Bambina morta al nono mese per un errore medico: Asl condannata a risarcire 550mila euro

Sulmona. Il giudice civile riconosce la responsabilità della struttura sanitaria: «Tracciato patologico ignorato». Secondo la sentenza non sarebbe stata valutata una sofferenza fetale. Scatta il maxi risarcimento
SULMONA. Perde la bimba al nono mese di gravidanza, a pochi giorni dalla nascita, per colpa di un errore medico. I sanitari non avevano diagnosticato la sofferenza fetale. L’incubo di una donna di 37 anni e del suo compagno 41 anni (assistiti dall’avvocato Catia Puglielli), entrambi residenti in un centro della Valle Peligna, è finito davanti al giudice civile del tribunale di Sulmona Irene Giamminonni che ha condannato la Asl al maxi risarcimento da 550 mila euro più le spese legali. I fatti sono relativi al settembre 2017 quando la gestante, alla 36ª settimana, si reca al pronto soccorso dell’ospedale di Sulmona riferendo assenza di movimenti fetali. Viene eseguito monitoraggio cardiotocografico ed ecografia e la paziente viene dimessa. Due giorni dopo, in occasione del controllo programmato, viene riscontrata assenza di attività cardiaca fetale. Il parto indotto porta alla nascita di una bambina già deceduta.
L’esame autoptico, che la Asl aveva disposto in autotutela, individua come causa della morte «un’asfissia da giri multipli di funicolo ombelicale». La coppia promuove un accertamento tecnico preventivo, al termine del quale il collegio peritale conclude per la sussistenza di responsabilità della struttura sanitaria. Nello specifico la perizia ha stabilito che il tracciato del 19 settembre 2017 fosse di tipo patologico evidenziando «assenza di accelerazioni, presenza di decelerazioni a lento recupero, ridotta variabilità e tachicardia fetale». Secondo i consulenti, tali elementi avrebbero imposto un ricovero immediato, monitoraggio continuo e verosimilmente taglio cesareo d’urgenza. Il giudice ha aderito integralmente alle conclusioni peritali, ritenendo che una corretta interpretazione dei medici avrebbe evitato il decesso.
Quanto al nesso causale, il tribunale ha applicato il criterio civilistico della “preponderanza dell’evidenza”, mettendo nero su bianco che un comportamento corretto dei medici avrebbe evitato il decesso del feto con elevata probabilità logica. La difesa dell’Asl, secondo cui la morte sarebbe stata evento acuto e imprevedibile, è stata quindi respinta. È emersa inoltre documentazione clinica non integralmente conservata. Nel senso che l'accertamento tecnico è stato effettuato sulla fotocopia di un tracciato che era riportato nella cartella clinica mentre il documento originale era sparito probabilmente durante il trasferimento dal reparto. «Si tratta di una vicenda risalente nel tempo per presunto errore medico. Va pagata perché non ci sono gli estremi per ricorsi» conferma il direttore generale dell'azienda Paolo Costanzi.
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