Vasto

In casa famiglia senza mamma, ora i bimbi del bosco sono soli: «A rischio anche la serenità degli altri ospiti»

7 Marzo 2026

I giudici decidono di allontanare Catherine e trasferire i suoi tre figli in un’altra località: la figura materna sarebbe dannosa per l’istruzione, l’equilibrio e l’incolumità dei piccoli

VASTO. Ora sono soli, inghiottiti da un ingranaggio giudiziario che ha reciso il loro unico, vitale punto di riferimento. Lo strappo definitivo che Catherine Birmingham temeva oltre ogni limite si è consumato. I tre bambini del bosco di Palmoli verranno portati via dalla casa famiglia di Vasto, forse già nella giornata di oggi, per essere trasferiti in una nuova struttura. Senza di lei, dalle nove di ieri sera lontana dai suoi piccoli. L’ordinanza di ieri, firmata dalla presidente del tribunale per i minorenni dell’Aquila Cecilia Angrisano e dal giudice relatore Roberto Ferrari, decreta l’interruzione totale della convivenza, con parole pesantissime contro Catherine: «La condotta tenuta dalla madre dalla fine di gennaio è fonte di grave pregiudizio, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità». È il capitolo giudiziario più drammatico di una vicenda complessa, un epilogo che impone il massimo rispetto per la sofferenza assoluta di una donna spogliata dei suoi affetti più cari, disperatamente aggrappata al tentativo di difendere i suoi figli e il suo modello di vita.

Ma i magistrati operano su un piano distaccato dal dolore materno. Il loro parametro esclusivo e inderogabile è la tutela dei minori. Le 13 pagine del provvedimento tracciano la cronologia dettagliata di un naufragio relazionale. La «scelta del servizio sociale di consentire la costante vicinanza della madre», ritenuta inizialmente «opportuna nel primo periodo di soggiorno dei minori in struttura, onde agevolarne l’adattamento», per il tribunale ha prodotto esiti drammatici. I giudici certificano che «la persistente e costante presenza materna è gravemente ostativa agli interventi programmati e pregiudizievole per l’equilibrio emotivo e l’educazione dei minori».

Uno dei pilastri dell’ordinanza poggia sulla «lesione del loro diritto all’istruzione». L’osservazione ha permesso agli esperti di quantificare il ritardo didattico della primogenita, otto anni. Il tribunale annota formalmente che la bambina si trova ancora in una «fase alfabetica e non ortografica, poiché non sillaba le lettere, non mette insieme i numeri e non ha raggiunto ancora la fase lessicale». I giudici scartano l’ipotesi di una semplice lacuna. La loro analisi individua un progetto radicale. Per i magistrati risulta «ben più ragionevole la conclusione che i genitori, indipendentemente dal possesso di capacità tecniche o economiche, abbiano intenzionalmente violato l'obbligo di istruire la figlia in età scolare».

Per arginare questo divario, la struttura aveva predisposto l’intervento di una maestra. L'iniziativa – è sottolineato ancora nel provvedimento – si sarebbe arenata contro un'opposizione netta. L’ordinanza rileva come «l’ostilità della madre nei confronti delle scelte compiute... inizia quindi a manifestarsi con crescente veemenza». Di fronte alla proposta dell’insegnante di farsi affiancare, Catherine «è intervenuta in maniera negativa, rimproverando l’educatrice che non doveva stare in aula». La conseguenza è stata immediata: il maschietto «ha chiuso il libro». I giudici pongono l’accento sulla «percezione di squalifica e di rifiuto che i bambini hanno percepito da parte della madre». I report degli operatori restituiscono l’immagine di una donna che «è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro e/o le nostre spiegazioni. Non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa».

Questo cortocircuito relazionale, per il tribunale, ha innescato una gravissima regressione. Dopo un primo mese in cui i bambini «si sono compiaciuti degli ambienti e dei vari giochi che hanno avuto a disposizione», si è registrato il tracollo. Dopo un incontro con amici di famiglia a cui i gemelli non hanno partecipato, si è constatato «un maggiore nervosismo». I piccoli «hanno iniziato a fare dei veri propri atti distruttivi, buttando vasi con terra, scarabocchiando muri e armadi, aprendo continuamente rubinetti d'acqua esterni, arrampicandosi su alberi e cancelli». Le educatrici aggiungono un dettaglio: «Mentre i bambini rompono le cose o... non ascoltano le nostre indicazioni per evitare che possano farsi male», allo stesso tempo «ridono e si divertono, non danno spiegazioni».

