Omicidio ad Altino. Martello, piccone e armi da taglio. Così il nipote ha massacrato nonna Gilda

Le uniche parole del 25enne con problemi psichiatrici: «Avevo un senso di oppressione»
ALTINO
L’orrore era dietro quella porta bianca, al civico 12 di contrada Briccioli. Il sole dell’alba, ad Altino, illumina i segni del massacro. Sull’uscio le macchie di sangue raccontano la tragica fine di Gilda Mafalda Di Giuseppe, 89 anni, ammazzata dal nipote Alessandro Carminucci. Quel ragazzo ha 25 anni, una laurea in Ingegneria meccanica e una vita che, fino a due sere fa, sembrava andare in tutt’altra direzione. I primi rilievi dicono che si è accanito sulla nonna con un martello, un piccone e armi da taglio. Colpi al volto e alla testa, uno dopo l’altro. Quanti siano stati, e quali abbiano provocato l’emorragia che ha ucciso l’anziana, dovrà stabilirlo l’autopsia di oggi.
Intanto i carabinieri del reparto operativo di Chieti e della compagnia di Lanciano, coordinati dalla procuratrice Patrizia Foiera, cercano il perché. Perché un giovane descritto come educato, tranquillo, studioso, senza precedenti e senza litigi familiari conosciuti, abbia potuto scagliarsi contro la persona alla quale era legato più di tutte.
Gilda, una vita da casalinga, per Alessandro era molto più di una nonna. Era diventata una seconda madre dopo che quella vera era morta per una malattia sette anni fa. Da allora, riferiscono i familiari, il ragazzo aveva cominciato ad avere problemi psichiatrici ed era in cura. Crisi d’ansia, momenti difficili, fragilità note a chi gli stava accanto. Nessuno di questi elementi, però, spiega da solo ciò che è accaduto.
Altino, per lui, significava soprattutto estate. Roma era la città natale, quella degli studi e della vita quotidiana. Qui tornava nella casa di famiglia, tra le giornate in piazza, la natura, i boschi vicini, la Costa dei trabocchi. Lo raccontano le immagini pubblicate negli anni sui social: amici, mare, vacanze. Era tornato per stare con la nonna. Poi, mercoledì sera, qualcosa si spezza. Dopo averla colpita tante volte da ucciderla, Alessandro resta lì. Chi ha parlato con lui dopo il delitto lo descrive con lo sguardo perso nel vuoto, come se non riuscisse a mettere insieme ciò che è appena successo. Quando prende contezza del gesto telefona alla zia, Mariella Carpineto, che si trova a Londra. Confessa l’omicidio.
È la zia ad avvisare il cugino di Alessandro, Emanuele Di Giuseppe, ad Altino. Da lì partono i soccorsi. Carabinieri e ambulanza trovano il venticinquenne davanti casa, seduto su una sedia di plastica bianca, vicino a quell’uscio che poche ore dopo il sole dell’alba avrebbe illuminato insieme alle macchie di sangue.
Anche dopo l’arrivo degli investigatori il ragazzo resta quasi irraggiungibile. Nella notte viene portato davanti alla procuratrice Foiera e alla sostituta Elena Belvederesi. Ci sono i carabinieri di Lanciano e Casoli e l’avvocato d’ufficio Elvezio Caporale. Alessandro riesce a dire soltanto il suo nome. Non il cognome. Non la data di nascita. Quando gli chiedono che cosa sia successo, non arriva niente. Silenzio. Si prova ancora. Poi la procuratrice interrompe. Alle due di notte il venticinquenne viene trasferito nel carcere di Villa Stanazzo, a Lanciano: è controllato a vista.
L’accusa è di omicidio volontario aggravato dalla minorata difesa della vittima, che ha quasi novant’anni, dall’aver sfruttato il fatto che fosse notte per portare a termine l’omicidio e dall’aver approfittato dell’ospitalità datagli dalla nonna durante le vacanze. In altre parole: accuse da ergastolo.
Alessandro era arrivato ad Altino da pochi giorni. A gennaio si era laureato in Ingegneria. Era appena tornato da Londra, dove aveva trascorso del tempo con la zia, sorella della madre, poi era rientrato a Roma, dove vive con il padre Gianfranco e la sorella Michela, anche lei studentessa alla Sapienza. Venerdì scorso aveva lasciato la capitale per andare subito in Abruzzo, a casa della nonna adorata.
Quella casa aveva un posto ben preciso nella storia della famiglia. Gilda vi aveva vissuto fino a pochi anni fa. Dopo la morte del marito si era trasferita a Roma per stare con le figlie, ma ad Altino tornava soprattutto d’estate. A cavallo di Ferragosto la casa riprendeva vita, proprio nei giorni in cui il paese festeggia il peperone dolce. Quest’anno era successo ancora.
Mercoledì, attorno alle 20.30, l’equilibrio si rompe. Gli investigatori cercano di capire cosa sia accaduto prima. L’anziana viene aggredita all’inizio della gradinata della casa. Forse è di spalle: è un’ipotesi. Seguono i colpi di martello, piccone e armi da taglio. Poi la telefonata a Londra. Poi l’attesa.
Il cugino Emanuele è tra gli ultimi ad aver trascorso del tempo con Alessandro. Adesso ripensa a quei giorni e non trova un segnale capace di spiegare ciò che sarebbe successo. «A volte era un po’ disconnesso», racconta. Ma, a parte qualche momento di vuoto, lo aveva visto ridere e scherzare, abbastanza tranquillo. Non gli aveva detto nulla che potesse allarmarlo. Anzi, aveva già parlato dei giorni successivi: si sarebbero rivisti per andare al mare.
Poi Alessandro si chiude di nuovo. Ieri, con il nuovo avvocato di fiducia Luigi Toppeta, prova ad aprire uno spiraglio. Il giovane mostra difficoltà a orientarsi nel tempo e nello spazio. Riesce a dire: «Avevo un forte senso di oppressione, di ansia». Quindi torna il silenzio.
Toppeta parla di una «vicenda delicata quanto drammatica» e indica nell’accertamento sulla capacità di intendere e di volere del ragazzo uno dei passaggi decisivi sul piano giudiziario. I familiari riferiscono che Alessandro aveva confidato crisi d’ansia e altre difficoltà. Eppure stava progettando il futuro: dopo il riposo ad Altino avrebbe dovuto prepararsi per una specializzazione in Spagna.
Ora quella famiglia deve tenere insieme due dolori: Gilda non c’è più e Alessandro è in carcere accusato di averla uccisa. Anche Altino, con il sindaco Vincenzo Muratelli, resta incredula davanti a una vicenda che ha travolto una casa di ritorni estivi e vita familiare.
A chiarire come l’anziana sia stata uccisa sarà l’autopsia prevista questa mattina nell’obitorio di Pescara e affidata al medico legale Sara Sablone. Intanto i pubblici ministeri e gli investigatori guidati dal tenente colonnello Antonio Di Mauro ascoltano vicini e familiari, ricostruiscono spostamenti, parole, ore e dettagli. Cercano, soprattutto, ciò che ancora manca: una spiegazione.
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