Famiglia nel bosco, l’analisi delle carte: tutte le contraddizioni nell’ordinanza dei giudici

I magistrati citano la relazione dei neuropsichiatri, ma omettono i passaggi in cui viene sollecitato il ricongiungimento e si parla di genitori che collaborano
VASTO. La contraddizione più profonda dell’ordinanza che espelle Catherine Birmingham dalla struttura di Vasto e trasferisce i suoi tre figli in un’altra casa famiglia risiede nei silenzi. I giudici del tribunale per i minorenni richiamano a più riprese la complessa relazione redatta dalla Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti, depositata agli atti il 30 gennaio. Eppure, dalla lettura incrociata dei due testi, emerge un racconto a senso unico. Il provvedimento si appoggia soltanto sui passaggi clinici negativi, tralasciando del tutto le valutazioni che offrivano una lettura diversa delle dinamiche familiari.
Quel documento, infatti, aveva un peso specifico enorme nell’economia del procedimento. Per la prima volta dall’inizio di questa dolorosa vicenda, un ente pubblico aveva tracciato una rotta per riunire la famiglia. Gli specialisti dell’azienda sanitaria, dopo ore passate a osservare da vicino le relazioni all’interno della struttura, si erano espressi in modo netto. Erano favorevoli al ricongiungimento. Testualmente, l’équipe neuropsichiatrica aveva scritto: «È indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori».
Nell’ordinanza di ieri, di questa chiara raccomandazione non resta traccia. I giudici cancellano, di fatto, tutte le frasi esplicitamente favorevoli alla coppia. In uno dei passaggi ignorati, per esempio, i neuropsichiatri sottolineavano il ruolo attivo di entrambi i genitori per far ambientare i piccoli ospiti: «La loro collaborazione è risultata determinante. I bambini mostrano desiderio di apprendere la didattica e sono ben disposti a interagire con interlocutori esterni alla famiglia».
L’analisi degli specialisti consegnava al tribunale la fotografia di tre fratelli dotati di una sorprendente tenuta emotiva. Gli esperti avevano concluso il loro lavoro smorzando l’allarme sui presunti danni psicologici irreversibili dell’isolamento rurale: «I bambini presentano una sostanziale adeguatezza nelle aree emotivo-relazionali». Un verdetto che riabilitava mamma Catherine e papà Nathan Trevallion, riconoscendo il loro innegabile valore di guide e di ancore affettive: «L’interazione con i genitori risulta valida e questi rappresentano per loro un valido riferimento emotivo».
Di questo impianto, centrato sulla forza del legame tra madre e figli, l’ordinanza che allontana definitivamente la donna non fa menzione. Il racconto dei magistrati minorili procede in direzione contraria e sceglie di illuminare quasi esclusivamente i conflitti con le istituzioni. Dalle motivazioni scritte dal tribunale affiora tutt’altro scenario: i giudici rilevano che «l’attività del servizio di Neuropsichiatria Infantile è stata rallentata dalla condotta oppositiva materna».
L’argomentazione si sposta rapidamente sul delicato terreno dell’istruzione formale, trasformando il report in un fermo atto d’accusa sull’inadempienza scolastica. Scrivono ancora i giudici nell’ultima ordinanza: «Appare ben più ragionevole la conclusione che i genitori, indipendentemente dal possesso di capacità tecniche o economiche, abbiano intenzionalmente violato l’obbligo di istruire la figlia in età scolare, come si desume da quanto dichiarato dalla madre all’équipe del servizio di Neuropsichiatria Infantile». I magistrati fanno leva sulle indagini della Asl unicamente per inchiodare la famiglia alle carenze didattiche, rimarcando come i medici avessero trovato competenze rimaste «altre sotto fascia a causa della mancata scolarizzazione».
Leggendo il provvedimento emerge infine un’ulteriore discrepanza, questa volta tra le definizioni giuridiche usate dal tribunale e la vita reale documentata nel corso dei mesi. Il collegio formula un giudizio implacabile sullo stile di vita radicale scelto dalla coppia anglo-australiana. «La condizione di segregazione in cui erano tenuti i minori appare non una conseguenza delle scelte di vita compiute per sé stessi dai genitori, ma una scelta di romitaggio coltivata con determinazione», sentenziano ora i giudici.
Segregazione è una parola pesantissima. Un termine che richiama subito immagini di prigionia, di isolamento forzato e di porte sbarrate al mondo esterno. L’uso di questo vocabolo da parte del tribunale stride forte con le prove depositate finora. Agli atti dell’inchiesta figurano le testimonianze dei vicini, accompagnate da un chiaro archivio fotografico. Quelle immagini raccontano una quotidianità che c’entra ben poco con il concetto di reclusione. Le foto mostrano i tre bambini mentre camminano tranquilli tra le corsie del supermercato, giocano spensierati sulle macchinine di un centro commerciale o mangiano un gelato ai tavolini di un bar. I fratelli compaiono sorridenti, in compagnia di coetanei e in perfetta sintonia con i vicini di casa. Si delinea uno scenario diversissimo rispetto all’immagine cupa di bambini segregati, dipinta nell’ordinanza che ha appena diviso una madre dai suoi figli.
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