La droga pagata con il Folletto e buoni spesa

Svelati gli affari di uno spacciatore che accetta dai clienti senza soldi anche aspirapolveri e ticket per i supermercati
CHIETI
«Ho i buoni della spesa, tre me ne sono rimasti». La transazione inizia sullo schermo di uno smartphone, inaugurando una singolare economia del baratto applicata al mercato della droga. Quando la liquidità si esaurisce, la necessità di procurarsi le dosi impone l’uso di valute alternative. Un’inchiesta condotta dalla squadra mobile della polizia di Stato di Chieti restituisce i contorni di un commercio capace di adattarsi alle difficoltà finanziarie dei consumatori, svelando come lo stupefacente venisse pagato persino cedendo ticket per i supermercati o proponendo in cambio un aspirapolvere portatile marca Folletto. Al centro del processo, attualmente in corso davanti al giudice
Valentina Di Peppe, figura Pierluigi Bellia (difeso dall’avvocato Alessandro Perrucci), trentenne teatino con numerosi procedimenti giudiziari alle spalle. Stavolta il pubblico ministero Giancarlo Ciani ha formulato nei suoi confronti 15 capi di imputazione per il reato di detenzione ai fini di spaccio. La struttura dell’accusa si fonda in larga misura sulle conversazioni estratte dai cellulari dell’imputato, un archivio digitale che ha permesso agli investigatori di documentare l’assoluta disponibilità dei clienti a privarsi di beni di prima necessità pur di ottenere la sostanza.
Il dialogo sui buoni pasto illustra in modo analitico come avvenivano questi scambi. Di fronte all’offerta dei tre tagliandi, il trentenne manifesta un’iniziale ritrosia di natura prettamente economica. «A frà, ma che ci devo fa’? Io c’ho i problemi, denga pagà l’affitto», digita in dialetto. Il venditore rivendica la necessità di incassare denaro contante – il «cash», termine che ricorre con costanza nelle chat agli atti – per onorare il canone di locazione della propria abitazione. Il compratore sceglie allora la via del pragmatismo per superare la titubanza: «La spesa è una cosa che fai quotidianamente, mica scadono. Trenta euro per 20». Il cliente accetta in sostanza una svalutazione del titolo, cedendo 30 euro spendibili nei negozi in cambio di 20 euro di droga. L’argomentazione fa presa. «Dai, vieni da me, tra mezz’ora però», concede l’imputato, autorizzando lo scambio.
Il perimetro delle contrattazioni supera i generi alimentari per includere gli elettrodomestici. A distanza di qualche giorno, il medesimo acquirente si ripresenta nella chat con una proposta di natura diversa. «A cellò, aspirapolvere portatile Folletto, nuovo imballato. Ti serve? Quello piccolino a batteria? Quaranta euro? Mai usato». Anche in questa occasione, l’offerta è valutata positivamente e accettata. Le banconote vengono sostituite da merce nuova, facilmente ricollocabile.
L’impianto investigativo trae origine da un’operazione conclusa l’11 marzo 2022. In quella data, gli agenti della squadra mobile intervengono nell’appartamento di Bellia a Chieti Scalo, arrestandolo in flagranza. La perquisizione domiciliare fornisce riscontri inequivocabili: i poliziotti scoprono poco più di 73 grammi di cocaina, 112 grammi di marijuana e 33 grammi di hashish, a cui si aggiunge un bilancino elettronico di precisione.
L’ulteriore svolta per le indagini è legata al sequestro di due smartphone. L’obiettivo degli inquirenti è mappare le fonti di approvvigionamento e definire le dimensioni della rete di distribuzione locale. L’analisi forense dei dispositivi conferma le ipotesi, portando alla luce un giro di spaccio vasto e dai ritmi incalzanti. I contatti tra il venditore e la platea degli assuntori sono continui, spesso ripetuti a cadenza multipla nell’arco della stessa giornata. I volumi finanziari delineati dalle indagini sono ampi. Le singole cessioni partono da importi modesti di 40 o 70 euro, passano per acquisti intermedi da 200 euro e arrivano a toccare la cifra di 2.400 euro per le transazioni più ingenti. Secondo le stime della polizia, l’imputato era in grado di incassare somme pari a mille euro nel giro di poche ore. Per garantire la sicurezza delle comunicazioni, fornitore e clienti affiancavano al classico WhatsApp l’uso di Wickr, una piattaforma social basata su canali criptati e utilizzata appositamente per rendere più complessa la decodifica dei messaggi da parte delle forze dell’ordine. Ma non è stato sufficiente per coprire un mercato quotidiano capace di incassare banconote, buoni spesa o aspirapolveri con identica efficienza.
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