L’insofferenza si sarebbe tramutata in aggressione fisica e verbale. I bambini «hanno cercato in tutti i modi di far del male alle due educatrici presenti, accusandole di essere delle “cattive persone”, definizione che spesso utilizza la madre davanti ai bambini». L’apice del conflitto si è registrato quando i tre «hanno rotto delle persiane per crearsi dei bastoni da lanciare». L’azione rischiava «di colpire anche una bambina di pochi mesi» e ha creato «dei piccoli tagli sotto il mento e nel palmo di una mano di un’educatrice». Il tribunale rileva la totale assenza di mediazione: «Catherine non è intervenuta per fermare o richiamare i figli, ma ha riferito che il loro atteggiamento è solo colpa nostra e si è allontanata. Il tutto sempre davanti ai figli».

L’ordinanza affronta poi il delicato nodo della porta chiusa a chiave, vissuta dalla difesa come un inaccettabile sopruso. I giudici offrono una lettura fondata esclusivamente su esigenze logistiche. Il blocco, attuato il 9 febbraio, si è reso necessario perché «si sono moltiplicati i tentativi dei minori di accedere autonomamente ai piani superiori della struttura». Il Collegio ritiene la misura indispensabile «considerato il rischio concreto per la sicurezza dei bambini (scale, finestre, locali non supervisionati)». Un argine obbligato dinanzi alla «condotta indisciplinata tenuta nell’ultimo periodo dai minori», che ha imposto di «chiudere la porta di accesso alla scalinata dal lato del piano terra, mediante sistema con chiave in dotazione esclusiva alle educatrici». Poi, ecco un altro passaggio particolarmente significativo, che mette nero su bianco la rottura dei rapporti tra Trevallion e assistenti sociali: «La casa famiglia ribadisce la propria impossibilità di provvedere efficacemente, non solo all’attuazione degli interventi programmati dalla tutrice e condivisi da questo Collegio, ma anche all’incolumità dei minori e alla serenità degli altri ospiti, le cui esigenze rischiano evidentemente di esser sacrificate dall’entità del problemi e delle difficoltà derivanti dalla condotta della famiglia Trevallion Birmingham».

I magistrati, poi, rilevano come la donna consenta ai figli di soggiornare a qualsiasi ora nel proprio appartamento, «chiudendo la porta e impedendo di fatto l'accesso e la supervisione delle educatrici». L’ordinanza documenta notti cariche di angoscia, dove uno dei gemelli «ha iniziato ad urlare in maniera straziante tanto da svegliare tutti i minori». Eppure, secondo i giudici, «la sintomatologia mostrata consiste in manifestazioni potenzialmente volontarie e deliberate».

Episodi di panico affrontati dalla madre rifiutando di rientrare nell’appartamento assegnato, per pretendere di «dormire nella camera dei tre bambini», mostrando un atteggiamento «marcatamente oppositivo e non collaborativo». Davanti ai neuropsichiatri, la madre ha dichiarato come abbia voluto garantire ai piccoli «una realtà di vita scevra dai problemi del mondo». Ma i giudici non le credono: «La condizione di segregazione in cui erano tenuti i minori appare, non una conseguenza delle scelte di vita compiute per sé stessi dai genitori, ma una scelta di romitaggio coltivata con determinazione».

In questo scenario, è come se i magistrati mettessero Catherine contro Nathan: «Servizio sociale, tutrice e curatrice valutino le possibilità di intensificare la frequentazione, a distanza e in presenza, tra i minori e il padre, che in più occasioni ha mostrato buone capacità di contribuire all’assistenza morale in favore dei figli. Vanno in ogni caso assicurati contatti a distanza e incontri sorvegliati tra la madre e i figli».

Ma non basta allontanare la madre: per il tribunale, si è «instaurato nei minori un clima di totale sfiducia nei confronti degli operatori della comunità, idoneo ad alterare gravemente l’efficacia dei loro interventi. Appare inoltre possibile, seppur non precisamente descritto nelle relazioni, un sentimento di latente avversione da parte di altri ospiti della comunità, le cui esigenze potrebbero essere state sacrificate e distolte alla soluzione dei problemi derivanti dalla presenza della famiglia Trevallion Birmingham».

Alla luce di tutto ciò, i giudici dispongono il trasferimento immediato dei bimbi, sollecitano l'inserimento dei minori in una scuola pubblica primaria. Autorizzano l'impiego della forza pubblica per assicurare l’esecuzione dell'ordine. Mandano via la madre lasciando da soli tre bambini, che sanno cosa perdono ma non cosa troveranno. La prossima destinazione dopo Vasto, infatti, è ignota. Iniziano il loro viaggio così, privati di quell’abbraccio materno che ha cercato di proteggerli fino a perderli.

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