumatico vissuto in questi giorni e far tornare i tre bambini tra le braccia di mamma e papà. «Ho fiducia nei giudici», dice oggi Nathan.

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