Vasto

«Un pericolo per i suoi figli»: così Catherine si trasforma in strega

7 Marzo 2026

Nell’ordinanza i giudici dipingono una madre che spingerebbe i figli a ribellarsi alla casa famiglia: «Quando non c’è, i bambini si divertono» 

VASTO. Catherine Birmingham è una «fonte di grave pregiudizio, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità». Non lascia spazio a interpretazioni la valutazione del tribunale per i minorenni dell’Aquila riguardo la madre della famiglia del bosco. Sulle spalle di una donna persa in un’odissea giudiziaria lunga quasi 4 mesi, l’ultima ordinanza dei giudici pesa come un macigno. Allontanamento dalla casa famiglia di Vasto e trasferimento dei suoi tre bambini in un’altra struttura, con la possibilità di vederli, d’ora in poi, soltanto «a distanza» o comunque «sotto sorveglianza»: questa la decisione del collegio. Per provare a capirne le ragioni, bisogna tornare a fine gennaio. È questo il periodo, secondo la ricostruzione giudiziaria, in cui si cominciano a intravedere le prime crepe nel rapporto tra istituzioni e famiglia.

Nelle settimane immediatamente successive al 20 novembre, giorno del collocamento dei piccoli Trevallion a Vasto, infatti, la situazione sembra tutto sommato tranquilla. Poi, però, qualcosa cambia. «L’umore materno è andato peggiorando con il tempo», si legge, «verosimilmente poiché la signora mostra di avere per qualche ragione coltivato l’illusione di una permanenza in comunità molto breve e di un sollecito ripristino della convivenza di tutta la famiglia presso la propria abitazione». Capito? La colpa di questa madre sarebbe di aver creduto – ingenuamente, si fa intendere – di potersi riunire presto con i suoi figli e suo marito e ricominciare la vita di prima, pur nei limiti delle condizioni imposte dai magistrati e da loro accettate.

La costruzione del mostro passa inevitabilmente per le relazioni degli assistenti sociali: «Nonostante i continui tentativi di trovare un dialogo e un approccio collaborativo», scrivono nella relazione riportata nell’ordinanza, «Catherine è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro e le nostre spiegazioni. Non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa». Così la richiesta dei bambini di abbandonare la struttura e ritornare tra gli amati animali viene ribaltata nei suoi presupposti: non più il comprensibile desiderio di tre bambini, da mesi lontani da casa propria, ma un pensiero messo in testa da Catherine.

È questa la china che segue il rapporto: gli squilibri e la sofferenza dei bimbi non sono mai ricondotti alla situazione in cui sono costretti a vivere, ma sempre bollati come una conseguenza della presenza di Catherine. Lo scrivono chiaro e tondo: «Gli sviluppi successivi hanno peraltro evidenziato che la persistente e costante presenza materna è gravemente ostativa agli interventi programmati e pregiudizievole per l’equilibrio emotivo e l’educazione dei minori». In che modo? I giudici mettono in evidenza una data, il 5 febbraio. Quel giorno viene riferito di una visita in struttura da parte di alcuni amici di famiglia (alla faccia dell’isolamento) a cui, però, non hanno partecipato i gemellini.

Una bella sorpresa, in teoria; in pratica, non proprio. Perché da dopo quell’incontro, scrivono i giudici, viene rilevato un peggioramento nello stato d’animo dei bambini (tutti, compresi i due che non erano presenti in quell’occasione). I piccoli manifestano sempre più diffidenza e rabbia, continuando a chiedere di tornare a casa. Quale sia il rapporto causa-effetto tra i due eventi, però, non è chiarito dal documento. Le accuse contro la madre continuano. Catherine, scrivono, «ignora i ruoli e le figure professionali presenti all’interno della comunità, decidendo e attuando in maniera del tutto autonoma e contraria alle direttive, spiegate più volte, rispetto alle sue modalità di collocamento». Anche qui, al di là delle interpretazioni date dai dipendenti della struttura, Catherine sembra semplicemente star cercando di fare la madre come ha sempre fatto.

«Fa salire i figli al secondo piano, nel suo alloggio», si legge ancora, «pur sapendo che i momenti di condivisione devono essere al piano terra e pur dandole la possibilità di trascorrere l’intera giornata con i figli, compresa la notte in camera dei tre minori. Attualmente l’intera équipe educativa non ha la possibilità di impedire che i bambini stiano sopra per tante ore, soprattutto il pomeriggio, poiché la madre reagisce con ira e con insulti, rimandando ai bambini di non dare importanza alle nostre osservazioni». Un racconto che serve a rafforzare il concetto che l’influenza della madre sia negativa.

E infatti quando scendono dalla stanza di Catherine, senza di lei, «i bambini giocano e partecipano alle varie attività, ma», ed ecco il nocciolo della questione, «appena la madre scende giù, tutti e tre la seguono fuori». Tradotto, quando la madre non c’è, i bambini stanno bene. Ma sono diversi i punti in cui viene rimarcato, per un motivo o per l’altro, la presunta cattiva influenza della madre. «Si sottolinea che, in un contesto privo di interferenze, i minori hanno mostrato gestibilità e serenità, ma da oramai circa un mese si è verificata una vera e propria escalation di reazioni», va avanti l’ordinanza, «per esempio la madre continua a lamentare che i figli sono affamati la sera, perché dal 22 dicembre 2025 è stata richiesto lo slittamento dell’orario della loro cena dalle ore 17.30 alle ore 19 insieme agli altri minori ospiti. Ogni cosa o regola di convivenza, viene fortemente criticata, rendendo il tutto di difficile gestione».

Ma il peggio arriva alla fine, quando si parla del figlio maschio, uno dei due gemellini. Lui sembra soffrire più di tutti questa situazione: si sveglia urlando nel cuore della notte, si sbraccia tra urli e pianti quando deve allontanarsi dalla madre, arrivando persino a urinare involontariamente prima degli incontri con la dottoressa Simona Ceccoli. L’interpretazione dei giudici è sorprendente: «La sintomatologia mostrata dal bambino consiste in manifestazioni potenzialmente volontarie e deliberate». Insomma, per il tribunale, anche la vescica dei bimbi risponde agli ordini di mamma Catherine.

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