Famiglia nel bosco: l’ordinanza inapplicata e quei bimbi senza casa

Si tratta per bloccare il trasferimento, ma senza un passo indietro da parte dei giudici. Sono passati quattro giorni da quando è stata decisa la ricollocazione dei piccoli Trevallion
VASTO. A quattro giorni dall’ordinanza choc del tribunale per i minorenni dell’Aquila, i bimbi del bosco sono ancora in balia di un destino che sembra non appartenergli più. I piccoli Trevallion galleggiano nella particolarissima zona grigia disegnata da un provvedimento emanato in tutta fretta, ma senza i presupposti per la sua applicazione. I giudici hanno disposto il trasferimento dei bambini dalla casa famiglia di Vasto in un’altra struttura, ma la nuova casa non c’è. Non c’era quattro giorni fa. Non c’è nemmeno oggi. Il risultato di questo cortocircuito è un impasse che si sta tentando di risolvere, per usare un eufemismo, in maniera non convenzionale. Ieri mattina a Vasto c’è stato un incontro tra la Garante per l’Infanzia Alessandra De Febis, i responsabili della struttura e Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che ha seguito fin dal principio la vicenda dei Trevallion.
Non c’erano, invece, i legali della famiglia, Danila Solinas e Marco Femminella. L’obiettivo del meeting: evitare il trasferimento dei bimbi. «Lavoriamo per la loro serenità, vogliamo evitare che subiscano un secondo trauma», ha detto De Febis all’ingresso dell’edificio, smentendo poi qualsiasi ipotesi di adozione. D’Angelo, uscita subito prima di lei, ha proseguito il silenzio stampa iniziato lo scorso 20 novembre quando, accompagnata dalle forze dell’ordine, ha prelevato i tre piccoli Trevallion dal loro casolare di Palmoli. Il negoziato solleva diversi interrogativi, e per almeno due ragioni. La prima è logica: la struttura che ora tratta la permanenza dei minori è la stessa che ne ha richiesto il trasferimento al tribunale una manciata di giorni prima. Cosa è cambiato?
La seconda è giudiziaria: l’ordinanza è sempre la stessa, non è mai stata revisionata. È semplicemente inapplicata, come fosse un fantoccio eretto in un deserto di incomprensioni. Verrebbe da chiedersi, infatti, perché sia stato pubblicato un provvedimento senza che se ne potesse dare immediatamente seguito, se non nella parte che riguardava l’allontanamento di Catherine dalla struttura. Quello sì, è stato effettuato subito. Le scene strazianti della gemellina di 7 anni che urla disperata nella notte implorando la madre di restare sono già scolpite nell’immaginario collettivo degli italiani.
Da due giorni Catherine non parla più con nessuno, è disperata. Trascorre le sue giornate lontana dai figli con la sorella Rachael e la madre Pauline, che le fanno compagnia nella casa di Palmoli. Con loro, ovviamente, c’è il marito Nathan. Di questi genitori si è detto molto negli ultimi giorni, ma, come confermato dai loro legali, non è emersa nessuna vera frattura all’interno della coppia, solo il dramma condiviso per una situazione su cui non hanno più alcun controllo. A mettere in contrapposizione i due, alla fine, sono soprattutto i giudici: lei, «l’oppositiva» nei confronti degli educatori, al punto da mettere a rischio «l’incolumità» dei suoi stessi figli; lui, invece, quello equilibrato e ragionevole.
Non a caso il tribunale ha deciso che la madre potrà vedere i suoi piccoli soltanto a distanza o sotto sorveglianza, mentre il trattamento nei confronti del papà è stato più che indulgente: i giudici hanno invitato la casa famiglia ad aumentare il numero di incontri, fissati fino a oggi a tre a settimana. Il primo c’è stato ieri mattina. Al suo arrivo Nathan ha trovato tutti e tre i piccoli che lo aspettavano euforici davanti alla porta d’ingresso, con in mano i peluche che aveva regalato loro due giorni fa. Ieri ha portato le uova delle sue galline. Le stesse che mangiavano a casa.
Anche la zia e la nonna erano lì. Nessuno di loro ha voluto rilasciare dichiarazioni. È la consapevolezza di quanto sia delicato il momento, che qualunque passo falso potrebbe portare a esiti imprevedibili. Stupisce, però, vedere com’è cambiato il quadro rispetto allo scorso Natale, quando al padre non era stato permesso nemmeno di pranzare insieme ai suoi figli, mentre la madre viveva stabilmente nella struttura. In pochi mesi tutto è cambiato, tranne la separazione di questa famiglia.
I tempi per un eventuale ricongiungimento, tra l’altro, si sono allungati ulteriormente. Il putiferio scatenato lo scorso venerdì dall’ordinanza ha costretto la consulente tecnica d’ufficio, la dottoressa Simona Ceccoli, a rimandare il primo della serie di incontri in programma con i piccoli Trevallion, che sarebbe dovuto avvenire il giorno successivo. E così anche la perizia psichiatrica sul loro stato psicologico e sulla capacità genitoriale di Nathan e Catherine, cruciale ai fini del ricongiungimento, rimane intrappolata nei meccanismi schizofrenici del tribunale. E sempre sul fronte giudiziario, gli avvocati Femminella e Solinas stanno limando gli ultimi dettagli del reclamo che presenteranno alla sezione minorile della Corte d’Appello dell’Aquila.
Dovranno farlo entro il prossimo lunedì, quando scadranno i dieci giorni utili. Gli avvocati punteranno sulle contraddizioni contenute nell’ordinanza, in primis quelle relative ai riferimenti alla relazione presentata dalla Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti. Del documento, depositato lo scorso 30 gennaio, i giudici riprendono tutti i passaggi negativi per i due genitori, ma non quelli positivi. Come quello in cui la Asl sollecita il ricongiungimento immediato della famiglia, non riportato nel provvedimento giudiziario. L’ennesimo tassello di un puzzle sempre più complicato.
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